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Sulle rotte della Nuova Via della Seta

Sulle rotte della Nuova Via della Seta

Oggi l’Osservatorio presenta un’ampia conversazione avuta con l’analista Diego Angelo Bertozzi (Brescia, 1973), tra i maggiori esperti italiani della Cina e della Nuova Via della Seta. Sull’Impero di Mezzo Bertozzi ha pubblicato i saggi “Cina, da sabbia informe a potenza globale” (Imprimatur, 2016), “La Belt and Road Initiative” (Imprimatur, 2018) e “La Nuova Via della Seta. Il mondo che cambia e il ruolo dell’Italia nella Belt and Road Initiative”, uscito da pochi giorni per i tipi di Diarkos. Sui temi trattati nell’ultimo suo lavoro e, in generale, nella sua lunga carriera di studioso della Cina abbiamo voluto confrontarci con una delle voci più autorevoli nella comprensione delle dinamiche della potenza in maggiore ascesa su scala globale.

Osservatorio Globalizzazione: Dottor Bertozzi, nei suoi lavori lei ha fornito validi spunti per la comprensione delle dinamiche della politica cinese e delle strategie per il suo rafforzamento. Quali sono, attualmente, le prospettive per Xi Jinping e il suo governo.

Diego Angelo Bertozzi: Il prossimo 1° ottobre Pechino festeggerà il settantesimo anniversario della fondazione della Repubblica popolare e, quindi, della vittoria della rivoluzione socialista e della lotta di liberazione nazionale. Si tratta di un anniversario molto atteso perché destinato a celebrare l’ascesa della Cina a vera e propria potenza globale dopo un processo, anche contraddittorio e difficoltoso, di crescita impetuosa che ha cancellato il “secolo delle umiliazioni”. Credo che ci siano pochi dubbi a proposito: Xi Jinping e il suo governo possono mostrare all’opinione pubblica mondiale la realizzazione concreta del messaggio lanciato da Mao nell’ottobre del 1949: “la Cina si è levata in piedi”. Per valutare le prospettive dell’attuale generazione di governo – che vede in Xi Jinping il “cuore” –  della Cina popolare bisogna tenere presente di un importante aspetto: a differenza dei predecessori, quella dell’attuale segretario comunista è una politica a vasto raggio, strettamente collegata ad una sempre maggiore presenza della Cina sulla scena internazionale e nei tanti dossier aperti (crisi economica, ambiente, clima, lotta al terrorismo, diritti umani) in modo da essere vedersi riconosciuto appieno il proprio ruolo “normativo”. Da questo punto di vista non sono mancati i risultati positivi che suggeriscono buone prospettive di riuscita dell’agenda politica di Pechino: parallelamente ad un crescente coinvolgimento, lontano dai riflettori, in tutte la tradizionali organizzazioni multilaterali a trazione occidentale a partire dal Fondo Monetario internazionale e dalla Banca Mondiale, hanno preso forma e consistenza politica organismi di cooperazione che vedono in Pechino l’ideatrice o una forza in prima linea. L’ultimo, in ordine di tempo ma non certo per importanza, è la multilaterale Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), fondata per volontà cinese nel gennaio del 2016 in risposta alla forte domanda di finanziamento di infrastrutture in Asia orientale; ad essa va aggiunta la Shanghai Cooperation Organization che nel 2017 ha formalizzato l’adesione di due potenze regionali e nucleari quali India e Pakistan, e gettato le basi per il prossimo allargamento all’Iran. Con l’arrivo sotto il proprio ombrello di un ulteriore miliardo e mezzo di persone, la SCO è diventata l’organizzazione cooperativa regionale che rappresenta la più grande parte della popolazione mondiale (3,1 miliardi di persone), coprendo i tre quarti del continente euroasiatico e il 25% del Pil mondiale. Lo stesso rafforzamento del ruolo del partito (va registrato un forte ritorno anche sul terreno economico), con la creazione di organismi ad hoc sotto stretto controllo e la campagna di lotta alla corruzione, è perno indispensabile nel sostenere il nuovo ruolo cinese, tanto che anche nel campo delle idee e delle visioni del mondo l’egemonia occidentale deve ora fare i conti  con una Cina che fa della propria strategia di sviluppo e del proprio assetto politico-istituzionale un modello cui altri possono ispirarsi.

Indubbi successi, quindi, che tuttavia non nascondo qualche ombra. Pensiamo – solo per fare un esempio più prossimo in ordine di tempo, a quanto sta accadendo ad Hong Kong con una ribellione che mettendo in discussione il controllo centrale di Pechino (sono emerse chiaramente anche istanze indipendentiste che cercano di internazionalizzare la questione) rischia di ridurre ad un vuoto involucro propagandistico la formula “Un paese, due sistemi” che punto anche alla soluzione dei rapporti con Taiwan e, dunque, alla definitiva chiusura della lotta di liberazione nazionale.

Concludo sottolineando come proprio il maggiore impegno cinese nell’architettura internazionale e la necessità di tutelare i tanti investimenti all’estero stanno mettendo in discussione uno dei principi cardine della politica estera cinese quale è quello del “non intervento”.

Osservatorio Globalizzazione: La Cina viene da decenni di impetuosa crescita economica. Ora, Pechino sta cercando un bilanciamento tra la corsa in avanti del Pil e la ricerca di una crescita inclusiva per ridurre i livelli di povertà e disuguaglianza. Parliamo di un obiettivo fattibile?

Diego Angelo Bertozzi: I dati raccontano bene la nuova fase della politica economica cinese, più rivolta al sostegno del mercato interno che alle esportazioni a basso costo. Occorre ormai ribadirlo: appartiene ormai al passato l’immagine di un Paese che fonda la propria crescita economica sul basso costo del lavoro per facilitare le delocalizzazioni e sulla imitazione dei prodotti. La stessa presenza di imprese e multinazionali straniere ha ormai cambiato prospettiva servendo sempre più il mercato interno e, al contempo, deve fare i conti con una imprenditorialità locale impegnata in produzioni di altra qualità tecnologica. L’obiettivo è in generale in via di attuazione se pensiamo al fatto che è in costante diminuzione la quota del risparmio sul Pil, ad indicare una sempre maggiore disponibilità e propensione al consumo di una classe media in piena espansione. A questo si aggiunge il rapido passaggio da una economia economia a base industriale ad una più orientata ai servizi.

Fatto questo quadro riassuntivo, va ricordato come il governo guidato da Xi Jinping ha fatto della lotta alla povertà e agli squilibri sociali una delle proprie bandiere, sull’onda di una politica di sviluppo che negli ultimi trent’anni ha tolto dalla povertà 500 milioni di cinesi e sull’allarme dato da un indice di disuguaglianza che nel primo decennio del secolo era pericolosamente cresciuto. L’impegno è, quindi, rivolto al miglioramento dell’ampio settore della sicurezza sociale (stato sociale o welfare state) tanto che si stima che circa 100 milioni di cinesi abbiano una pensione sui 120 milioni di abitanti con oltre 65 anni. Si tratta di un percorso iniziato che lascia ben sperare ma che trova la Cina ancora in posizione arretrata rispetto all’Occidente. L’impegno tracciato è chiaro: entro il 2020 nessun cinese deve vivere sotto la soglia della povertà.

Osservatorio Globalizzazione: Veniamo ora alla Nuova Via della Seta. A che punto sono i principali progetti di cui lei parla nel suo saggio sulla Belt and Road Initiative?

Diego Angelo Bertozzi: Il biennio 2018-2019 racconta – e su questo concordano gran parte degli analisti – di un successo dell’iniziativa cinese e lo testimoniano numeri e fatti.

Il secondo forum internazionale della Bri (Pechino, 25-27 aprile 2019) ha goduto di grande attenzione da parte dei mass media internazionali, più per il significato politico e le indicazioni sui futuri sviluppi. Se da una parte si dovevano tirare le prime somme dopo i primi cinque anni d’azione, dall’altra Pechino doveva dare risposta alle problematiche e alle critiche emerse. Non a caso si è parlato di avvio di una “Bri 2.0”, di rilancio di un’iniziativa che rischiava di perdere fascino e capacità di attrazione. A introdurre al forum è stata la pubblicazione di un corposo documento (“The Belt and Road Initiative. Progress, Contributions and Prospects”) che ha riassunto i risultati del primo quinquennio, a partire dal consenso cresciuto nei principali organismi internazionali: nel novembre del 2016, le Nazioni Unite hanno adottato una risoluzione di sostegno all’iniziativa Belt and Road e ad altre iniziative di cooperazione economica e invitando la comunità internazionale a garantire un ambiente sicuro; nel marzo dell’anno successivo, il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha adottato all’unanimità la risoluzione 2344 che invita la comunità internazionale a rafforzare la cooperazione economica regionale attraverso la Belt and Road e altre iniziative di sviluppo, facendo proprio il concetto di “comunità umana dal futuro condiviso”, vero e proprio marchio di fabbrica dell’attuale dirigenza cinese guidata da Xi Jinping.

A livello regionale il consenso ha preso forma nella “Dichiarazione speciale sulla Belt and Road Initiative” adottata nel gennaio 2018 in occasione della riunione a Santiago della Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (Celac), e nella “Dichiarazione d’azione sulla cooperazione tra cintura e strada tra Cina e Stati arabi”, uscita nel luglio successivo dal Forum di cooperazione tra Cina e Stati arabi (Cascf).

La Belt and Road ha ormai entrata nelle agende di Paesi e organismi vari: a marzo 2019, vale a dire nella immediata vigilia dell’apertura del vertice, il governo cinese aveva firmato oltre 170 accordi di cooperazione con 125 Paesi e 29 organizzazioni internazionali, con una espansione significativa in Africa, America latina e Pacifico del Sud. Se poco prima dell’evento avevano aderito Italia e Svizzera, nel pieno dei lavori si sono aggiunti Guinea Equatoriale, Yemen, Cipro, Perù, Liberia e Giamaica, mentre l’Austria ha sottoscritto un memorandum per la collaborazione in Paesi terzi. Pochi mesi prima, sul finire del 2018, il ministero del commercio cinese aveva rilasciato diversi dati: nel corso dell’anno Pechino ha investito 12 miliardi di dollari in 55 Paesi segnando un aumento di oltre il 6% rispetto all’anno precedente, mentre il valore totale dei progetti contrattuali firmati lungo le rotte di Belt e Road ha raggiunto gli 81 miliardi di dollari Usa, assorbendo il 48,1% del valore totale dei progetti contrattuali oltremare cinesi nello stesso periodo di tempo.

Osservatorio Globalizzazione: La Nuova Via della Seta si può definire, senza alcun dubbio, anche una realtà europea. I Paesi dell’Europa Orientale hanno a lungo condotto il forum 16+1 con la Cina, a cui ora si è aggiunta la Grecia. Il Portogallo ha la Cina come primo investitore ed emette titoli in yuan. Anche l’Italia, come noto, ha firmato il memorandum di adesione. Come giudica la situazione per il Vecchio Continente?

E’ fuor di dubbio che, dal momento del suo lancio nel 2013, la Belt and Road Initiative abbia attirato l’interesse dei Paesi membri dell’Unione Europea. Poco dopo infatti, nel settembre del 2015, la Cina e l’UE hanno firmato un accordo per istituire la piattaforma di connettività UE-Cina per la promozione della cooperazione congiunta in materia di investimenti infrastrutturali e servizi di trasporto; già prima Pechino aveva mostrato il proprio interesse a rendere compatibili la nascente Bri con il piano Juncker da 385 miliardi di euro centrato principalmente sulla costruzione di infrastrutture. Resta però il fatto che la maggior parte degli investimenti cinesi in infrastrutture europee (autostrade, ferrovie e porti) si sono verificati al di fuori della piattaforma di connettività e che a prevalere è un approccio bilaterale con i singoli Paesi interessati, in modi e intensità diverse, alla collaborazione.

Così come accade per diverse aziende europee: la tedesca Siemens, oltre ad aderire formalmente all’iniziativa, ha firmato una dozzina di accordi di cooperazione con gruppi statali cinesi come China Railway Construction Group, China National Chemical Engineering Group e China Civil Engineering Construction Group.

Sul finire del 2018 Pechino ha pubblicato, in occasione del 15° anniversario del partenariato strategico globale Cina-UE, il nuovo documento politico sui rapporti con l’Unione Europea, nel quale si parla anche di collaborazione in ambito Belt and Road: «Promuovere lo sviluppo della piattaforma di connettività Cina-UE, cercare una maggiore sinergia tra l’iniziativa Belt e Road e i piani di sviluppo dell’UE, tra cui la strategia dell’UE per collegare l’Europa e l’Asia, il piano di investimenti per l’Europa, le reti transeuropee di trasporto, sfruttare attivamente il ruolo della Banca asiatica per gli investimenti infrastrutturali,la Banca europea per gli investimenti, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo e il Fondo comune di investimento Cina-UE». Si tratta di un documento uscito in un periodo nel quale, soprattutto da parte europea, avanzano elementi critici. Una linea, anche tendenzialmente in concorrenza, lungo la quale si pone il documento “Connecting Europe and Asia – Building blocks for an EU Strategy” rilasciato a settembre 2018 dalla Commissione europea. Incentrato sulle esigenze infrastrutturali dell’Asia e sulla necessità di maggiori collegamenti, non cita che in rare occasioni la Cina mentre non fa assolutamente alcuna menzione della Bri. C’è poi un vero e proprio allarme contro il nuovo “pericolo giallo”, rappresentato da una attenta e tentacolare strategia diplomatica cinese, è quello contenuto dal recente rapporto congiunto (“Authoritarian advance: Responding to China’s growing political influence in Europe”) del Mercator Institute for China Studies e del Global Public Policy Institute.

Entrambi basati in Germania, raccontano di una crescente e pericolosa influenza cinese in ogni ambito dell’Europa, dalle élite politiche ed economiche alla società civile e al mondo accademico, passando per media ed opinione pubblica. Si tratta di un rapporto il cui legame con le riflessioni d’Oltreoceano sullo “Sharp power” degli Stati autoritari (Cina e Russia) è assai evidente.

Osservatorio Globalizzazione: Chi sembra molto scontento delle iniziative cinesi è Donald Trump e, a livello aggregato, la leadership di Washington. Di che armi dispongono gli USA per frenare l’ascesa cinese, ora che le sanzioni a Huawei e i dazi si stanno dimostrano abbastanza spuntati?

Diego Angelo Bertozzi:  La premessa è doverosa: per l’attuale amministrazione Trump – aspetto in continuità con la precedente guidata da Obama – la Cina è il principale e più pericoloso avversario strategico degli Stati Uniti, l’unico che può mettere in discussione la posizione di predominio internazionale in diversi settori, quello tecnologico compreso.  L’arma di cui dispone Washington è tutta incentrata sull’aumento delle tensioni nella periferia asiatica della Cina, senza dimenticare la possibilità di sfruttare le tensioni che si aprono in Cina stessa come evidenziano i recenti fatti di Hong Kong.

L’amministrazione Trump ha aggiornato la strategia del “Pivot to Asia” del tanto criticato predecessore Obama in nome di una regione dell’Indo Pacifico libera e aperta, il cui nocciolo forte dovrebbe essere costituito dal rianimato Dialogo quadrilaterale di sicurezza (QUAD) con Australia, Giappone e India, chiamato a coordinare il contrasto all’ascesa cinese nella regione sfruttando l’integrazione che si è sviluppata tra le tre potenze regionali. Per ora la versione statunitense di questa iniziativa, sponsorizzata un decennio fa dall’attuale premier giapponese Abe, sembra essere più che altro un’ipotesi di lavoro, visto che i Paesi di questo neonato “fronte democratico” hanno solidi legami economici con Pechino (l’Australia), condividono con quest’ultima la partecipazione in organismi multilaterali quali Brics e Sco (l’India) o sono interessati ad un percorso, per quanto tortuoso, di riavvicinamento con il potente vicino e con parte del proprio capitale propenso a mettere piede nei progetti infrastrutturali della Nuova via della seta (il Giappone). Nel primo documento che raccoglie la nuova strategia di sicurezza dell’amministrazione Trump, nel quale l’America first si coniuga con l’espressione “preservare la pace attraverso la forza”, diverse sono le accuse rivolte a Pechino, oltre a quella ormai abituale di furto di proprietà intellettuali, con toni che ricordano un clima da guerra fredda (mondo libero contro mondo della repressione). In quanto “potenza sfidante” e “revisionista” (al pari di Russia e Iran) la Cina punta a plasmare il mondo imponendo valori antitetici a quelli degli Stati Uniti, minacciando la sovranità dei piccoli Paesi e promuovendo, attraverso investimenti all’estero, un modello politico incentrato sul ruolo direttivo dello Stato in economia.

Per quanto non esplicitato, il riferimento alla Belt and Road è presente in diversi punti del documento con accenni ovviamente preoccupati sulla sua valenza strategica in termini di aumento dell’influenza cinese, soprattutto in Asia: «Gli investimenti infrastrutturali e le strategie commerciali della Cina rafforzano le sue aspirazioni geopolitiche». La denuncia della natura “revisionista” della Cina è rafforzata dal documento «Indo-Pacific Strategy Report» rilasciato nel giugno 2019 dal Dipartimento di Stato. Le accuse coprono un ampio raggio di azioni e politiche, dalla repressione interna ai danni delle minoranze all’espansione delle strutture militari nel mar Cinese Meridionale, toccando in pieno la Belt and Road (anche se non sempre esplicitamente) per le presunte implicazioni militari: «Mentre gli investimenti spesso portano benefici per i paesi destinatari, compresi gli Stati Uniti, alcuni degli investimenti cinesi producono invece effetti economici negativi o costi in termini di sovranità del paese ospitante. Gli investimenti cinesi e i finanziamenti di progetti aggirano i normali meccanismi di mercato, portano a standard più bassi e a minori opportunità per le aziende e i lavoratori locali, e può comportare un notevole accumulo di debiti. Offerte unilaterali e opache sono incoerenti con i principi di un Indo-Pacifico libero e aperto, e stanno causando preoccupazione nella regione […].

Il lancio e i successi della Bri hanno spinto Stati Uniti e potenze regionali come India e Giappone, uniti dalla preoccupazione per la crescita di influenza politica di Pechino, a gettare le basi (sia individualmente che collettivamente) per iniziative infrastrutturali e di connettività in aperta concorrenza con quella cinese e ad un maggior coordinamento in ambito di sicurezza militare. Ma sono iniziative che – almeno ad oggi – non possono avere un impatto reale perché le risorse che Usa, Giappone, India o anche Australia destinano alle iniziative in concorrenza con la Belt and Road non hanno paragone per dimensione e coordinamento con quella della Belt and Road. L’atteggiamento di Washington sembra più orientato – e questo è segnale di difficoltà politico-diplomatica, più ad evitare l’adesione di altri Paesi piuttosto che quello di costruire una rete alternativa con una comparabile dimensione strategica.

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