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Dall’Algeria al Bataclan: come la Francia ha usato lo stato d’eccezione

Francia

Dall’Algeria al Bataclan: come la Francia ha usato lo stato d’eccezione

Le esecuzioni sommarie facevano parte integrante dei compiti inevitabili per garantire il mantenimento dell’ordine.Per questo erano stati chiamati i militari.Era stato instaurato il contro terrore, ma ufficiosamente, beninteso. Era chiaro che bisognava liquidare il fronte di liberazione nazionale e che soltanto l’esercito aveva i mezzi per farlo. Era talmente evidente, che non fu necessario dare ordini in questo senso a nessun livello.Nessuno mi chiese mai apertamente di giustiziare questo o quello.Andava da sé. Per quanto riguarda la tortura, il suo impiego era tollerato, se non raccomandato. Francois Mitterrand, il ministro della giustizia, aveva difatti un emissario presso Massu nella persona del giudice Jean Berard che ci copriva e che era perfettamente al corrente di quanto accadeva la notte.”

Questa breve citazione è tratta da un saggio di memorie scritto da Paul Aussaresses dal titolo “La battaglia di Algeri dei servizi speciali francesi“ (LEG 2007) ed è relativo a ruolo che ebbe la 41ª mezza brigata paracadutisti a Philippeville durante gli anni cinquanta nel contrasto alle azioni terroristiche del FLN algerino ,repressione che fu resa possibile grazie al ruolo determinate svolto dal Gen.Massu e dal Col.Roge Trinquier

Rivolgiamo adesso la nostra attenzione ad un altro saggio di analogo interesse e di analoga importanza di cui abbiamo discusso su Osservatorio Globalizzazione.

Il giornalista di inchiesta francese Vincent Nouzille autore del saggio  Les tueurs de la République (“Gli assassini della Repubblica”) sottolinea lo stato di eccezione giuridico posto in essere in Francia a seguito del terrorismo islamico. Ma vediamo di entrare nel dettaglio della sua ricostruzione.

La maggior parte delle disposizioni eccezionali dello stato di emergenza, decretate all’indomani degli attentati del 13 novembre 2015, sono state perpetuate in una nuova legge adottata alla fine del 2017.

In nome di una lotta globale al terrorismo, che amalgama fenomeni diversi, tutti i mezzi sembrano buoni di fronte a nemici sempre più radicali: sorveglianza, polizia amministrativa, operazioni di guerra, lancio di incursioni mirate. Ma i loro effetti a lungo termine rimangono controversi, poiché la violenza di stato alimenta inevitabilmente antagonismi irreversibili e di conseguenza indebolisce la democrazia moltiplicando le eccezioni e distorcendone le fondamenta.

La diffusione delle minacce spiegherebbe in parte l’urgente necessità, agli occhi dell’Eliseo, di queste misure di sicurezza e di azioni più offensive, dichiarate o più clandestine. Nonostante le qualità e la dedizione degli uomini impegnati in alcune di queste pericolose missioni, comprese le eliminazioni mirate, queste sollevano molte domande che riguardano la catena di comando. A causa del potere supremo del Presidente della Repubblica nelle istituzioni della Quinta Repubblica, il sistema decisionale poggia, in Francia, su un solo uomo, capo degli eserciti, come un Giove che avrebbe il potere di “scatenare il fulmine“.

Naturalmente per gli uomini dei servizi di sicurezza il dispositivo ha il pregio di essere veloce e efficace. Sempre in contatto con lo stato maggiore attraverso il suo particolare capo di stato maggiore, il presidente può dare il via libera ad un intervento militare su larga scala in pochi minuti. Ha anche accesso diretto al direttore della DGSE per autorizzare operazioni clandestine.

Tutto ciò conferisce a questo funzionario eletto rinchiuso nel suo palazzo un potere di vita o di morte, una sorta di eccezione francese che ha poco equivalenti nelle grandi democrazie occidentali.

Anche se è circondato da consiglieri e consulta i suoi ministri durante i consigli di difesa e sicurezza nazionale, il presidente decide senza alcun controllo. Decide senza alcun vero contrappeso parlamentare, come negli Stati Uniti con il Congresso e nel Regno Unito con le Camere, che possono porre veti alle operazioni militari e controllare da vicino i servizi di intelligence. François Mitterrand, da questo punto di vista, è stato il paladino dell’ambiguità, legittimando azioni di ritorsione con gli omicidi mirati in modo tacito o rispondendo con il silenzio ai direttori della DGSE. Quanto a François Hollande ed Emmanuel Macron, sembrano essere i più decisi e i più propensi ad agire in modo determinato.

Ora, alla luce di queste considerazioni, quale legittimità giuridica possono avere le operazioni clandestine attuate dalla Francia in funzione antiterroristica?

Fintanto che la discrezione è preservata, i decisori evitano questo dibattito sulla legalità concentrandosi sulla “legittimità” delle loro azioni, spesso legate a una ragione di stato. Significative a tale proposito sono le riflessioni di questi studiosi:

La ragione di Stato è l’imperativo in nome del quale il potere si autorizza a trasgredire la legge per l’incolumità del pubblico e in caso di circostanze eccezionali. In linea di principio si tratta di una negazione della legge ”, spiega il ricercatore di scienze politiche Olivier Chopin.Questo punto di vista è condiviso da François Saint-Bonnet, storico del diritto, che ritiene che “le esecuzioni extragiudiziali siano, in linea di principio, al di fuori del diritto internazionale”.

È evidente – conclude l’autore – che in questo difficile contesto, i rischi di slittamento sono numerosi, poiché le operazioni militari e clandestine comportano dei rischi. La Francia è soprattutto esposta ad essere trascinata in ingranaggi fatali, quelli di guerre segrete incontrollate, un impantanamento in conflitti inestricabili, in azioni terroristiche sempre più violento e danni collaterali indicibili.

Vediamo adesso di trarre alcune conclusioni da questa riflessioni ma non prima di aver sottolineato che i due episodi accostati hanno degli elementi comuni molto evidenti: riguardano la Francia, cioè uno stato democratico, riguardano un periodo che va dagli Anni Cinquanta al 2017 e soprattutto sono riferiti al fenomeno terrorista affrontato con mezzi eterodossi lontani cioè dalla logica democratica.Veniamo dunque alle conclusioni.

In primo luogo, credo sia assolutamente evidente che i valori della democrazia e del diritto internazionale sono stati svuotati di qualsiasi significato – seppure in via provvisoria – sia durante la guerra di Algeria che durante la guerra contro il terrorismo contemporaneo. Infatti la grammatica della Guerra al terrorismo non è compatibile con i valori della democrazia ma ne è al contrario la sua più clamorosa smentita. Un discorso analogo è stato fatto dallo scrivente in relazione alla strategia della tensione proprio sulle pagine dell’Osservatorio. 

In secondo luogo, la ragione di stato e gli arcani imperii rimangono una costante nel contesto dell’esercizio del potere e della sicurezza nazionale come ha sottolineato Pier Paolo Portinaro nel saggio laterziano “Il realismo politico”.

In terzo luogo le riflessioni sulla democrazia poste in essere dai classici del pensiero liberale come quelle di Bobbio, Von Mises, Sartori, Popper e Rawls trova una sonora smentita.

D’altronde come ricordava Lucio Colletti nell’Intervista:” da un punto di vista marxista la storia non può mai avere torto. In altri termini non si possono mai opporre dei puri e semplici assiomi a priori all’evidenza dello sviluppo storico effettivo”.

Nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, centro studi iscritto all'Anagrafe della Ricerca dal 2015. La finalità del centro è quella di studiare, in una ottica realistica, le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali ponendo l'enfasi sulla dimensione della intelligence e della geopolitica alla luce delle riflessioni di Christian Harbulot fondatore e direttore della Scuola di guerra economica(Ege) di Parigi

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