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L’Occidente e l’Europa

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L’Occidente e l’Europa

Uno dei padri fondatori della geopolitica, il pensatore svedese Rudolf Kjellen, riteneva la dicotomia Occidente/Oriente come un fondamento di questa scienza. Ad un Occidente orientato verso la materia ed il progresso si contrappone un Oriente rivolto verso lo spirito e la tradizione. In termini geopolitici, l’identificazione dell’Europa come “Occidente” può avere la sua origine nella teoria dell’Heartland del geografo britannico Sir Halford Mackinder. Di fatto, considerando lo spazio dell’Asia Centrale come il “cuore del mondo”, tutto ciò che si trova ad Ovest di esso diviene inevitabilmente Occidente. Tuttavia, la scienza geopolitica, così come oggi viene concepita, ha un’origine relativamente recente. Ed ancora più recente è la totale annessione dell’Europa a quell’Occidente che oggi si traduce semplicemente in uno spazio geografico intercontinentale contraddistinto dall’egemonia politica, militare e culturale degli Stati Uniti.

Oggi si è soliti ritenere il mondo greco come il fondamento dell’odierna “civiltà occidentale”. Ad onor del vero, non vi è nulla di più sbagliato. Mai, nell’antichità, un greco avrebbe utilizzato il termine “occidentale” in riferimento a se stesso. Questo perché l’“homo religiosus”, di una qualsiasi civiltà tradizionale abitante il vasto continente eurasiatico (dalla Cina alla Persia, fin proprio all’Antica Grecia), ha sempre considerato la sua Patria come il “centro del mondo”. Questo traspare con evidenza proprio in quei poemi omerici che rappresentano la prima rivelazione religiosa dell’Europa.

Giunto finalmente ad Itaca dopo lungo peregrinare, Ulisse, risvegliatosi sulla riva del mare ed incapace di riconoscere immediatamente la sua Patria avvolta nella nebbia, si avvicinò ad un giovane pastore incontrato lì vicino e domandò: “Quale terra è questa, che luogo è, quali uomini ci sono?”. Il pastore, in realtà Pallade Atena sotto mentite spoglie, replicò: “Moltissimi la conoscono, quanti abitano verso l’aurora e il sole, e quanti abitano dall’altra parte, verso la tenebra scura” (Odissea, Canto XIII, 239-241).

L’Iliade, inoltre, ci fornisce la migliore testimonianza di quella che era la geografia sacra dell’Antica Grecia attraverso la raffigurazione dello scudo di Achille forgiato da Efesto. Questo era suddiviso in cinque differenti zone circolari contenenti differenti rappresentazioni. Nella prima zona, la più centrale, è raffigurato il cielo (lo spazio del Divino); nella seconda si trovano due città, una in pace ed una in guerra, a rappresentare l’amministrazione civile e militare; nella terza zona si intravedono scene che richiamano l’attività agricola (semina, raccolto, vendemmia); la quarta zona rappresenta scene di vita pastorale; mentre nella quinta zona, l’ultima, si trova il grande fiume Oceano, il mare che avvolge e chiude la terra.

Oltre a fornire una esemplare conferma delle teorie di Georges Dumézil sullo schema trifunzionale (Re-Sacerdoti/guerrieri/contadini) delle società indoeuropee, la raffigurazione dello scudo di Achille può essere utile per lo scopo che ci si è prefissati in questa breve riflessione.

La quinta zona dello scudo è quella dell’Oceano. Al di là di esso vi è la “terra dei morti”: luogo che le civiltà tradizionali dell’Eurasia pongono sempre ad “Occidente”. Ulisse, nel Canto XI dell’Odissea, giunge all’Ade che si trova oltre i “confini dell’Oceano dalla profonda corrente”. La sua collocazione occidentale è resa evidente dal fatto che, al ritorno dalla terra dei morti, Ulisse si dirige verso l’isola Eèa dove è la casa di Aurora dalle dita rosa e “gli spiazzi dei cori e il quotidiano levarsi del sole” (Canto XII, 3-4).

Questa costruzione tradizionale della grecità implica il fatto che tutto ciò che appare al di fuori della rappresentazione geografica sacrale, e quindi all’infuori della stessa società, venga concepito come assolutamente estraneo e “barbaro”.

Una concezione del tutto simile si ritrova nella civiltà cinese. Qui lo spazio della società, l’unico in cui l’uomo può realizzarsi, è rappresentato ancora una volta su cinque livelli, sebbene la forma sferica venga sostituita da quella quadrata. Nel livello più alto si trova il Dominio Reale (lo spazio del Sovrano divinizzato). Nei livelli inferiori si trovano i vassalli ed i sudditi, mentre ai confini del livello più basso stanno i barbari. L’intero universo viene rappresentato come un carro: la base quadrata è la terra, mentre il baldacchino circolare è il cielo. Vi sono cinque segni cardinali: Nord, Est, Sud, Ovest e Centro. Un’idea che richiama quella iranica secondo la quale lo spazio geografico accessibile all’uomo viene suddiviso in sette regioni. Secondo questo modello spaziale, il cerchio centrale è costituito dal paese iranico intorno al quale vengono raggruppati altri sei cerchi, tangenti tra loro e uguali di raggio, rappresentanti, a nord, il mondo slavo-bizantino ed il Turkestan; a sud, l’Arabia e l’India; ad ovest, la Siria e l’Egitto; ad est, la Cina e il Tibet.

Ora, secondo la tradizione cinese, negli angoli sperduti del carro (la terra), non ricoperti dal baldacchino (il Cielo immagine del divino) stanno gli esseri mostruosi. É ad essi che appartiene l’Occidente.

Ancora una volta, l’idea che l’Occidente sia una sorta di “terra dei demoni” ha un suo riscontro in Omero. L’antro di Scilla, descritto nel Canto XII dell’Odissea, è “rivolto verso la tenebra”. Il filosofo neoplatonico Porfirio nella sua particolare esegesi del passo omerico in cui viene descritto l’antro delle ninfe (Odissea, Canto XIII, 102-112) con due porte, “l’una verso Borea e l’altra verso Noto”, afferma: “le parti boreali convengono alla stirpe mortale, cadente sotto la generazione; mentre le parti australi a quella [che ha un carattere] più divino; parimenti le parti di Oriente agli dèi e quelle di Occidente ai demoni”.

Dunque, lo stesso Impero romano nel quale era nato e vissuto Porfirio, qualcosa di sostanzialmente meno conforme ai canoni tradizionali della grecità, anche dopo la divisione operata da Diocleziano, ha continuato a considerarsi centro e mondo. Senza considerare che anche nella tradizione cristiana  è ad Occidente che cade Lucifero, tanto che il rito battesimale ortodosso prevede che il sacerdote rivolga la mano verso Ovest quando pronuncia la domanda: “rinneghi Satana?”.

L’invenzione dell’Occidente (come oggi lo conosciamo) è qualcosa di storicamente ben più recente. Essa è ascrivibile al momento in cui il mondo anglosassone ha iniziato a considerarsi come qualcosa di sostanzialmente nuovo e diverso rispetto all’Europa. Sulla base di un’antica leggenda secondo la quale il popolo inglese sarebbe diretto discendente di una delle dieci tribù perdute di Israele, nell’Inghilterra post-scismatica avvenne una sorta di processo di autoidentificazione con la “Nuova Israele”: un nuovo mondo che si opponeva al vecchio e corrotto mondo europeo.

Tale atteggiamento si è perpetuato in quei gruppi puritani estremisti che, partendo proprio dall’Isola britannica e nella profonda convinzione di rivivere l’esperienza biblica dell’Esodo e del Patto con un Dio esclusivo, colonizzarono il Nord America facendo strage della popolazione autoctona. In questo contesto, il concetto protestante di “predestinazione” raggiunge il suo apice nell’elaborazione dell’idea di “destino manifesto”: una consacrazione “provvidenziale” del neonato popolo americano che, autoidentificandosi in una sorta di “Messia collettivo” (il passaggio dal “Messia individuale” al “Messia collettivo” è un puro prodotto della Modernità: è una forma di “secolarizzazione” del messianismo), impone una trasformazione del mondo a sua immagine e somiglianza. L’“Occidente” si è così venuto ad identificare in una concezione filosofica del mondo quasi opposta a quella europea. Alla misura si è opposta la dismisura e il gigantesco, al comunitarismo l’individualismo esasperato e quel liberal-capitalismo che è divenuto dogma inconfutabile ed incontrovertibile.

Molti esponenti tedeschi della cosiddetta Konservative Revolution considerarono la Prima Guerra Mondiale come una vera e propria crociata dell’“Occidente” per fare in modo che la stessa Germania divenisse Occidente. Il teorico nazional-bolscevico tedesco Ernst Niekisch, in questo senso, pensò ad blocco eurasiatico unificato da Vlissingen a Vladivostok in totale contrapposizione all’Occidente ed alla sua ideologia liberal-democratica esemplificata nella presunzione di superiorità morale rispetto all’Europa dei 14 punti del presidente nordamericano Woodrow Wilson. Prima di loro, anche Nietzsche aveva individuato nell’imitazione scomposta dello stile inglese la fonte di una pericolosa degenerazione dello spirito tedesco ed europeo: una teoria successivamente fatta propria anche da Martin Heidegger.

Ciò che oggi viene spesso dimenticato è proprio il fatto che l’“essere Occidente” venne imposto all’Europa con la forza e con una occupazione militare, foriera di varie forme di sudditanza psicologico-culturale-politica (si pensi che l’attuale Parlamento europeo è infarcito di lobbysti in puro stile nordamericano), che oramai dura da oltre 75 anni. Una sudditanza che impone agli Europei di seguire per filo e per segno le mode (perché altro non sono) che fanno la loro comparsa dall’altra sponda dell’Atlantico, in ciò che è realmente emisfero occidentale. Così se a Boston, New York e Washington si abbattono o si vandalizzano le statue in nome di una presunta lotta al razzismo; in Europa si fa altrettanto senza alcun nesso logico, per pura imitazione. Si dà sfogo a degli istinti semibestiali che non scalfiscono di un centimetro i rapporti di forza e potere.

Sarebbe necessario che l’Europa guardì finalmente in faccia quel demone occidentale che le ha rubato sovranità e decisione politica. Per fare ciò dovrebbe riscoprire il proprio autentico nomos della terra; quella assegnazione originaria dell’Essere che rimane l’unica capace di superare, anche filosoficamente, la mera prevaricazione del materialismo talassocratico.

Dibattito sull’Occidente

Daniele Perra a partire dal 2017 collabora attivamente con “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e con il relativo sito informatico. Le sue analisi sono incentrate principalmente sul rapporto che intercorre tra geopolitica, filosofia e storia delle religioni. Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, ha conseguito nel 2015 il Diploma di Master in Middle Eastern Studies presso ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

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