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In memoria di Immanuel Wallerstein

In memoria di Immanuel Wallerstein

La morte di Immanuel Wallerstein ci ha privati di una delle menti più brillanti dell’ultimo secolo e di un intellettuale di prima grandezza, profondo conoscitore delle dinamiche in cui si relazionano nel “sistema mondo” equilibri politici, rapporti di forza e sviluppi economici. Wallerstein invita a sviluppare quel pensiero della complessità che è la bussola con cui l’Osservatorio Globalizzazione declina il suo lavoro, e per questo abbiamo voluto ricordarlo con una riflessione di Matteo Luca Andriola e un articolo di Amedeo Maddaluno. Voci che provengono dalla sinistra, l’area di riferimento di Wallerstein, e pongono l’attenzione sui principali sviluppi del pensiero dello studioso statunitense: la necessità, per la cultura politica di sinistra e per i movimenti di alter-globalizzazione, di riscoprire lo studio delle scienze strategiche e della geopolitica per avere un’analisi completa del mondo contemporaneo.

Matteo Luca Andriola: la geopolitica secondo Wallerstein

È venuto a mancare il 31 agosto 2019 Immanuel Wallerstein, sociologo, storico ed economista statunitense di scuola marxiana, noto per il suo sviluppo dell’approccio generale in sociologia che ha portato alla nascita del suo approccio al sistema-mondo partendo dall’analisi degli scritti di Fernand Braudel. Di lui sapevo veramente poco, dato che una biografia di Braudel che preparai all’università conteneva su questo intellettuale una semplice nota a piè di pagina. Lo voglio ricordare segnalandovi l’articoletto di Amedeo Maddaluno dove si spiega l’importanza della riscoperta della geopolitica in campo marxiano partendo da Lenin, che in “Imperialismo, fase suprema del capitalismo […] consegna alla letteratura marxista quello che per me è un classico di geopolitica […] che viene completato dai teorici della geoeconomia come Braudel o Wallerstein […] nella teorizzazione dell'”economia mondo”, con i suoi centri sfruttatori, periferie sfruttate e semiperiferie nel mezzo.” Una disciplina importante, ma ahimé snobbata come “pseudoscienza nazista” da vasti settori della sinistra europea (anche se Stalin dopo il 1937 liberò tutti i geopolitici sovietici internati nei gulag, e dagli anni ’60 la disciplina verrà studiata negli ambienti dell’Armata rossa, e rimodulerà la geostrategia di contenimento dell’avversario americano com’è evidente l’azione russa da Breznev in poi) che, spiega Maddaluno, “ci permette di cogliere le dinamiche dell’imperialismo, le dinamiche dei poteri capitalisti, le dinamiche dei conflitti tra classi traslati ed estesi a quelli tra le nazioni, attori insieme alle classi medesime del mondo contemporaneo. Nel testo di Lenin le nazioni vengono divise tra esportatrici di merci e quindi di capitali, due fasi dell’espansione del capitalismo imperialista desideroso di assicurarsi prima nuovi mercati di sbocco e quindi nuove aree in cui investire capitale per metterlo a maggior frutto grazie alla vasta disponibilità di materie prime e manodopera a basso costo. Si tratta di una preveggenza che ancora oggi ci stupisce perché anticipa perfettamente quando accade nel mondo odierno – lo stesso schema di lettura proposto da Wallerstein decenni dopo. Tutti questi schemi rendono imprescindibile un’analisi della geografia e del ruolo degli attori statuali, nonché dei loro rapporti di potenza.” Un motivo per riscoprirlo, e magari rivalutare gli scritti e la figura del colonnello sovietico Evgenij Morozov, associato della cattedra di studi militari e strategici dell’accademia militare “Frunze” di Mosca, il quale reintrodusse nei quadri dell’esercito sovietico e postsovietico lo studio della geopolitica.

Amedeo Maddaluno: alla sinistra serve la geopolitica?

Inizialmente pubblicato su “Bentornata Bandiera Rossa”.

La sinistra classica, storica, si è sempre concentrata – ed avendone ben donde – sulle tematiche della dialettica tra classi laddove la geopolitica si occupa invece di rapporti di potenza tra Stati, rapporti influenzati da dati geografici, antropologico-culturali, economici.

La “new left“, o “sinistra” liberaldemocratica, contemporanea ed antimarxista (vera sinistra?) semplicemente esclude ogni dialettica tra classi, ogni contrapposizione tra nazioni, ogni rapporto di forza tra stati dal proprio orizzonte analitico: siamo tutti destinati a dissolverci nell’irenica globalizzazione liberaldemocratica, globalizzazione dominata dalle logiche di mercato andanti e ben temperate dalla “società civile” e dai “diritti umani”. E’ una “sinistra” che ha preso piede dal ’68 e che ha per l’appunto a cuore non i diritti dei lavoratori e le tematiche economiche e sociali ma invece le libertà individuali e le tematiche individualiste.

Le battaglie della “new left” (curioso: in inglese “left” vuol dire sia “sinistra” che “ciò che rimane”) finiscono per coincidere con le battaglie individualiste e borghesi della destra liberista: si pensi al mito della libertà di impresa e dell’imprenditorialità o al focus unico sui diritti sessuali. La nuova sinistra è anche a favore dell’immigrazione incontrollata ritenendola non già una criticità da gestire ma un fenomeno positivo di per sé, stemperando l’antico internazionalismo proletario in una melassa buonista incapace di leggere i fenomeni capitalistici (il vero internazionalista si batterebbe perché l’imperialismo smettesse di provocare guerre ed affamare il terzo mondo, non certo per far sì che chi è misero in Africa possa semplicemente immigrare in Europa permanendo nella miseria la sua terra d’origine ed egli stesso). L’immigrazione risolve forse il problema dello sfruttamento?

Inquietante notare come gli interessi della “new left” finiscano per coincidere con quelli della destra mercatista (chiamiamola ironicamente “old right” o “usual right”): più immigrati e più disperati significa più braccia da sfruttare, l’esercito dei lavoratori di riserva in cui il capitale sguazza. Le contrapposizioni tra questo nuovo proletariato “lumpen” e la vecchia aristocrazia operaia dei nativi possono essere sfruttate dalle destre “patriottiche” (al sapor di truffa) per guadagnare braccia allo sfruttamento e parte della classe operaia alla causa del capitale (esattamente il progetto perverso di Lega Nord, Front National e partiti affini). Se il rapporto della vecchia sinistra con la geopolitica è di sostanziale disinteresse – o di diffidenza e ostilità intellettuale – il rapporto della “new left” con la geopolitica è invece di fiera ignoranza idealistica. Se la guerra bussa alle nostre porte è colpa dei nemici della globalizzazione e non degli squilibri causati da quest’ultima. Se a bussare alle porte è il conflitto tra forti e deboli, tra arricchiti e impoveriti, tra vincitori e vinti del mondo globalizzato – tra classi, insomma! – è solo perché di globalizzazione e di mercato non ce n’è abbastanza. Il male non esiste, esiste al massimo il “meno bene”, il bene in quantità non sufficiente, il bene non compreso. La geopolitica viene chiaramente vista di traverso: “scienza fascista”, da confinarsi nei circoli nazionalisti o militari(sti).

Sgombriamo il campo: chi scrive rifiuta ogni pensiero “eretico”. Gli occhiali giusti per leggere il mondo siano quelli della dialettica tra classi e dei rapporti economici, insomma quelli del marxismo classico. La geopolitica è però uno strumento per capire i conflitti e le complessità del mondo, i conflitti tra stati imperialisti – dominati dalle borghesie neomercantiliste – e stati deboli vittime della globalizzazione. Preferisco parlare di “neomercantilismo capitalista” (espressione di mio conio) piuttosto che di un “neoliberismo” che potrebbe addirittura non esistere nella prassi. Intendiamoci: i liberisti (togliamo il “neo” giacché essi sono sempre uguali a quelli vecchi), coloro che predicano il verbo del dio-mercato come panacea per tutti i mali dell’uomo esistono eccome, ma il fatto è che nemmeno loro credono alle panzane che raccontano. Il liberismo delle multinazionali (americane ed europee) altro non è che un neomercantilismo concepito per assoggettare l’umanità.

Un “Imperialismo, fase suprema del capitalismo” perfettamente previsto da Lenin nell’omonimo studio. Lenin consegna alla letteratura marxista quello che per me è un classico di geopolitica e che viene completato dai teorici della geoeconomia come Braudel o Wallerstein (grande mente della sinistra contemporanea!) nella teorizzazione dell'”economia mondo”, con i suoi centri sfruttatori, periferie sfruttate e semiperiferie nel mezzo.

La geopolitica ci permette di cogliere le dinamiche dell’imperialismo, le dinamiche dei poteri capitalisti, le dinamiche dei conflitti tra classi traslati ed estesi a quelli tra le nazioni, attori insieme alle classi medesime del mondo contemporaneo. Nel testo di Lenin le nazioni vengono divise tra esportatrici di merci e quindi di capitali, due fasi dell’espansione del capitalismo imperialista desideroso di assicurarsi prima nuovi mercati di sbocco e quindi nuove aree in cui investire capitale per metterlo a maggior frutto grazie alla vasta disponibilità di materie prime e manodopera a basso costo. Si tratta di una preveggenza che ancora oggi ci stupisce perché anticipa perfettamente quando accade nel mondo odierno – lo stesso schema di lettura proposto da Wallerstein decenni dopo. Tutti questi schemi rendono imprescindibile un’analisi della geografia e del ruolo degli attori statuali, nonché dei loro rapporti di potenza.

Mi rivolgo a te, dunque, compagno: credi che rinunciare alla geopolitica sia saggio? Credi che lasciarla – come in effetti spessissimo è accaduto nella storia – ai nazionalisti e ai militari(sti) sia utile?

Si è laureato in Economia presso l’Università commerciale Luigi Bocconi di Milano nel 2011. Dopo un’esperienza di cooperazione in Egitto durante le elezioni parlamentari dello stesso anno, inizia a collaborare con diverse riviste di Studi internazionali («Affari Internazionali», «Eurasia», «ISAG – Geopolitica» e altre). Si occupa di storia ed economia politica nonché di strategia e affari militari con un forte focus sul mondo arabo e islamico e sullo spazio post–sovietico, sia come analista che come appassionato viaggiatore.

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