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Quale cultura politica per l’era della globalizzazione?

La globalizzazione ha ormai un buon quarto di secolo, ma stenta ancora ad esserci una cultura politica del tempo della globalizzazione, se si esclude qualche accenno.

Siamo ancora lontani dall’aver composto una “grammatica” della globalizzazione, vale a dire del nostro tempo. Molti singoli fenomeni (dall’immigrazione al web, dall’integrazione finanziaria mondiale alla comparsa dei fondamentalismi, dalla affermazione di una governance mondiale tecnocratica alla comparsa dei populismi) trovano interpretazioni più o meno plausibili, ma sfugge la loro interdipendenza e non siamo in grado di apprezzarne adeguatamente il quadro di insieme. I mutamenti si succedono velocissimo e gli analisti non riescono a tenervi dietro neanche con l’ausilio dei supporti informatici.

Aggiornare la cultura politica all’era della globalizzazione

In tutto questo è probabile che incidano radicate abitudini intellettuali che oggi appaiono un ostacolo formidabile per comprendere il presente.

Ad esempio, molti fenomeni vengono minuziosamente analizzati in termini di logica lineare nel rapporto causa-effetto, che oggi non appare più adeguata al compito di spiegare fenomeni segnato da un alto grado di interdipendenza. Oppure si studiano le dinamiche con una impostazione disciplinare rigidamente specialistica che impedisce, appunto, una visione di insieme: gli economisti ignorano la politica o le dinamiche sociali, i politologi ignorano l’economia e sanno poco di antropologia, i sociologi non si pongono problemi di ordine finanziario e sanno poco di storia e di geografia e tutti sono proiettati sul loro specifico disciplinare, in questo assecondati tanto dalla struttura disciplinare delle carriere accademiche quanto dall’organizzazione dell’industria culturale ed in particolare editoriale.

Occorre fare un salto in avanti, lasciandosi alle spalle molte convinzioni e riverificare molti approcci disciplinari.

E forse è bene partire da un dato poco considerato. Sin qui, la globalizzazione è stata percepita soprattutto come integrazione finanziaria del mondo e, in effetti, il motore finanziario è stato il principale vettore del fenomeno. Ma se questo è vero nell’immediato, perde molto del suo significato sul lungo periodo ed in particolare in presenza di una inedita crisi finanziaria che, insieme ai mutamenti geopolitici intervenuti, ha ridato spazio all’azione degli stati nazionali ed alla politica rispetto alla finanza. Il tema dell’interesse nazionale è oggi più centrale che mai, come ha giustamente sottolineato Alessandro Aresu. Ma, soprattutto sul piano degli effetti di lungo periodo, il mutamento più profondo non è di carattere economico-finanziario ma culturale e psicologico, perché ha al suo centro i conflitti identitari.

La “grammatica della globalizzazione”

Huntington forse è stato il primo a comprendere quel che sta accadendo, ma ha considerato solo l’aspetto del conflitto sub specie del “conflitto di Civiltà” ed il conflitto indubbiamente c’è, ma esso è sempre inevitabile e generalizzato? Ed in che forme occorre contenerlo? D’altro canto, se nell’interpretazione di Huntington c’è un elemento di verità, il suo modello presenta non pochi elementi di debolezza: come accade che un “modello di civiltà” diventi un soggetto politico? Cosa contraddistingue un modello di civiltà (la sua classificazione lascia molto perplessi)? È possibile parlare di modello di civiltà come dato omogeneo ed incontaminato? Ed in che forme si manifesta il conflitto? Forme statuali? Ma la guerra asimmetrica è uno dei prodotti più evidenti della globalizzazione, come hanno ben spiegato finire degli Anni Novanta i cinesi Wang Xiangsui e Qiao Liang e come scritto, di recente, dal generale Fabio Mini. E poi, siamo sicuri che le civiltà giunte a contatto fra loro, possano solo confliggere e non produrre dinamiche di convergenza o cooperazione?

Dunque occorre costruire una “grammatica della globalizzazione”, una cornice entro la quale iscrivere il nostro tentativo di analisi storica del presente. E non si può capire quel che sta accadendo senza studiare le 5 “C” della globalizzazione: Conflitto, Competizione, Convergenza, Contaminazione che si sintetizzano in un’altra C onnicomprensiva: Complessità.

Competizione: uno stato di tensione controllata

Del Conflitto abbiamo già accennato e ci torneremo, passiamo alle altre C. La Competizione è una forma più indiretta e contenuta di conflitto, è quella in cui prevale la dimensione economica, ma non c’è solo quella (si pensi alla competizione scientifica, culturale, di influenza ecc.). La competizione è una forma di conflitto attenuato perché presuppone l’esistenza dell’altro da battere ma non da debellare. Ad esempio, in economia si può competere ma sempre non superando un certo limite perché, diversamente, con ci sarebbe un altro che importa le merci, sottoscrive i titoli di debito, scambia moneta ecc. allo stesso modo la competizione scientifica presuppone uno scambio, magari ineguale, perché c’è uno che prende più di quel che dà, o sul piano culturale, perché senza scambio non c’è influenza o egemonia culturale. Ma lo scambio presuppone l’esistenza dell’interlocutore che non deve essere debellato. Spesso la competizione sfocia in una guerra, ma questo non è l’esito desiderato, perché in guerra non si fanno buoni affari con il nemico, non c’è scambio culturale o scientifico ecc. Dunque la competizione ci appare come uno stato di tensione controllata.

Convergenza: sinergia nell’era della globalizzazione

La Convergenza è stata esaminata da Courbage sotto il profilo demografico che esprime una tendenza a ridurre il numero dei figli per donna ed ad alfabetizzare le nuove generazioni, per cui, quando la soglia dei figli per donna cade sotto il 3 e la maggioranza dei giovani è alfabetizzata, nel giro di una generazione (25 anni) si verifica una rivoluzione che modernizza il paese. Forse c’è troppo ottimismo in questa proiezione, ma ci sono sicuramente alcune conferme storiche (in qualche modo, ultima, la primavera araba)  e soprattutto c’è un meccanismo per cui la globalizzazione genera convergenza: proprio la competizione spinge gli attori a mettersi al livello del più forte, gli scambi economici spesso attenuano le diseguaglianze, la delocalizzazione favorisce l’accesso allo sviluppo di alcuni paesi, la cooperazione favorisce l’integrazione di alcune economie in via di sviluppo,  l’uso di codici comunicativi comuni attenua le diseguaglianze di livello culturale ecc.

Di fatto, in una serie di attività umane si osservano dinamiche convergenti: sicuramente i differenziali fra mondo occidentale e potenze emergenti (in particolare Brasile, India, Cina) si sono considerevolmente attenuati. Ma è anche vero che si sono approfonditi (almeno per ora) quelli con altri, così come la delocalizzazione ha favorito lo sviluppo di alcuni paesi che hanno visto diminuire le diseguaglianze rispetto ai più forti, ma solo a presso di un aumento a volte spaventoso delle diseguaglianze interne. Dunque un fenomeno reale, ma non sempre univoco e meno lineare di quel che l’ottimistica teoria di Courbage non dica.

Contaminazione: l’essenza della globalizzazione

La Contaminazione è probabilmente l’aspetto meno studiato e meno compreso, ma forse più caratteristico del processo di globalizzazione. Già il discorso di Huntington si presta ad una critica: la sua descrizione del nuovo ordine mondiale, descrive i modelli di civiltà come costruzioni omogenee e compatte. La realtà ci dice che, per effetto dell’immigrazione, delle comunicazioni (dalle mail ad internet ecc.), del turismo di massa, della compenetrazione economica, del meticciato sessuale ecc.) ogni aggregato nazionale, e a maggior ragione sovranazionale. è una realtà assi più porosa e disomogenea di quel che non si pensi. D’altro canto, già il colonialismo dei tre secoli scorsi ha fortemente contaminato culture, lingue, istituzioni ecc. naturalmente con effetti e dinamiche ben diversi per colonizzati e colonizzatori. E questo già ci avverte di un aspetto della contaminazione: il suo carattere diseguale sia dal punto di vista della profondità che dei diversi strati ed aspetti. Non in ogni caso si sono verificate le stesse dinamiche molto è dipeso dalle diverse condizioni geografiche, etniche, demografiche, culturali di partenza, dalle diverse politiche coloniali, dalla durata del dominio.

Quasi dappertutto si è imposta la lingua dell’occupante europeo ma con esiti molto diversi: in alcuni contesti (ad esempio America Latina) ha sostituito del tutto le lingue precedenti, in altri (Africa occidentale e centrale, India) si è sovrapposta alla lingue originarie, magari affermandosi come espressione veicolare in contesti con più idiomi, in altri ancora (Indonesia, ma anche Siria, Iraq, Libia, Eritrea ecc.)  ha lasciato tracce meno profonde e durature, in altri casi (ad es. le Filippine) la lingua del colonizzatore originario è stata in buona parte sostituita da altro idioma europeo. Stessa casistica potremmo fare per quanto riguarda la religione: ci sono Paesi totalmente cristianizzati, altri parzialmente, altri solo marginalmente ed è interessante notare come ci sia, grosso modo, una corrispondenza fra penetrazione linguistica e penetrazione religiosa, anche se esistono rilevanti eccezioni (l’India è fortemente penetrata dall’inglese, ma è solo limitatamente cristianizzata).

Dunque, i “modelli di civiltà” (con l’eccezione di quelli europei che sono stati colonizzatori) non hanno quasi mai mantenuto una qualche “purezza” delle origini e sono stati normalmente contaminati dalle culture europee ed è interessante notare come anche i paesi che non hanno mai conosciuto colonizzazione (Cina, Giappone, Turchia, Tailandia) o quelli che l’hanno subita per periodi poco significativi (Etiopia, gran parte del medio oriente asiatico) risultano in vario modo contaminati, per effetto degli scambi commerciali, della penetrazione missionaria, degli scambi culturali, di pur brevi occupazioni militari ecc.

Europa e Usa, due casi a parte

Vice versa, i Paesi europei e gli Usa risultano assai meno contaminati, proprio perché hanno avuto il loro contatto con le culture altre in posizione di forza favorevole. C’è un particolare che illustra molto bene questa disparità di atteggiamenti: in Europa e negli Usa esistono discipline specialistiche definite “orientaliste” mentre nei paesi afroasiatici non esistono discipline specialistiche definite “occidentalistiche”, il che sottintende un valore parziale e locale delle culture orientali, il cui studio è affidato a specialisti, mentre le culture europee, che sono studiate sotto il profilo nazionale (ad es esistono cattedre di letteratura Italiana, francese, spagnola o inglese) ma non danno luogo ad uno specialismo occidentalista perché vengono assunte come valore universale e ci sono molti meno europei che conoscono Confucio o Li Yu di quanti cinesi conoscono Shakespeare o Petrarca.

Questo provoca effetti per certi versi paradossali, per i quali, gli europei, che effettivamente hanno invaso militarmente ed imposto le proprie lingue, religioni ed istituzioni in gran parte del mondo e continuano ad invadere militarmente interi paesi, si sentono “invasi” da pochi milioni di profughi o immigrati in cerca di fortuna, mentre i Paesi ex coloniali  non si sentono affatto invasi dalle centinaia di migliaia di studenti, missionari, istruttori militari, commercianti ed imprenditori, tecnici, giornalisti, insegnanti, addetti culturali ecce cc che ogni anno si riversano da Europa e Stati Uniti verso quei paesi. E non si tratta solo del diverso peso percentuale nei confronti delle rispettive popolazioni autoctone, ma rivela un diverso grado di apertura verso le culture “altre” fra chi è stato maggiormente contaminato e chi è assai meno abituato a questo.

Ma soprattutto, questo approccio “universalistico” alla cultura occidentale è, in qualche modo, l’”ombra lunga” (ed in gran parte inconsapevole) del colonialismo, per cui l’Occidente identifica sé con ogni modernizzazione possibile e (come rilevava già Huntington) è portato a pensare che modernizzazione sia sinonimo di occidentalizzazione e la globalizzazione è stata immaginata come un immenso processo di adattamento del resto del mondo all’Occidente.

E questo, ovviamente, non ha permesso di capire molti dei processi che stavano per innescarsi, in particolare il conflitto di identità che in forme varie (dal fondamentalismo religioso alla violenza contro le donne, dal neo nazionalismo all’ omofobia, dalle campagne islamofobe ai vari movimenti di “ritorno alle origini” ) si stanno manifestando sotto una comune ispirazione integralista. Tutti i fondamentalismi portano in sé l’immaginario di una originaria purezza da ripristinare rifiutando la modernità, ma, in realtà, essi recano già evidentemente i segni di una contaminazione irreversibile, che assume piuttosto il segno di una “modernità selettiva”, per cui, ad esempio, gli islamisti accoppiano disinvoltamente la sottomissione della donna, una visione magico religiosa del mondo ed il Kalashnikov o il messaggio sul web.

Il mondo della complessità

Contrariamente alle attese di una cultura unica mondiale, la contaminazione non sta producendo questo ma conflitti di tipo identitario. La contaminazione si accompagna alla convergenza, ma anche al conflitto e tutto nello stesso tempo e contraddittoriamente, perché la base culturale non è sovrastruttura, ma struttura e reagisce al contatto con elementi di culture altre producendo nuove sintesi.

E qui veniamo al punto finale della complessità. Quello che caratterizza la nostra epoca è la compresenza, nello stesso tempo e nello stesso spazio, di tendenze spesso antitetiche che innescano effetti controintuitivi. La globalizzazione con i suoi mezzi di comunicazioni ultraveloci ha totalmente modificato le nozioni di tempo e di spazio rendendo tutto contemporaneo a sé stesso e provocando reazioni in tempi millesimali, talvolta addirittura anticipate sulla base di aspettative, con risultati imprevedibili. Questo fa saltare del tutto le già precarie aspettative di rapporti lineari causa-effetto. Ormai il mondo non è comprensibile con la logica lineare ed impone il salto della complessità.

Ed a partire da questo quadro concettuale possiamo iniziare a pensare la nostra “grammatica del presente”.

Nato a Bari nel 1952, Direttore dell'Osservatorio Globalizzazione, è ricercatore di Storia contemporanea presso l’Università degli studi di Milano. E’ stato consulente delle Procure di Bari, Milano (strage di piazza Fontana), Pavia, Brescia (strage di piazza della Loggia), Roma e Palermo. Dal 1994 al 2001 ha collaborato con la Commissione Stragi ed è salito alla ribalta delle cronache giornalistiche quando, nel novembre 1996, ha scoperto una gran quantità di documenti non catalogati dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, nascosti nell’ormai rinomato “archivio della via Appia”.

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