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La fine della storia di Fukuyama: una profezia smentita due volte

Nel 1989 Francis Fukuyama profetizzò l’imminente “fine della storia” riferendosi al fatto che, dopo il crollo del comunismo sovietico e la fine della Guerra Fredda, la democrazia liberale e il capitalismo sarebbero stati destinati a pervadere, gradualmente, tutte le nazioni del pianeta. Tre decenni dopo, constatiamo che tale previsione era eccessivamente semplicistica. E il primo a rendersi conto che la fine della Guerra Fredda non ha frenato, ma bensì accelerato, il dispiegarsi della storia è lo stesso Fukuyama. Il 18 marzo 2017 la rivista svizzera NZZamSonntag ha pubblicato un’intervista a Fukuyama in cui l’autore ritrattava numerose considerazioni espresse in passato, tradotta da chi scrive per Osservatorio Globalizzazione.

Parlando a Giannuli di questa intervista, chi scrive scherzava col direttore di Osservatorio Globalizzazione, sul fatto che il titolo più appropriato sarebbe stato:«Persino Fukuyama se ne è accorto!» Ovvio sottotitolo: «La storia non è finita manco per niente». Dal lungo scambio di battute che caratterizza l’intervista emerge infatti, in modo più o meno consapevole e più o meno esplicito, come la celebre previsione sulla fine della storia sia, alla prova dei fatti, crollata pezzo per pezzo: una parte del mondo si è mostrata insensibile al richiamo della democrazia liberale, un’altra parte, ad esempio la Russia, dopo un iniziale, apparente avvicinamento è poi ritornata sui propri passi, ma soprattutto l’Occidente, culla della modernità democratico-liberale, sta attraversando oggi una devastante crisi di legittimità e funzionalità del proprio sistema politico.

Fukuyama cerca ora di conciliare un giudizio largamente critico sulla situazione politica attuale, in particolare verso gli Stati Uniti di Donald Trump, con il suo vecchio ottimismo deterministico, arrivando a leggere il presente come una temporanea deviazione dello spirito universale. La fine della storia sarebbe dunque solo rimandata e persino le numerose anomalie inaspettatamente insorte finirebbero, in una certa maniera, per confermare l’ineluttabile avvento della democrazia liberale su scala mondiale.

Come evolvono gli argomenti di Fukuyama

Chi ha però letto con attenzione l’opera di Fukuyama non può non notare come le sue stesse parole smentiscano e si distanzino dall’ipotesi originale ben più di quanto egli sia disposto ad ammettere. «La fine della storia e l’ultimo uomo» prendeva infatti le mosse non da una teoria normativa à la Rawls, ma dalla constatazione di uno sviluppo storico oggettivo, ossia il crollo del sistema comunista a causa delle sue contraddizioni interne ed una spontanea tendenza mondiale, ancora parziale ma chiara, alla conversione dei sistemi nazionali in chiave democratico-capitalistica; Fukuyama cercava quindi di dimostrare che questo dato reale si fosse determinato seguendo una precisa logica dello sviluppo storico, di cui la democrazia liberale, modello di organizzazione sociale ormai privo di contraddizioni essenziali, rappresentava la forma compiuta ed andava così affermandosi in tutto il mondo perché non c’era tutto sommato alcun motivo per cui ciò non dovesse avvenire.

Nell’argomento di Fukuyama insomma il razionale, confermando il reale, gli conferiva una natura necessaria e definitiva. Del tutto diversa è l’interpretazione che Fukuyama, rispondendo all’ultima domanda dell’intervista, dà della sua previsione sulla fine della storia: qui non vi è più la giustificazione del reale attraverso il razionale, ma la ben più modesta considerazione che la democrazia è, in linea teorica, il sistema migliore e dunque la storia è finita nel senso che essa non potrà più produrre niente di meglio; che poi in un tempo diventato indefinito «lo sviluppo storico sfocerà in una forma di democrazia liberale», si riduce ad una sorta di atto di fede, poiché Fukuyama non è più in grado di individuare un processo oggettivo che gli permetta di fondare la sua convinzione su una supposta identità tra razionale e reale.

La metafora della carovana

Per valutare quanto la nostra obiezione possa risultare calzante, è opportuno verificare se Fukuyama già negli Anni Novanta prevedesse che la marcia trionfale della democrazia capitalistica potesse andare incontro ad ostacoli, sfide e battute d’arresto. A questo proposito possiamo richiamarci alla metafora della carovana di carri in viaggio verso la città, a cui Fukuyama ricorre nelle ultimissime pagine della sua opera. Qui è effettivamente contemplata tanto la possibilità che alcuni carri, simbolo degli stati nazionali, non giungano mai alla città, quanto che altri decidano di abbandonarla per rimettersi in cammino. Tuttavia non regge il paragone con l’attualità: è chiaro che la metafora della carovana contemplava che, al più, piccoli gruppi di stati potessero non partecipare al processo di democratizzazione, ma è chiaro che queste anomalie non avrebbero potuto prendere le forme di un movimento generale di rifiuto della democrazia liberale, così come oggi si sta configurando e come lo stesso Fukuyama ammette («Noi ci stiamo effettivamente muovendo nella direzione sbagliata»).

È per altro difficile che Fukuyama ritenesse possibile che il ruolo di “carro ribelle” potesse essere giocato da alcuna delle potenze liberali e meno che mai dagli Stati Uniti, che nella sua visione teleologica rappresentano persino qualcosa di più di ciò che la Germania rappresentava per Marx; ma soprattutto le eccezioni dovevano presentarsi in un quadro complessivo che confermasse la previsione. Che senso avrebbe altrimenti indicare nella democrazia liberale la fine della storia, se essa potrebbe benissimo venir scartata dalla gran parte dei Paesi? Eppure adesso Fukuyama afferma con assoluto candore l’incompatibilità dell’ideale democratico, ad esempio, con l’Islam (1,8 miliardi di persone) e la Cina (1,4 miliardi). Forse con «fine della storia» intendeva in realtà quella della Svizzera?

L’analisi di Fukuyama e la globalizzazione

Un secondo motivo per cui la previsione di fine della storia è da considerarsi confutata riguarda le cause specifiche dell’attuale crisi. L’unica minaccia alla democrazia liberale che Fukuyama, in passato, sembrava prendere sul serio consisteva nell’avvento dell’ «ultimo uomo» nietzschiano, menzionato non a caso già nel titolo dell’opera. Si prevedeva cioè che, in un mondo che procedeva per gradi crescenti di razionalità e giustizia, l’unica motivazione che potesse spingere alla contestazione dell’ordine costituito sarebbe stata l’«insoddisfazione della libertà e dell’eguaglianza» da parte di uomini materialmente appagati ma desiderosi d’avventura, poiché l’ «esperienza ci dice che se gli uomini non possono combattere per una giusta causa perché questa ha già vinto nella generazione precedente, prenderanno le armi contro la giusta causa». In un certo senso Fukuyama immaginava che se una contraddizione in seno ad un sistema democratico doveva darsi, questa sarebbe scaturita dal conflitto nell’animo degli uomini tra la loro componente razionale, che avrebbe dovuto generare consenso verso un sistema economicamente efficiente e politicamente funzionale, e la componente «timotica», desiderosa di una condizione esistenziale meno routinaria e non vincolata dall’egualitarismo.

Ancora una volta diverse sono però le osservazioni di Fukuyama, fatte nel corso dell’intervista, dove ammette che qualcosa si è rotto tra gli ingranaggi del sistema. Se dunque la politica americana è diventata meno capace di rispondere alle sfide del presente e la globalizzazione capitalista ha funzionato come strumento di spoliazione delle classi medio-basse a vantaggio delle élite, la critica verso l’esistente torna ad essere, anche agli occhi del nostro, razionalmente legittima. Si riabilita pertanto accanto alla «critica di Destra» (l’avvento dell’ultimo uomo») quella «di Sinistra», che insiste invece sull’imperfetta razionalità del binomio democrazia-capitalismo, precedentemente scartata da Fukuyama. E nuovamente la fiducia in uno sviluppo spontaneo verso il meglio si riduce a convinzione che, se ci si fosse attenuti più diligentemente ai principi liberaldemocratici, le cose non sarebbero andate così.

L’attualità del pensiero di Fukuyama

In conclusione, l’intervista si mostra come una combinazione di elementi interessanti e problematici. Questo tratto è ben visibile, ad esempio, nelle riflessioni sulla «politica dell’identità» e sulla metamorfosi del Partito Democratico americano. A tal proposito Fukuyama mette in luce, anche con una certa acutezza, come la politica dell’identità nasca da una parte come reazione alla globalizzazione, dall’altra abbia avuto tra i suoi effetti, soprattutto in America, l’erosione dello spazio politico e del tessuto sociale. Il partito democratico per parte sua avrebbe abbandonato la tematica del lavoro e con essa la stessa classe lavoratrice, per riconvertirsi a difensore degli interessi particolari di certi gruppi sociali (donne, omosessuali, neri ecc.) favorendo ulteriormente la polarizzazione della società americana. Ciò che però Fukuyama rifiuta esplicitamente di fare è mettere in relazione queste degenerazioni sistemiche con i presupposti del modello di organizzazione sociale di cui lui ha celebrato una delle più convinte e fortunate apologie.

Non va dimenticato che Fukuyama identificava, sulla scorta dell’ideologia neoliberista, la dimensione razionale della società nello sviluppo delle forze produttive attraverso la liberalizzazione dei mercati e la riduzione dei costi di transizione, per cui legittimava un intervento dello stato in quest’ambito solo se orientato alla “fluidificazione” dell’economia tramite la limitazione del potere sindacale, della messa a disposizione per il mercato di beni o risorse ecc. (da questa concezione erano derivate affermazioni inquietanti del genere: «Se la gente fosse nient’altro che desiderio e ragione, sarebbe ben contenta di vivere in stati autoritari orientati verso un’economia di mercato, come la Spagna di Franco, la Corea del Sud o il Brasile sotto il regime militare»).

Se l’economia (neoliberista) corrispondeva all’anima razionale dell’uomo, all’ideale democratico competeva la semplice soddisfazione dell’umano desiderio di riconoscimento. Considerato che questo progetto di civiltà ha, se non posto fine alla storia, comunque trionfato in tutto l’Occidente da quarant’anni a questa parte, diventa difficile non concludere che l’attuale ossessione per l’identità sia il risultato di una anti-pedagogia politica di massa che ha cercato di svincolare un numero crescente di questioni, non solo economiche, dal controllo democratico. Nel caso specifico del Partito Democratico americano così come della Socialdemocrazia europea, non avendo potuto e voluto sottrarsi al tabu sull’inviolabilità del capitalismo e della sua autonomia dalla politica, non è restato loro che tentare di legittimarsi agli occhi dell’elettorato ponendosi come il partito dei diritti civili, occultando il più possibile, quando non mistificando, la questione sociale.

Nonostante tutte le criticità evidenziate, va riconosciuto a Fukuyama ancora una volta il merito di dar voce ad una parte importante del ceto dominante occidentale con tale sistematicità e franchezza da rendersi un punto di riferimento imprescindibile anche per i suoi avversari. Questa intervista dimostra così a distanza di decenni dalla pubblicazione de «La Fine della Storia» come la figura intellettuale di Fukuyama, nelle sue ammissioni, omissioni e sublimazioni, resti una delle più compiute espressioni dello spirito del nostro tempo.

Leggi su Osservatorio Globalizzazione la traduzione dell’intervista a Fukuyama ad opera di Lucio Mamone.

Nato a Reggio Calabria, classe 1990, è dottorando in Filosofia presso la Goethe Universität di Frankfurt am Main. La sua attività di ricerca ha come principale focus la teoria politica ed è particolarmente rivolta all’analisi della categoria di totalitarismo nel suo rapporto con la modernità.

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