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La ribellione delle élites e lo spettro di un nuovo totalitarismo. Charles Wright Mills e i suoi interpreti

La ribellione delle élites e lo spettro di un nuovo totalitarismo. Charles Wright Mills e i suoi interpreti

Dopo il primo capitolo della sua analisi e la riflessione intorno ai limiti del pluralismo, intervallati dagli excursus di Giuseppe Gagliano sul socialismo libertario e il pensiero di Noam Chomsky, torna con noi Michele Gimondo con la terza parte del suo articolo

Wright Mills non si era limitato a descrivere la struttura dell’élite americana; aveva anche sottolineato la condivisione di orizzonti e riferimenti culturali che si ritrovava tra i suoi componenti. Il punto viene ulteriormente approfondito nel 1995 da Christopher Lasch, con la pubblicazione del fortunato saggio La ribellione delle élite. In quelle pagine troviamo un’interessante riflessione intorno ad alcuni aspetti caratteristici della nuova società americana, dal declino delle arti civiche al persistere delle discriminazioni razziali, ma soprattutto l’indignata denuncia di un tradimento, quello perpetrato dalle oligarchie ai danni della democrazia. 

Le classi elevate sono sempre esistite, però «non sono mai state così pericolosamente isolate da quanto le circonda».[1] A spaventare Lasch non è tanto la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi – fenomeno certo deprecabile, ma che affonda le sue radici nella notte dei tempi, e di cui quindi non occorre stupirsi – quanto l’abisso che si viene a spalancare tra i cittadini comuni, alle prese con i fardelli della vita di ogni giorno, e i detentori di grandi patrimoni. Questi ultimi, se un tempo avvertivano forte il senso di responsabilità nei confronti della collettività, sembrano oggi aver interamente perso la consapevolezza delle loro radici.[2] Cantori di uno stile di vita apolide, dall’alto della loro visione cosmopolita celebrano i vantaggi di una globalizzazione senza frontiere, le opportunità create dall’integrazione crescente delle economie e dal progresso tecnologico, sbeffeggiano i valori tradizionali. «La loro lealtà – se il termine non è anacronistico in questo contesto – è di tipo internazionale, più che regionale, nazionale o locale. I loro esponenti hanno molte più cose in comune con le loro controparti di Bruxelles o di Hong Kong che con le masse di americani non ancora allacciati alla rete della comunicazione globale».[3]

Ma quale ribellione delle masse? Se Ortega fosse ancora vivo, scrive ironicamente Lasch, parlerebbe di ribellione delle élites.[4] Perché oggi sono queste ultime, le classi sociali privilegiate, e non i ceti popolari, a minacciare la democrazia, compromettendo la stabilità e la pace sociale. Un analogo convincimento affiora nelle opere del sociologo italiano Luciano Gallino, il quale in tempi recenti ha parlato di una Lotta di classe dopo la lotta di classe, condotta questa volta dalle élites. «La caratteristica saliente della lotta di classe alla nostra epoca è questa: la classe di quelli che da diversi punti di vista sono da considerare i vincitori […] sta conducendo una tenace lotta di classe contro la classe dei perdenti. È ciò che intendo per lotta di classe dopo la lotta di classe».[5]

Non perdiamo però il filo del discorso. Wright Mills aveva scritto di una élite che comprendeva le alte sfere politiche, economiche e militari. Vale lo stesso anche per Lasch? Non sembrerebbe. A giudicare dalle sue parole, infatti, l’autore appare poco incline a distinguere in maniera rigida tra élite, classe medio-alta e classi privilegiate. Ha in mente un palcoscenico più vasto rispetto a quello immaginato dall’autore de La élite del potere, popolato da un insieme di figure che per Wright Mills farebbero propriamente parte dei livelli medi: analisti, consulenti, operatori economici, accademici, giornalisti, ecc. Allargando così tanto l’estensione dell’élite, Lasch è costretto a riconoscere come quest’ultima, non avendo un punto di vista politico comune, non possa essere concepita nei termini «di una nuova classe dirigente».[6] Ma al di là di tale aspetto, testimone comunque di una differenza metodologica tra i due, anche Lasch registra la convergenza e la crescente interconnessione tra sfere un tempo distinte, come quando scrive che «i circoli del potere – finanza, governo, arte, intrattenimento – oggi tendono a sovrapporsi e a diventare reciprocamente intercambiabili».[7]

Se già il quadro delineato da Wright Mills e Lasch lascia poco spazio alla fiducia nei confronti delle liberal-democrazie contemporanee, con Sheldon Wolin la fiducia svanisce forse del tutto. Poiché non si tratta più di lamentare le promesse non mantenute, o di condannare la deriva oligarchica delle istituzioni repubblicane, ma di riconoscere come l’attuale sistema di potere di democratico non abbia neanche l’ombra. L’America di oggi, a parere di Wolin, si è ormai trasformata in un totalitarismo. Per la precisione, in un «totalitarismo rovesciato»,[8] che estende al fronte interno la spietata logica di potenza già collaudata oltre i confini nazionali. Scomodare una categoria così controversa, a ogni modo, non significa mettere sullo stesso piano gli Stati Uniti di Bush con la Germania di Hitler o la Russia di Stalin. Il totalitarismo ha molti volti, spiega l’autore, non si esaurisce cioè nelle fattispecie novecentesche: nell’America di oggi ne troviamo semplicemente un nuovo esemplare. Il suo carattere fondamentale va ricercato nell’ibridazione, nella sua capacità di far interagire forme di dominio diverse, come il governo e il settore privato. Mettendo per un attimo da parte la critica pesantissima che Wolin rivolge agli Stati Uniti, e che non ha precedenti negli altri autori presi in esame, sembra però di risentire l’eco di Wright Mills. Eppure, è proprio su questo punto, sull’interconnessione delle varie sfere, sulla loro intercambiabilità, che Wolin innova rispetto all’illustre predecessore. Non abbiamo di fronte «un sistema di codeterminazione da parte di soggetti uguali che conservano le loro identità distintive, quanto piuttosto un sistema che rappresenta la maturazione politica del potere dell’impresa privata».[9] Politica ed economia, in altre parole, non hanno affatto lo stesso peso. La fusione tra le due rischia di confonderci, facendoci perdere l’orientamento, eppure non deve venire meno il senso delle proporzioni: è l’azienda capitalistica la detentrice effettiva del potere. Nel totalitarismo classico l’economia era subordinata alla politica, «nel totalitarismo rovesciato è vero il contrario: è l’economia che domina sulla politica».[10]

Posizioni analoghe ormai abbondano nel dibattito pubblico, e nessuno pare interessato a spiegare il significato nascosto dietro formule così altisonanti. Per essere chiari, in che modo si manifesta tale dominio? Che cosa presuppone la priorità della dimensione economica? Che lo spazio riservato alle decisioni politiche vada restringendosi? O che le decisioni propriamente politiche, vale a dire quelle prese dagli organi istituzionali, riflettano i desiderata del grande capitale? Entrambe le cose, sostiene Wolin. Per un verso, infatti, «il raggio d’azione dell’autorità di regolazione pubblica si è ridotto, il potere economico privato ha avocato a sé sempre più funzioni e servizi pubblici, molti dei quali erano precedentemente considerati appannaggio del potere dello stato».[11] E per un altro verso, mediante il cosiddetto sistema delle “porte girevoli”, che fa sì che politici e dirigenti d’azienda si alternino alla guida delle medesime istituzioni,[12] e la pressione esercitata dai lobbysti nei palazzi del potere, la sfera pubblica è stata interamente egemonizzata. Per Wolin, in conclusione, l’esistenza dell’élite non è neppure in questione: essa assume addirittura tratti totalitari. Ma rispetto a Wright Mills, come abbiamo evidenziato, Wolin enfatizza a dismisura il ruolo della componente economica. Ciò è dovuto a un’evoluzione della società americana? O deriva dal suo orientamento ideologico, che lo rende particolarmente attento alla dimensione economica?[13] Difficile da stabilire.


[1] Cfr. Christopher Lasch, La ribellione delle élite. Il tradimento della democrazia, Feltrinelli, Milano 2009, p. 11.

[2] Cfr. ivi, p. 11-12: «Nel diciannovesimo secolo, le famiglie ricche erano solite risiedere, spesso per parecchie generazioni, in una data località. […] L’importanza da loro attribuita alla sacralità della proprietà privata non sottintendeva il principio che i diritti di proprietà fossero assoluti o incondizionati. La ricchezza, dal loro punto di vista, comportava dei doveri civici. […] Non c’è dubbio, naturalmente, che questa generosità avesse un lato interessato […] Ma quel che contava, in ogni caso, era il fatto che questo genere di filantropia rendeva partecipi le élite della vita dei loro concittadini e delle generazioni a venire».

[3] Ivi, p. 36.

[4] Cfr. Ortega y Gasset, La ribellione delle masse, SE, Milano 2001.

[5] Luciano Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe. Intervista a cura di Paola Borgna, Laterza, Roma-Bari 2012, p. 12.

[6] Christopher Lasch, op. cit., p. 36. Per un approfondimento del tema delle classi dirigenti si rimanda al più volte citato libro di Giulio Azzolini, che sulle orme di Antonio Gramsci e Guido Dorso dedica all’argomento ampia trattazione.

[7] Ivi, p. 38.

[8] Sheldon Wolin, Democrazia S.p.A. Stati Uniti: una vocazione totalitaria?, Fazi Editore, Roma 2011, p. XVII.

[9] Ivi, p. XVIII.

[10] Ivi, p. 85.

[11] Ivi, p. 194. Wolin, pur fotografando un dato reale, rischia però di trascurare il processo politico che ha accompagnato tale transizione. Cfr. Luciano Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe. Intervista a cura di Paola Borgna, Laterza, Roma-Bari 2012, p. 43: «La politica sopraffatta dall’economia e dalla finanza è una favola costruita in tacito accordo dalla prima e dalle seconde. In realtà è stata soprattutto la politica, attraverso le leggi che ha emanato nei parlamenti europei e nel Congresso degli Stati Uniti, grazie a normative concepite a ben guardare dalle organizzazioni internazionali […] a spalancare le porte al dominio delle corporationsindustriali e finanziarie».

[12] Cfr. Wolin, op. cit., pp. 192-193: «I politici danno le dimissioni per accettare incarichi profumatamente retribuiti nelle aziende; i dirigenti delle aziende si mettono in aspettativa […] per dirigere dicasteri di governo e determinare le politiche; alti ufficiali dell’esercito vengono assunti dalle grandi imprese […] La conseguenza più evidente è che la sfera politica è stata managerializzata». Fatta eccezione per l’ultima frase, Wright Mills avrebbe potuto sottoscrivere ogni parola. 

[13] Wolin si avvicina così ai radicals, secondo i quali «l’élite al potere non è affatto articolata nei tre settori individuati da Mills, perché la classe dominante è in definitiva una sola, quella dei detentori del potere economico». Cfr. Norberto Bobbio, Nicola Matteucci, Gianfranco Pasquino, Dizionario di politica, De Agostini, Novara 2016, p. 307.

Classe 1995, frequenta il secondo anno della laurea magistrale in Filosofia presso l'Università di Torino, e il quinto anno della Scuola di Studi Superiori "Ferdinando Rossi". Si interessa principalmente di pensiero politico, con particolare riguardo ai problemi del segreto e della trasparenza. Nel 2017 è stato tra i fondatori del progetto culturale "L'Ornitorinco".

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