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Perchè a Trump non conviene una guerra all’Iran

Perchè a Trump non conviene una guerra all’Iran

Agli Usa non conviene affatto impegnarsi in una conflitto in Medio Oriente, in particolare in una guerra all’Iran, per diverse ragioni. Che gli Stati Uniti abbiano l’esercito più potente è fuori discussione, ma ciò non significa che questo basti a vincere le guerre. L’analisi del nostro direttore Aldo Giannuli.

Poniamoci una domanda: conviene agli Usa una mossa come l’uccisione del generale Soleimani? Nessuno pensa che fosse un ignaro turista o l’erede di San Francesco: sappiamo che era la mente politico militare del regime, che stava facendo o progettando operazioni a cavallo fra Siria e Iraq, che usava forme di lotta di tipo terroristico. Dunque, non intendiamo proporre alcuna beatificazione dell’uomo e tanto meno descrivere il regime iraniano come “i buoni aggrediti dall’America cattiva”.

Il punto è un altro e tutto politico: dove porta l’azione decisa da Trump? Per il merito ed ancor più per il metodo, ci troviamo di fronte ad una ripresa dell’unilateralismo di Bush jr, una strategia già fallita con i disastri di Iraq ed Afghanistan, costati agli Usa molti morti e una valanga di denaro (Stiglitz calcolò che la sola guerra dell’Iraq sarebbe costata 3.000 miliardi di dollari, ma il conto finale potrebbe essere maggiore). Oggi si parla della strategia di Obama come di un ingenuo cedimento pacifista all’Iran, ma non è affatto così.

La sua dottrina in politica estera puntava al ridimensionamento del peso strategico del Medio Oriente teorizzato dai neocon, per disimpegnarsi da quella regione e spostare il centro strategico dell’attenzione americana verso l’asse indo-pacifico (il cosiddetto Pacific Pivot) in vista di un nuovo containement nei confronti della Cina. E l’accordo nucleare con l’Iran faceva parte di questo disegno. Quella operazione non riuscì, perché il succedersi degli avvenimenti (il persistere della guerriglia irachena, le primavere arabe, la crisi siriana aggravata dall’intervento russo, la comparsa dell’Isis) non lo consentì. Questo sarebbe possibile ora, dopo la sconfitta del Califfato, ma Trump, nella sua rozzezza politica, continua a pensare che l’unico disegno da perseguire sia quello della pax americana perché gli americani hanno “il migliore esercito del Mondo”. Che gli Usa abbiano l’esercito più potente è fuori discussione, ma questo non significa che questo basti a vincere le guerre.

Nel caso specifico, agli Usa non conviene affatto impegnarsi in un nuovo conflitto in Medio Oriente e in particolare in una guerra all’Iran e per diverse ragioni.

Prima di tutto perché inchioderebbe di nuovo Washington al pivot mediorientale, riducendone molto l’efficienza in quello indo-pacifico, con grande giovamento per la Cina.

In secondo luogo perché l’esercito iraniano è un osso più duro di quelli sin qui battuti e, pur essendo destinato a perdere in uno scontro all’ultimo sangue, infliggerebbe perdite decisamente superiori a quelle delle tre guerre mediorientali precedenti.

In terzo luogo, perché questo sta già causando un deciso rialzo del prezzo del petrolio e il picco sarebbe inimmaginabile se si giungesse al blocco dello stretto di Hormuz, dal quale passa quasi un terzo della produzione petrolifera.

In quarto luogo perché la guerra non si limiterebbe al solo Iran, ma coinvolgerebbe tutta la comunità sciita ed anche parte del mondo sunnita, producendo una fiammata che rischierebbe di coinvolgere anche Libano, Qatar, Siria, Yemen, Arabia Saudita ed Egitto, rendendo ingestibile la situazione.

In quinto luogo perché, nella bolgia, potrebbe riprendere fiato l’Isis che già sta mettendo radici nell’Africa nord occidentale.

Ma, soprattutto per una ragione: perché la guerra all’Iran sarebbe senza prospettiva per gli Usa. Lo scontro avrebbe subito un andamento asimmetrico, comportando operazioni di cyber war, guerriglia urbana, attentati petroliferi, eccetera. Anche se gli Usa occupassero l’Iran, magari con una guerra di tre o quattro mesi, dopo dovrebbero affrontare – come nei casi precedenti – una durissima e lunga guerriglia in un Paese che è più vasto e complicato dei due precedenti. Quanti dollari costerebbe una impresa del genere? E gli Usa hanno queste risorse dopo la crisi apertasi nel 2008 ed ancora non del tutto superata? Forse andrebbero fatti due conti.

(Originariamente pubblicato su “Formiche”)

Nato a Bari nel 1952, Direttore dell'Osservatorio Globalizzazione, è ricercatore di Storia contemporanea presso l’Università degli studi di Milano. E’ stato consulente delle Procure di Bari, Milano (strage di piazza Fontana), Pavia, Brescia (strage di piazza della Loggia), Roma e Palermo. Dal 1994 al 2001 ha collaborato con la Commissione Stragi ed è salito alla ribalta delle cronache giornalistiche quando, nel novembre 1996, ha scoperto una gran quantità di documenti non catalogati dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, nascosti nell’ormai rinomato “archivio della via Appia”.

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