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Trump contro tutti: la lunga marcia verso le presidenziali

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Trump contro tutti: la lunga marcia verso le presidenziali

La corsa alle presidenziali statunitensi del prossimo anno deve ancora entrare nella sua parte più calda ma è già duramente combattuta tra il fronte democratico in cerca di una sintesi tra le sue diverse anime e quello repubblicano oramai completamente identificato col Presidente Donald J. Trump. Quali sono le principali dinamiche da tenere in considerazione nella marcia di avvicinamento al 2020 elettorale americano? Ne abbiamo parlato con un attento osservatore degli States, Stefano Graziosi. Nato a Roma nel 1990 Graziosi si è formato studiando Filosofia tra Pisa e l’Università Cattolica di Milano e collabora con diverse testate tra cui Lettera 43, Panorama e La Verità. Nel 2018 ha pubblicato con le Edizioni Ares il saggio Apocalypse Trump, con prefazione dell’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli.

Ciao Stefano e grazie della tua disponibilità. Il 2020 non è ancora iniziato ma la corsa alle presidenziali statunitensi è già aperta. Rispetto al 2016, Donald Trump parte con ben altri pronostici, forte della presenza alla Casa Bianca. I tre predecessori di Trump sono stati rieletti, è possibile per lui confermarsi? In prospettiva, ritieni che i trend politici riescano a far presagire dei temi elettorali che saranno dominanti nel 2020? Trump non rischia un contraccolpo nel caso in cui i successi economici degli Usa, suo principale cavallo di battaglia, calassero vistosamente nei prossimi mesi?

Grazie a voi. La storia americana insegna che, fermandoci almeno agli ultimi quarant’anni, i presidenti che non vengono riconfermati sono quelli che riscontrano seri problemi in termini di politica economica. Se c’è quindi un dossier su cui Trump si gioca la rielezione, è quello dell’economia. Il presidente, su questo fronte, riscontra un problema paradossale: nel corso del 2019, il Pil statunitense ha registrato una crescita notevole, mentre il tasso di disoccupazione è sceso ai minimi dalla fine degli anni ’60. A livello generale, Trump dovrà quindi cercare di garantire questi alti livelli anche nel corso del 2020: un obiettivo non certo facile, visto che – anche a causa dell’incertezza elettorale – gli anni presidenziali in America sono spesso a rischio di scossoni economici. Alcuni esperti paventano poi la possibilità di un’imminente recessione. È chiaro che – qualora si verificasse una simile eventualità – Trump rischierebbe non poco. E, del resto, i suoi battibecchi con la Federal Reserve nascono anche da questo problema: Trump teme infatti il precedente del 1992, quando George H. W. Bush non ottenne la rielezione e attribuì le ragioni della sua sconfitta alle politiche monetarie della banca centrale americana. Dall’altra parte, il presidente potrebbe avere delle carte da giocare. Pensiamo solo alla riforma infrastrutturale, che ha presentato lo scorso aprile: si tratta di un provvedimento che immetterebbe nell’economia americana circa duemila miliardi di dollari. Un provvedimento che non è tuttavia scontato possa avere l’appoggio dei repubblicani al Congresso. Insomma, qualora Trump riuscisse a tenere positivi gli indicatori economici americani, le sue probabilità di rielezione risulterebbero particolarmente alte. Sugli altri fronti, il presidente non è infatti messo troppo male. La sua linea dura sull’immigrazione clandestina è infatti apprezzata dalla propria base elettorale: una base elettorale che trova il suo perno nella classe operaia della Rust Belt, un tempo sostenitrice del Partito Democratico. Anche sulle minoranze etniche, contrariamente a quanto spesso si dice, Trump nutre chances importanti. Pare infatti che soprattutto gli elettori ispanici potrebbero rafforzare il proprio appoggio all’attuale presidente: non solo perché le loro condizioni socioeconomiche sono migliorate negli ultimi tre anni ma anche perché molti di loro apprezzano la stretta contro l’immigrazione clandestina e sposano orientamenti conservatori sui temi eticamente sensibili (a partire dall’aborto). Senza poi trascurare la Florida: dove molti ispanici si dicono favorevoli alle istanze ostili che la Casa Bianca sta portando avanti verso Cuba e il Venezuela. Più in generale, Trump sta chiaramente adottando la strategia elettorale che usò Richard Nixon alle presidenziali del 1972 contro George McGovern: additare, cioè, gli avversari democratici come spostati su posizioni eccessivamente estremiste (dall’immigrazione all’ambientalismo). Non a caso, l’attuale presidente parla spesso di “radical left Democrats”, tacciando ripetutamente l’asinello di oltranzismo.

Nel tuo libro Apocalypse Trump hai definito il tycoon newyorkese “un Presidente americano tra Mao e Andreotti”. Che elementi ti hanno portato a questa definizione?

Mao e Andreotti sono i due modelli tra cui Trump costantemente oscilla. L’elemento “maoista” è in un certo senso connaturato alla sua leadership: una leadership movimentista che tende, tra l’altro, a tenere perennemente sotto pressione ministri e collaboratori (anche per evitare la creazione di agglomerati di potere in seno all’amministrazione). In altre parole, quello che viene spesso dipinto mediaticamente come un comportamento umorale e a tratti folle potrebbe in realtà spiegarsi come il frutto di una precisa strategia. Trump sta, cioè, evitando di istituzionalizzarsi proprio per mantenere quel contatto diretto e plebiscitario con l’elettorato, che è stato in gran parte alla base della sua fortuna politica nel 2016. Del resto, lo stiamo vedendo anche nell’attuale campagna elettorale in vista delle presidenziali del 2020: solitamente i presidenti in cerca di riconferma portano avanti messaggi elettorali istituzionali, per difendere il proprio operato nel corso del primo mandato. E questo, anche se – in occasione della loro originaria discesa in campo – si erano presentati come figure rivoluzionarie (pensiamo a Bill Clinton nel 1996 o a Barack Obama nel 2012). Trump sta invece scegliendo una linea ben diversa per conquistarsi la rielezione: sta, cioè, rinverdendo il suo classico messaggio anti-establishment, rafforzando al contempo la propria strategia movimentista. Tutto questo non deve comunque porre in ombra un problema di non poco conto: questo tipo di leadership male si sposa con i meccanismi istituzionali statunitensi che – in base alla stessa Costituzione americana – mirano tendenzialmente a diluire il peso della volontà popolare. In questo senso, Trump ha dovuto capire che – con il solo movimentismo – non fosse possibile favorire un’azione legislativa efficace a Washington. Pensiamo solo ai frequenti dissidi che ebbe con il Congresso durante i primi mesi della sua presidenza (anche a causa di un’agguerrita fronda repubblicana in Senato). Ad un certo punto, il presidente ha capito che il mero braccio di ferro con il Campidoglio non potesse pagare più di tanto e ha dovuto iniziare a condurre una linea di accordo con le numerose correnti dello stesso Partito Repubblicano. Una strategia, quest’ultima, che – alla fine – ha pagato: si pensi solo alla riforma fiscale approvata negli ultimi giorni del 2017. Senza poi trascurare che Trump abbia talvolta aperto agli stessi democratici su alcune questioni rilevanti: sul problema dei Dreamers, sulla politica commerciale, sulla riforma infrastrutturale. Ci sono state fasi in questi tre anni, in cui il presidente ha, cioè, adottato la strategia dei due forni di andreottiana memoria. In questo momento, con l’impeachment e la campagna elettorale in corso, è improbabile che una simile linea possa essere ripresa. Ma non è improbabile che – in caso di una sua nuova vittoria nel 2020 – questo pragmatismo bipartisan possa essere riadottato.

La corsa elettorale del trumpismo deve affrontare le Forche Caudine della conferma in quei distretti dell’America profonda che, a quasi quattro anni di distanza, non hanno ottenuto tutto ciò che speravano dal cambio della guardia alla Casa Bianca. Quali sono adesso le faglie principali che dividono le coste dai flyover States e quali i cambiamenti dal 2016 ad oggi?

Al momento, mi sembra che il problema principale sia costituito dalla classe agricola che, nel 2016, votò in maggioranza a favore di Trump. Si tratta infatti di una quota elettorale che ha subìto pesanti contraccolpi dalla guerra tariffaria con la Cina e – proprio per questo – negli ultimi dodici mesi il Dipartimento dell’Agricoltura ha stanziato cospicui sussidi pubblici per sostenerla (e suscitando per questo qualche malumore tra i repubblicani più ortodossi). Non è del resto un caso che la nuova tregua annunciata da Trump con Pechino implichi il fatto che la Cina si sia impegnata ad acquistare ampi quantitativi di prodotti agricoli statunitensi. Sotto questo aspetto, bisognerà quindi vedere se, nel corso dei prossimi mesi, si arriverà ad un accordo commerciale effettivo con la Repubblica Popolare. Un altro settore che potrebbe rivelarsi problematico è poi quello del carbone, che sta conoscendo un pesante declino (soprattutto in Wyoming). Più sfumata appare invece la posizione dei colletti blu della Rust Belt. Non dimentichiamo che Trump abbia adottato la propria linea di protezionismo selettivo sul fronte commerciale proprio per questa quota elettorale. Ad oggi, i sondaggi danno il presidente in difficoltà negli Stati che si rivelarono decisivi tre anni fa: Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin. Detto questo, è ancora troppo presto per affidarsi alle rilevazioni sondaggistiche e – comunque – è bene tener presente alcuni aspetti strutturali. Non solo Trump ha costantemente ribadito la difesa dell’industria tradizionale americana ma – come accennavo prima – la sua stessa linea dura in materia di immigrazione clandestina è apprezzata dalle parti della Rust Belt, proprio perché viene letta in termini di tutela contro il ribasso salariale. Infine, la maggior parte degli attuali candidati alla nomination democratica sta riscontrando problemi proprio nel rivolgersi al voto operaio: Joe Biden sposa una linea economica tendenzialmente liberista che questa frangia non gradisce più granché, mentre Elizabeth Warren non sembra al momento in grado di parlare efficacemente ai colletti blu, che la percepiscono come troppo astratta e cattedratica. L’unico che ha realmente qualcosa da dire a questa classe sociale è Bernie Sanders, che riscontra tuttavia forti problemi su altri fronti.

Le recenti mosse di Donald Trump in politica estera e la sua critica feroce alle “guerre senza fine” divoratrici di miliardi e vite americane sembrano esser state dettate da un preciso calcolo elettorale. Concordi con questa visione?

Credo che sulla questione delle “guerre senza fine” Trump si muova sulla base di due considerazioni interconnesse: una elettorale e una geopolitica. In primo luogo, non bisogna trascurare che – nel 2016 – Trump abbia vinto anche grazie alla promessa di porre un freno agli interminabili conflitti in cui Washington era rimasta impelagata negli anni precedenti. In questo senso, nel corso della campagna elettorale di allora, il magnate newyorchese criticò molto spesso l’interventismo dei Bush e dei Clinton. Del resto, questa linea di disimpegno militare (soprattutto dal Medio Oriente) era già stata parzialmente inaugurata e portata avanti – pur con alterne fortune – da Barack Obama. In secondo luogo, è noto che Trump non consideri lo scacchiere mediorientale strategico per gli Stati Uniti. Da qui sorge il suo desiderio di un ritiro delle truppe americane da scenari come la Siria e l’Afghanistan, così come la sua riluttanza ad interventi militari diretti in Iran. L’idea del presidente americano sarebbe infatti quella di delegare alla Russia il compito di salvaguardare la stabilità nell’area mediorientale, garantendo così a Washington la possibilità di risparmiare risorse e concentrarsi in aree considerate più importanti (come l’Estremo Oriente). È noto che questa linea non venga tuttavia troppo apprezzata dal Pentagono e dai falchi del Congresso, che temono un rafforzamento di Vladimir Putin. Tuttavia quello che i falchi assai spesso si dimenticano di dire è quale strategia alternativa abbiano intenzione di perseguire. Se, per esempio, Washington volesse realmente avere voce in capitolo nell’organizzazione dell’assetto politico in Siria nel post guerra civile, dovrebbe aumentare significativamente la propria presenza militare in loco e tentare una linea di ingegneria istituzionale sul modello iracheno. È chiaro che molte condizioni interne e geopolitiche impediscano oggi agli Stati Uniti di agire in questo modo. Su questo fronte, gran parte dei candidati alla nomination democratica si colloca su una posizione contraddittoria. Figure come Bernie Sanders, Elizabeth Warren e Pete Buttigieg – che hanno sempre sostenuto di voler avviare un celere ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan – hanno tuttavia aspramente criticato il disimpegno siriano di Trump. Fa eccezione la deputata delle Hawaii, Tulsi Gabbard, che – per le sue posizioni in politica estera – si sta attirando le ire dell’establishment democratico.

– Sul fronte opposto, i Democratici continuano a essere ferocemente divisi al loro interno e incapaci di capitalizzare la vittoria alla Camera nelle elezioni di metà mandato. Chi vedi favorito nella corsa alla nomination?

Il principale problema che caratterizza attualmente il Partito Democratico americano è di carattere strutturale. Da alcuni anni, questa compagine risulta al suo interno divisa tra correnti in guerra reciproca. E lo scontro non si consuma soltanto tra il centro e la sinistra. È infatti la stessa sinistra ad essere frantumata da numerose faide intestine. Questa situazione impedisce al partito di trovare una linea che possa definirsi anche soltanto vagamente unitaria. È chiaro che un tale stato di cose venga poi a produrre ripercussioni anche sulla corsa elettorale per la nomination democratica del 2020: una corsa sovraffollata, rissosa, con poche idee e caratterizzata da alcune perniciose smanie di protagonismo. Al momento, i principali candidati in lizza sono tutti afflitti da consistenti debolezze strutturali. Joe Biden incarna una visione fondamentalmente obsoleta in termini di politica economica ed internazionale: è infatti tendenzialmente un falco interventista, fautore dei trattati internazionali di libero scambio. La sua figura appartiene inesorabilmente al contesto degli anni ‘90 e non è chiaro come possa oggi rivolgersi con efficacia alla classe operaia della Rust Belt, che si muove su una linea profondamente differente. Inoltre, l’ex vicepresidente sconta una forte antipatia da parte della sinistra democratica che lo considera un’odiosa espressione dei poteri forti. Anche quindi qualora riuscisse a conquistare la nomination (e non è affatto scontato), sarebbe per lui difficilissimo compattare l’intero partito dietro di sé. Non dimentichiamo, d’altronde, che Biden abbia già trovato la sconfitta alle primarie democratiche del 1988 e del 2008.  Dall’altra parte, la sinistra si è principalmente divisa in due “tronconi”, rispettivamente guidati da Elizabeth Warren e Bernie Sanders. La senatrice del Massachusetts ha indubbiamente delle potenzialità e lo dimostra la sua ascesa nei sondaggi nelle ultime settimane. Il suo elettorato di riferimento è costituito prevalentemente da donne e da quote elettorali di istruzione medio-alta. Il punto è che, almeno per il momento, non sembri troppo in grado di conquistarsi la fiducia dei colletti blu: è infatti percepita come troppo professorale, senza poi trascurare che stia riscontrando enormi difficoltà nel difendere la sua proposta di riforma sanitaria. Un “dettaglio” non di poco conto, che certamente stride con l’immagine di candidata ferrata e preparata che la senatrice sta da tempo cercando di dare di sé. Bernie Sanders è, per ora, l’unico realmente in grado di rivolgersi con efficacia al mondo operaio ed è il candidato con maggiori potenzialità in quell’area. Anche lui non è però esente da pesanti problemi: se nel 2016 era stato capace di raccogliere tutto il variegato mondo della sinistra sotto il proprio vessillo, oggi la concorrenza su questo versante è spietata, visto l’elevatissimo numero di candidati in gara. Agli occhi di molti, il senatore del Vermont appare troppo ancorato al passato e i suoi recenti problemi di salute certo lo esporranno alle critiche degli avversari e allo scetticismo degli elettori. Ci sono poi i candidati che stanno cercando di trovare una collocazione tra centro e sinistra. Il sindaco di South Bend, Pete Buttigieg, sta tentando di sottrarre voti a Biden per accreditarsi come astro nascente di un “centrismo non troppo centrista”. La senatrice californiana, Kamala Harris, sta invece azzardando (non senza difficoltà) un’operazione simile alla sua sinistra. Il punto è che questo tipo di candidati, con la loro strategia un po’ aleatoria e non troppo attenta alla questione dei diritti sociali, rischia di restare in mezzo al guado. Alla fine, la grande incognita è sempre la stessa: riuscirà il Partito Democratico ad esprimere una figura in grado di riconquistare la classe operaia della Rust Belt? Ad oggi, sembra abbastanza difficile dare una risposta affermativa a questa domanda.

-Come pensi potrà influire la richiesta di impeachment presentata dai Dem contro il Presidente per il cosiddetto “Ucrainagate” sulla corsa elettorale?

La questione è complessa. A livello generale, non bisogna dimenticare che Trump tenda a dare il meglio di sé, quando è sotto attacco e – soprattutto – quando ingaggia scontri di natura manichea. Sotto questo aspetto, un eventuale processo di impeachment consentirebbe quindi al presidente di riprendere la propria classica linea antisistema: quella linea che, nel 2016, costituì buona parte della sua fortuna elettorale. C’è poi un aspetto di natura politica. I democratici accusano Trump di aver esercitato pressioni sul presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, minacciandolo di bloccare aiuti economici americani a Kiev, qualora non avesse acconsentito ad indagare su Joe Biden. Una versione che sarebbe stata corroborata dalla recente audizione alla Camera dell’ambasciatore statunitense in Ucraina, Bill Taylor, nonostante il deputato repubblicano del Texas, John Ratcliffe l’abbia pesantemente messa in discussione. Vedremo come si evolverà l’indagine per impeachment attualmente in corso. Resta tuttavia il fatto che – qualora i democratici dovessero accusare Trump di abuso di potere – a rischiare di più risulterebbe paradossalmente proprio Joe Biden, che – da vicepresidente – tenne una condotta similare a quella dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Come da lui stesso raccontato in pubblico un anno fa, da vicepresidente statunitense in carica – nel marzo del 2016 – minacciò l’allora presidente ucraino, Petro Poroshenko, di bloccare un miliardo di aiuti economici americani a Kiev, qualora non fosse stato licenziato il procuratore generale Viktor Shokin. Quest’ultimo stava indagando per corruzione, in quel momento, su Burisma Holdings: società ucraina nel settore dell’energia, nel cui cda sedeva il figlio di Biden, Hunter. È pur vero che Shokin fosse una figura controversa e che molti ne chiedessero all’epoca il siluramento. Ma è altrettanto indubbio che Biden abbia esercitato pressioni proprio mentre il procuratore stava indagando sull’azienda in cui lavorava suo figlio. Tra l’altro, non bisogna dimenticare che Hunter avesse acquisito quell’incarico nel maggio del 2014: nello stesso periodo in cui suo padre veniva nominato da Obama come figura di raccordo tra Kiev e Washington, all’indomani dell’annessione russa della Crimea. Joe Biden ottenne in questo modo un potere particolarmente ampio in Ucraina. È dunque chiaro che su una questione di inopportunità politica (ravvisata all’epoca anche dalla stampa statunitense) sia venuto ad innestarsi un serio sospetto di conflitto di interessi. Questi elementi hanno del resto pesato negativamente sui sondaggi per l’ex vicepresidente nelle ultime settimane, rendendolo tra l’altro esposto agli attacchi della sinistra democratica. Se i democratici dovessero quindi proseguire sulla linea dell’abuso di potere, il rischio è insomma quello di un effetto boomerang: almeno per il loro attuale front runner. Alla luce di tutto questo, continuo a ritenere che – ad oggi – l’unica grande incognita che realmente aleggia sulla rielezione di Trump sia costituita dai dossier economici.

Ringraziamo di cuore Stefano Graziosi per le risposte e la professionalità e gli diamo appuntamento a presto: non lesineremo mai di chiedere la sua opinione per analizzare la lunga marcia verso l’election day di novembre 2020.

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