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“Al tempo giusto e al momento giusto”: l’Italia all’epoca di Paolo Rossi

Rossi

“Al tempo giusto e al momento giusto”: l’Italia all’epoca di Paolo Rossi

Se chiedi ad un italiano cosa ha fatto il giorno x dell’anno y nessuno saprà risponderti con precisione. Ma se gli chiedi dov’era e che cosa faceva nei giorni del Mundial di Spagna, tutti sapranno raccontarti nei dettagli la loro storia” perché Paolo Rossi ha incarnato i sogni e le speranze di un’intera generazione, il volto di un’Italia che, nonostante tutte le traversie e le amarezze del presente non vedeva l’ora di proiettarsi nel futuro.

E allora proviamo ad immergerci nell’atmosfera di quegli anni…

L’Italia anni ’80, tra fantasmi del passato e l’illusione del progresso

Era il 1982 e l’Italia stava tentando di mettere da parte lo spettro delle terribili violenze del decennio precedente, animato dallo scontro tra gli opposti estremismi- basti pensare allo stragismo neo-fascista o agli attentati e alla violenza di movimenti di estrema sinistra come Lotta Continua o le BR. Questi episodi avevano aperto una breccia in un Paese sempre più diviso ed impaurito, portando ad un “riflusso”, una reazione di disinteresse ed al rifiuto verso la dimensione politica e comunitaria, vista come matrice di divisioni e scontri.  Tutto ciò spingeva la società  verso una sorta di “individualismo borghese”.

 Si abbandonò l’“eskimo”per il “bomber” e si diffuse una nuova mentalità: si passò  dall’illusione di dover cambiare il mondo al disincanto, dopo aver visto gli stessi che erano sulla breccia negli anni della Contestazione seminare il terrore ed esacerbare odi e rancori.

Erano gli anni dei “paninari”, nome con cui venivano appellati gli avventori di un locale milanese, in zona San Babila: “i maschi con camicie e pantaloni Armani, da cui fuoriuscivano i boxer, calze Burlington  e le femmine con capi Naj Oleari, accessori Mandarina Duck e Fiorucci”[1].

Questi indumenti diventano veri e propri segni distintivi di un modello a cui tutti in qualche modo vogliono aspirare: per un “paio di Timberland in quegli anni si tiravano fuori i coltelli”. Ma c’erano anche dei rimasugli degli anni ’70: “gli indiani metropolitani” e i metallari, con la loro versione soft o new wave. Si affermavano i fast-food Burghy e Wendy, antesignani del Mc Donalds e spia di uno stile vita sempre più veloce.

Si va affermando di in quegli anni il “lavorismo”, vera e propria ossessione per il profitto che non ammette deroghe e persino il tempo del pranzo, una volta sacro ed inviolabile, viene limitato al morso di un panino.

Così nascono gli Yuppies, categoria di giovani rampanti e senza scrupoli, che trovano nella realizzazione economica la loro fonte di gioia più grande e  che sono disposti a tutto per raggiungere il successo. Questo “idealtipo” viene importato direttamente dagli Stati Uniti di Ronald Reagan, come a Wall Street anche alla Borsa di Milano c’era grande euforia.  In ambito più specificatamente femminile si diffondono i miti del “culturismo” e delle “cure di bellezza”, della donna manager, dura e spietata sul lavoro.

Negli stessi anni, il mondo della moda raggiunge a Milano un successo planetario, grazie a innovative strategie di marketing e al genio di stilisti come Giorgio Armani, Ottavio Missoni, Gianfranco Ferrè, Gianni Versace, Dolce & Gabbana, Miuccia Prada e Krizia.

Insomma, Milano la fa da padrona ed oltre a diventare città simbolo del PSI di Bettino Craxi, diviene rampa di lancio per il giovane Silvio Berlusconi, destinato a cambiare, nel bene e nel male,  la storia della politica e del calcio. Berlusconi introduce, nei vari campi in cui si trova ad agire, nuovi stili di comunicazione: un linguaggio diretto, la cura di ogni dettaglio, la divisione dei compiti e delle funzioni e il gusto per lo stupefacente, per lo straordinario, per il “coniglio dal cilindro”.

Intanto, a Torino è l’anno dei grandi scioperi sindacali dei dipendenti Fiat, sostenuti con forza da Enrico Berlinguer (unito agli Agnelli solo dall’amore per la Juve) e motivati prima dai licenziamenti e poi dal fatto che i provvedimenti di casa integrazione e allontanamento fossero rivolti ai capi-delegazione dei consigli operai. Lo sciopero perdurante e i “picchettaggi”  portarono alla chiusura della fabbrica per oltre 30 giorni.

Per reazione fu indetta una contro-manifestazione, detta “dei quarantamila”, in funzione anti-sindacale e col fine di promuovere la causa della riapertura della fabbrica.

Questo episodio fu sfruttato da Cesare Romiti, allora massimo dirigente FIAT per trattare da una posizione di forza con i sindacati (da quel momento indeboliti ed arrendevoli), calcando la mano sulla frattura tra ceto medio (di impiegati) e catena di montaggio.

Passando al Meridione, Napoli e la Campania attraversano un periodo buio, scontando i danni del terremoto dell’Irpinia (1980) ed una camorra sempre più potente e feroce. Di contro la città partenopea viveva un periodo fiorente dal punto di vista dello slancio urbanistico e riesce ad alleviare sofferenza e malinconia sulle note di Pino Daniele o Nino d’Angelo e ai piedi di Maradona.

Nel frattempo nella Città del Vaticano è tempo di rinnovamento: nel 1978 era salito sul soglio di Pietro Giovanni Paolo II, papa straordinario che si farà interprete di un nuovo modo di intendere la figura papale: meno cattedratico e capace di mischiarsi tra la folla dei fedeli e di raggiungere ogni angolo anche sperduto del mondo.

Nel maggio del 1981 il Papa polacco rimane ferito da un colpo di arma da fuoco sparato da Ali Agca, un ragazzo turco forse esponente dei “Lupi Grigi”. Wojtyla lo andrà a trovare in carcere per dargli il suo perdono e la sua benedizione. Le motivazioni che portarono a tale atto efferato rimangono tuttora avvolte nel mistero.

In quegli anni erano ancora intatte le divisioni tra i due blocchi contrapposti (USA-URSS), ma in Occidente si andava diffondendo uno stile di vita sempre più “edonistico”. Quest’ultimo aspetto era tale da far tornare alla mente le parole di Pasolini sul nuovo invisibile “Potere”, quello del capitalismo sregolato, che non usa minacce o spaventi ma incantamenti ed illusioni per conservarsi intatto.

Cogliendo l’evolversi della situazione politica e sociale Giovanni Paolo II scrive un’enciclica illuminante. E’ la “Laborem Excersens” che mette in luce le distorsioni del sistema comunista e di quello capitalista, nelle loro risposte al conflitto capitale-lavoro che, seppur opposte nei modi rimandano entrambe secondo il pontefice ad una avvilente visione “economicistica dell’uomo”. Tale visione conduce al primato di ciò che è materiale rispetto ai valori spirituali e morali, difficilmente compatibili nella prassi con una visione umanistica del mondo. L’uomo per GP II non può essere trattato come “merce”, come nel peggior capitalismo liberale o come nel materialismo dialettico che, alla luce della dicotomia oppresso-oppressore  e di precise leggi della storia interpreta la realtà, cullandosi nell’illusione di poter fare un uomo nuovo, finalmente libero ed indipendente da ogni sovra-ordinazione arbitraria.

È interessante come Giovanni Paolo II, da una parte attui una dura presa di posizione contro il comunismo, dall’altra elogi i sindacati, esortandoli a non rimanere vittime di logiche ristrette ma a puntare al bene della comunità e al lavoro come strumento che, come da visione francescana, dona dignità alla persona umana.

Nell’altra Roma, capitale del potere politico, le cose non vanno per il meglio: c’è grande preoccupazione per i dati dello spread che segnano livelli mai più raggiunti (769 p. Base) e l’inflazione è al 17%, con i BOT che rendono il 18 % ed il tasso di interesse che supera il 25%.

In questo contesto Beniamino Andreatta, ministro del Tesoro democristiano, dopo essersi consultato con l’allora presidente di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi, giungendo ad una storica decisione, quella di sancire lo storico “divorzio” tra il Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia.  Da quel momento in poi la Banca d’Italia non sarà più vincolata a comprare i buoni del Tesoro invenduti per “coprire” il debito pubblico: lo Stato italiano perde la possibilità di potersi finanziare liberamente ed è obbligato a finanziarsi “sul mercato”. Tra Andreatta ed il ministro delle Finanze, il socialista Rino Formica, scoppia la famosa “Lite delle Comari”. Il ministro Formica aveva proposto un “concordato extragiudiziale” attraverso la quale Bankitalia avrebbe dovuto rimborsare allo Stato una parte del debito ed aveva proposto di tassare BOT e CCT entro un anno. Questa presa di posizione  viene aspramente criticata da Andreatta, che accusa il PSI di avere in mente “una forma di nazional-socialismo”, di voler frenare ogni forma di liberalizzazione e privatizzazione, in un’epoca in cui  al centro del dibattito pubblico si stagliavano imperiose le figure di Ronald Reagan e Margaret Thatcher e il paradigma liberista da loro incarnato. Il governo cade e nemmeno il secondo, con la stessa composizione e con Spadolini di nuovo nel ruolo di premier, avrà vita facile.

Comunque a quelle dichiarazioni di Andreatta arrivò la risposta indignata di Pertini, uno che i nazisti li aveva affrontati a viso aperto durante la Resistenza. Troveremo la sua figura accompagnare passo dopo passo il cammino degli azzurri al Mondiale dello stesso anno, soffrendo in tribuna, esultando senza freni e intrattenersi per una partita a tressette in aereo con il capitano Zoff, il veterano Causio, il mister Bearzot al suo fianco e la Coppa del mondo lì sul tavolino.

Confrontandosi con la realtà di allora  sembra di rivedere la situazione attuale, con una classe politica ottusa e litigiosa, ma forse con più spessore umano rispetto ad oggi. Nel frattempo gli effetti di scelte politiche non ponderate si sono manifestati, quelli della globalizzazione allora ancora in nuce ci hanno restituito una società alienata, senza più uno scopo che possa nobilitare l’uomo, possa fargli recuperare la dimensione dello spirito, del sogno ma solo banalità e piattezza. E forse a questo servono gli eroi e i campioni ed è sempre interessante leggere le loro storie perché ci parlano, non ci ammaestrano ma ci rimandano in definitiva a noi stessi e alla nostra storia, a come noi risolviamo e affrontiamo le tensioni e l’irrisolto della nostra esistenza. E cioè se siamo esistiti veramente e abbiamo avuto il coraggio di essere uomini o ci siamo accontentati della banalità, della scontatezza, del sentire comune e di idee già pensate da altri.

Tre protagonisti della storia italiana ed internazionale dell’epoca in una foto scattata al Quirinale nel 1986. Da sinistra: Francesco Cossiga, presidente della Repubblica, papa Giovanni Paolo II e Bettino Craxi, ai tempi presidente del Consiglio.

Il calcio italiano e l’epopea inattesa del Mundial

Quel periodo ricco di contraddizioni non era facile nemmeno per il calcio italiano, che aveva da poco eliminato il blocco sull’acquisto degli stranieri, posto dopo l’insuccesso contro la Corea del Nord nel ’66, con l’intento di favorire anche nelle grandi squadre la maturazione di giovani talenti azzurri. I frutti di questa politica “autarchica” si erano visti tutti nella Juventus, che dopo aver perso la prima finale di Coppa Campioni nel 1974, aveva vinto la Coppa UEFA (allora ci andavano le seconde ed era super competiva) contro l’Athletic Bilbao con una squadra di soli italiani e capace negli anni di vincere tutto, un vero e proprio record, e, nel ’78 la Nazionale, nei Mondiali organizzati dal regime argentino di Videla con una squadra infarcita di bianconeri e col giovanissimo e straripante Paolo Rossi, reduce da annate d’oro al Lanerossi Vicenza, era stata fermata solo da un discutibile arbitraggio contro l’Olanda.

Due anni dopo quel mondiale era scoppiato il primo maxi-scandalo della storia del calcio italiano, il “Toto Nero”. Le squadre coinvolte in A furono Avellino, Bologna, Lazio, Perugia e Milan, un Milan lontano dai fasti di Nereo Rocco. Finirono in manette tra gli altri lo storico portiere Albertosi, il bomber Bruno Giordano e l’astro nascente Paolo Rossi(allora in prestito al Perugia), che ricevette una squalifica di 2 anni, che sconterà tutta pur continuando a dichiararsi innocente.

Dopo quell’episodio, Paolo Rossi pensò al ritiro e investì nella moda con Thoeni perché provava“ disgusto per il calcio. Ho pensato di andar via dall’Italia, di smettere. Dissi: “Non mi vedrete più in nazionale”. Le cose peggiori? Il sospetto della gente, quegli sguardi… e le notti del sabato, sapendo che al risveglio non c’erano partite ad aspettarmi”.

Ma Boniperti si ricordò di lui, quel ragazzo che nella Primavera Juventina era cresciuto e aveva fatto faville, lo chiamò e disse: “Verrai con noi in ritiro, ti allenerai con gli altri, anzi più degli altri”.

E Paolo rinacque e si allenò per un anno e mezzo come parte del gruppo, sopportando la fatica e l’umiliazione di non poter giocare la domenica e doversi accontentare delle partitelle d’allenamento. Seguì il consiglio di Boniperti, e  si sposò con Simona, dalla quale ebbe un figlio. Lei lo accompagnò negli anni migliori della sua carriera e che lo sostenne negli anni più duri.

Il momento del ritorno in campo arrivò nella Primavera dell’82, a sole tre giornate dal termine del campionato. E Rossi giocò, segnò contro l’Udinese e vinse lo scudetto a Catanzaro grazie al gol del fuoriclasse irlandese Liam Brady con la Juve che staccò Fiorentina e Roma. Quel campionato vide la clamorosa retrocessione del Milan(la seconda dopo Scommessopoli) e il sorprendente 6° posto dell’Ascoli del vulcanico ed indimenticabile presidente Rozzi.

Della Roma era il capocannoniere del campionato, bomber Pruzzo: il giallorosso venne però lasciato a casa perché Bearzot preferì Paolo, destando forti polemiche da chi lo vedeva come ormai bollito, dopo un periodo di inattività lunghissimo e forse mai visto per un giocatore di quel livello, che si pensava non avrebbe mai trovato né la forza mentale e fisica, né la forma, perdendo smalto e freschezza di un tempo.

Al Mundial, le critiche si fecero più forti. Nelle prime 3 partite del girone, l’Italia raccolse appena 3 punti, siglando 2 gol: uno a firma dell’estroso ed immaginifico Bruno Conti, che di quel Mondiale diventerà protagonista e l’altro ad opera del forte  Ciccio Graziani, allora a Firenze. Di Paolo Rossi non c’era ancora traccia, non era riuscito “a cacciare quella benedetta palla in rete[2].

Sfogliando il bellissimo libro edito da Kowalski di Paolo Rossi sull’82, scritto con l’ausilio dell’amata seconda moglie Federica Cappelletti che raccoglie voci e testimonianze sul Mundial si può comprendere l’atmosfera di tensione, scetticismo e derisione con cui la stampa accompagnava l’Italia del Calcio, che la portarono a decretare il silenzio stampa, con il solo capitano Zoff a fare da portavoce. Un’Italia villaneggiata per la sua presunta impreparazione e per il suo stile di gioco, quel “calcio all’italiana” o “Santo Catenacciodi breriana memoria. Dalla Gazzetta dello Sport, prima dello scontro con l’Argentina di Maradona: “Le critiche sono cresciute dopo ogni prova e dall’Italia hanno raggiunto gli azzurri nell’umida dimora di Vigo. Critiche al gioco, al difensivismo ad oltranza ed all’ostinazione di Bearzot nel tenere in campo il pallido, smagrito, inconcludente Paolo Rossi”.

Anche nella partita contro l’Argentina Rossi va a secco ma l’Italia vince grazie ai gol di Tardelli, mezz’ala “di corsa” ma anche “di spunto”  e del terzino goleador Cabrini. Memorabile è la marcatura asfissiante di Gentile, un difensore dal grande tempismo e dai modi rudi, che non fa toccare palla a Maradona.

E’ contro il Brasile, che Paolo Rossi ritrova, finalmente, la via del gol. Nello spazio di un attimo cambia il verso del suo Mondiale e dell’intera carriera, che sembrava sul viale del tramonto ed invece sorge in tutto il suo splendore.

L’Italia scende in campo con il 5-3-2. In porta c’è capitan Zoff, un portiere dal senso della posizione innato e dai riflessi sempre pronti, capace di compiere veri e propri prodigi tra i pali a quarant’anni suonati.

In difesa ci sono Collovati (sostituito poi dal giovanissimo e talentuoso Beppe Bergomi) e il “bell’Antonio” Cabrini, nel ruolo di terzini. Gentile e Collovati sono gli stopper e l’elegante, esemplare e mai scomposto Gaetano Scirea gioca come “libero”: un ruolo oggi tramontato, a metà tra la difesa e il centrocampo, con licenza di impostare e se necessario di attaccare. Scirea fu forse, al pari di Beckenbauer, il miglior interprete di questo ruolo. A centrocampo “a recuperar palloni, nato senza i piedi buoni” c’è il mediano Lele Oriali, ci sono la qualità e la grinta di Tardelli, c’è il talento sopraffino di Bruno Conti, che proprio in questa partita dà il meglio di sé, dipingendo traiettorie al millimetro.

In avanti Rossi e Graziani (poi sostituito da Altobelli): alle spalle degli attaccanti, Antognoni.

Inizia Italia-Brasile e il gol arriva dopo appena 5 minuti: cambio di gioco perfetto di Bruno Conti per Cabrini, che pennella un cross perfetto per la testa di Paolo Rossi, pronto ad insaccare in rete spiazzando Valdir Peres. Passano pochi minuti e al 12’ Socrates, capitano del Brasile, firma il pareggio. 12 minuti più tardi, il Brasile gigioneggia in difesa e Rossi si avventa su un pallone malamente perso dal “torinista” Junior, ruba palla e si proietta come un fulmine davanti al malcapitato Valdir Peres, cui non lascia scampo con un perfetto diagonale. Il Brasile pareggia di nuovo con Falcao, ma a decidere la partita è ancora un colpo di testa di Rossi. Il colpo di reni di Zoff, che con con un balzo felino salva il pallone sulla linea dopo il colpo di testa di Oscar, consegna definitivamente la vittoria agli azzurri.

Il titolo de “La Gazzetta dello Sport” il giorno dopo la vittoria sul Brasile.

Trovata la via del gol, la strada è ormai in discesa per Rossi. Bearzot è per lui quasi un secondo padre: per la cura che si è preso di Paolo, per la fiducia che ha avuto in lui, poiché sapeva che la stoffa non l’aveva persa ma era ancora lì e bastava un gol per sprigionarla.

La semifinale contro la Polonia è decisa ancora da una doppietta di Rossi e forse è proprio un segno del destino, che prima di andare in finale debba affrontare proprio quella Polonia contro cui ai gironi era sembrato un fantasma. Primo gol? Punizione di Antognoni e deviazione di Rossi sul secondo palo. E il secondo? Pennellata di Bruno Conti per il n° 20 che deve solo spingere in rete.

Ma è l’ultima partita contro la Germania Ovest, che lo consegna definitivamente al mito, alla leggenda. E’ ancora una volta lui a sbloccare il risultato: al 56’ schiaccia il pallone alla sinistra del tedesco Schumacher su bel cross di Gentile. Al 69’ è Tardelli a bissare il risultato con uno splendido gol da fuori area, che va a colorire con un’esultanza epica: un’urlo di gioia, liberazione e vittoria. Altobelli e il gol di Breitner fissano infine il punteggio sul 3-1.

La Germania Ovest poteva vantare all’epoca giocatori come Rumennigge, Fischer e Müller, ma viene liquidata da una prestazione azzurra che non lascia spazio a recriminazioni di alcun genere per la nettezza con cui si impone durante tutto il corso della partita.

Vince il tanto disprezzato- più in patria che all’estero – “calcio all’italiana”: una difesa che è una cerniera lampo, due terzini che spingono, una mezz’ala come Tardelli, un laterale imprendibile come Conti ed un centravanti micidiale: Paolo Rossi, a fine anno premiato col Pallone d’Oro.

Calcio, non solo calcio

Campioni del Mondo!” Il grido di Nando Martellini riecheggia ancora anche per chi, come il sottoscritto, allora non c’era ma è sempre stato attratto dalla storia di questa Nazionale, unica per gioco e per storia.

In mezzo a questa Storia, si staglia la figura di un meraviglioso campione, del suo calvario e della sua redenzione. Si può dire che è solo calcio, questo? Trovare nelle difficoltà più gravi la capacità e la forza di reagire: forse per questo non possiamo e non vogliamo dimenticare.

Ora e per sempre, 1982.

26 – Zinn, una voce critica nel cuore dell’America

27 – L’eredità politica e spirituale di John Lennon

28 – Ci Xi, da contadina a imperatrice.

29 – Lobacevskij e il grande viaggio della geometria

30 – “Al tempo giusto e al momento giusto”: l’Italia nell’era di Paolo Rossi.

Tutti i ritratti dell’Osservatorio


[1] Aldo Nove, Milano non è Milano, Contromano editore

[2] Paolo Rossi e Federica Cappelletti, 1982, il mio mitico mondiale, Kowalski editore.

Nato a Fermo il 13 aprile 2000. Di formazione classica, è studente di Filosofia presso l'università Cattolica di Milano. È appassionato di storia, filosofia, cinema e sport. Da novembre 2020 scrive per l'Osservatorio Globalizzazione e ha scritto e scrive sempre nell'ambito controculturale con Barbadillo e Progetto Prometeo.

Comments

  • Gabriele La Posta
    16 Dicembre 2020

    Complimenti a un giovane redattore per il piglio e la voglia di dare un senso più ampio a un’epopea sportiva, mettendola a fuoco nel contesto dell’Italia di quegli anni, così gravidi del nostro presente. Giusto due precisazioni:
    1) La Nazionale ai Mondiale del 1978 non venne fermata da un “discutibile arbitraggio contro l’Argentina” (che gli Azzurri sconfissero per 0-1 a Mar del Plata nel girone di qualificazione) bensì da 2 tiri da fuori area degli olandesi Brandts e Haan nella seconda fase a gruppi, quella da cui sarebbe uscita una finalista, l’Olanda appunto. Insomma, nessuna colpa del perfido Videla nell’eliminazione di quella bella Italia di Bearzot.
    2) Nella celebre partita del 1982 contro il Brasile, al Sarriá di Barcellona, Il suo terzo gol Paolo Rossi non lo segna di testa – come erroneamente riportato nell’articolo – bensì di destro, in girata, a pochi passi dal portiere verdeoro.

  • Gabriele La Posta
    16 Dicembre 2020

    Complimenti a un giovane redattore per il piglio e la voglia di dare un senso più ampio a un’epopea sportiva, mettendola a fuoco nel contesto dell’Italia di quegli anni, così gravidi del nostro presente. Giusto due precisazioni:
    1) La Nazionale ai Mondiale del 1978 non venne fermata da un “discutibile arbitraggio contro l’Argentina” (che gli Azzurri sconfissero per 0-1 a Mar del Plata nel girone di qualificazione) bensì da 2 tiri da fuori area degli olandesi Brandts e Haan nella seconda fase a gruppi, quella da cui sarebbe uscita una finalista, l’Olanda appunto. Insomma, nessuna colpa del perfido Videla nell’eliminazione di quella bella Italia di Bearzot.
    2) Nella celebre partita del 1982 contro il Brasile, al Sarriá di Barcellona, Il suo terzo gol Paolo Rossi non lo segna di testa – come erroneamente riportato nell’articolo – bensì di destro, in girata, a pochi passi dal portiere verdeoro.

  • Gabriele La Posta
    16 Dicembre 2020

    Complimenti a un giovane redattore per il piglio e la voglia di dare un senso più ampio a un’epopea sportiva, mettendola a fuoco nel contesto dell’Italia di quegli anni, così gravidi del nostro presente. Giusto due precisazioni:
    1) La Nazionale ai Mondiale del 1978 non venne fermata da un “discutibile arbitraggio contro l’Argentina” (che gli Azzurri sconfissero per 0-1 a Mar del Plata nel girone di qualificazione) bensì da 2 tiri da fuori area degli olandesi Brandts e Haan nella seconda fase a gruppi, quella da cui sarebbe uscita una finalista, l’Olanda appunto. Insomma, nessuna colpa del perfido Videla nell’eliminazione di quella bella Italia di Bearzot.
    2) Nella celebre partita del 1982 contro il Brasile, al Sarriá di Barcellona, Il suo terzo gol Paolo Rossi non lo segna di testa – come erroneamente riportato nell’articolo – bensì di destro, in girata, a pochi passi dal portiere verdeoro.

  • Gabriele La Posta
    16 Dicembre 2020

    Complimenti a un giovane redattore per il piglio e la voglia di dare un senso più ampio a un’epopea sportiva, mettendola a fuoco nel contesto dell’Italia di quegli anni, così gravidi del nostro presente. Giusto due precisazioni:
    1) La Nazionale ai Mondiale del 1978 non venne fermata da un “discutibile arbitraggio contro l’Argentina” (che gli Azzurri sconfissero per 0-1 a Mar del Plata nel girone di qualificazione) bensì da 2 tiri da fuori area degli olandesi Brandts e Haan nella seconda fase a gruppi, quella da cui sarebbe uscita una finalista, l’Olanda appunto. Insomma, nessuna colpa del perfido Videla nell’eliminazione di quella bella Italia di Bearzot.
    2) Nella celebre partita del 1982 contro il Brasile, al Sarriá di Barcellona, Il suo terzo gol Paolo Rossi non lo segna di testa – come erroneamente riportato nell’articolo – bensì di destro, in girata, a pochi passi dal portiere verdeoro.

  • Gabriele La Posta
    16 Dicembre 2020

    Complimenti a un giovane redattore per il piglio e la voglia di dare un senso più ampio a un’epopea sportiva, mettendola a fuoco nel contesto dell’Italia di quegli anni, così gravidi del nostro presente. Giusto due precisazioni:
    1) La Nazionale ai Mondiale del 1978 non venne fermata da un “discutibile arbitraggio contro l’Argentina” (che gli Azzurri sconfissero per 0-1 a Mar del Plata nel girone di qualificazione) bensì da 2 tiri da fuori area degli olandesi Brandts e Haan nella seconda fase a gruppi, quella da cui sarebbe uscita una finalista, l’Olanda appunto. Insomma, nessuna colpa del perfido Videla nell’eliminazione di quella bella Italia di Bearzot.
    2) Nella celebre partita del 1982 contro il Brasile, al Sarriá di Barcellona, Il suo terzo gol Paolo Rossi non lo segna di testa – come erroneamente riportato nell’articolo – bensì di destro, in girata, a pochi passi dal portiere verdeoro.

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