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Navigare nel mare in tempesta della crisi del coronavirus

Navigare nel mare in tempesta della crisi del coronavirus

Torna sulle nostre colonne il funzionario europeo Gustavo Boni, che oggi ci fornisce un “binocolo” per scrutare in profondità nel mare magnum della crisi economica, politica, sociale imposta all’Italia dalla pandemia di coronavirus.

“Whether ’tis nobler in the mind to suffer
The slings and arrows of outrageous fortune,
Or to take arms against a sea of troubles,
And by opposing end them?”

Il 2020 sarà ricordato per decenni come un anno che ha portato con sé un mare di problemi, per dirla come Amleto. Sta a ciascuno fare la propria scelta: soffrire i patimenti, o prendere le armi e combattere tutte le avversità?

Queste prime righe non devono essere interpretate come un invito a ricorrere ai fucili che, per giunta, risulterebbero del tutto inefficaci per il tipo di patimenti che ci troviamo a soffrire. E allora cosa ci resta da fare? Come combattere queste difficoltà? Con un binocolo! Questo è lo strumento con cui i marinai, in mezzo al mare, scrutavano l’orizzonte in cerca di un approdo. Questo articolo ha l’ambizione di essere uno strumento che possa aiutare a leggere, qui e ora, quel che potrà essere domani, come reagirà la società, quindi l’economia della Penisola, come cambierà la nostra vita, cosa potrebbe succedere sopra le nostre teste.

Se è indubbio che viviamo ormai da decenni in una società interconnessa socialmente, industrialmente, economicamente e militarmente, è altrettanto certo che stiamo attraversando un periodo di ripiegamento su noi stessi, sui nostri bisogni specifici, senza badare troppo al prossimo. E questo avviene tanto sul piano individuale, quanto su quello sanitario, economico e politico. Questi due atteggiamenti stridono a tal punto che qualche strascico resterà. Cerchiamo di capirlo attraverso alcune parole-chiave di questo periodo.

Assembramenti

Evitarli ha significato isolarci dagli affetti, dagli amici, dai momenti conviviali. Ma non solo: ci sono alcuni settori economici che per definizione si caratterizzano per gli assembramenti di persone che rischiano di subire un colpo pesante: si tratta degli eventi fieristici, del settore della cultura e dello spettacolo, dell’educazione e dei trasporti pubblici locali che regolano i flussi di pendolari e gli spostamenti urbani.

Reagiremo con un riflesso pavloviano rifuggendo dagli assembramenti o torneremo al vecchio stile di vita? Difficile da dire in questa fase. Quel che appare certo è che tali settori potrebbero andare incontro a una profonda trasformazione, che sposterà (parzialmente e progressivamente) la compresenza dal piano fisico a quello digitale. Sotto questa luce, la notte sembra giá meno tetra: non ci saranno soltanto impatti negativi (saranno comunque superiori, si intenda). Qualche nota meno amara riguarderà alcuni segmenti dell’industria digitale, come le piattaforme di comunicazione che consentono di connettere molte persone per piacere, formazione o lavoro.

Parimenti, il settore dei media potrebbe beneficiare in via indiretta di questa situazione, aumentando e personalizzando i propri abbonamenti in modo da offrire a domicilio la medesima esperienza ludico/culturale che prima era fruita in un ambito di socialità. In parallelo, pertanto, i “produttori” della cultura e dello spettacolo potrebbero essere costretti ad adattarsi, per esempio con concerti in streaming, film non proiettati nelle sale, visite interamente virtuali ai musei, e tele-insegnamento.

È ragionevole quindi pensare che anche la pubblicità e la promozione possa cambiare, andando ad intercettare questi “nuovi luoghi”, dove i consumatori possano essere studiati e persuasi.

Come ci sposteremo? Ci potrebbe essere una minore propensione, quando possibile, a utilizzare i trasporti pubblici locali, prediligendo per gli spostamenti individuali automobili private, motociclette o scooter, biciclette o monopattini elettrici (questi ultimi ci si augura solo in aree urbane). Questo equivarrà a una congestione del traffico viabilistico? Non è detto (si rimanda al paragrafo “Tele-lavoro”). È invece più probabile che spinga ad acquistare veicoli, si immagina in maggioranza di piccola o media taglia (si rimanda al paragrafo “Lock-down”). Ne consegue, ahinoi, che un’avanguardia della mobilità urbana come il car-sharing potrebbe non riuscire a superare questo cambiamento.

Tele-lavoro

Molti lo sospettavano, pochi avevano la spregiudicatezza di affermarlo con convinzione. Lavorare da casa non solo è possibile, ma spesso è anche preferibile sia per un migliore equilibrio con la vita privata, sia per maggiore efficienza ed efficacia. Non si tornerà più quindi in ufficio? Difficile, molte dinamiche (aziendali e non) devono essere tenute in considerazione. Appare più probabile che una forma di ufficio leggero, politica giá da tempo adottata da diverse realtà come le reti di vendita, prenda sempre più piede. Le prime vittime di questa dinamica potrebbero essere le locazioni commerciali. Grandi palazzi con ampie superfici e faraonici centri direzionali potrebbero rimanere sfitti, con una contrazione quindi anche del loro valore di mercato.

La stessa cosa avverrà anche per le soluzioni residenziali? Non è detto: se è vero che è probabile che sia sempre meno richiesto abitare nei grandi centri urbani per poter lavorare presso un’azienda che lì ha la propria sede, potrebbe essere comunque necessario spostarsi presso tali uffici almeno per qualche giorno ogni settimana od ogni mese (il tele-working sarà un processo graduale). Questi nuovi “micro-pendolari” avranno quindi bisogno di affitti brevi, contribuendo così a sostenere il mercato dei fitti residenziali, che tuttavia saranno sempre meno sicuri.

Quali le categorie maggiormente a rischio? Piccoli ristoranti, bar o caffetterie che servono una clientela meramente di colletti bianchi o blu potrebbero non farcela. Soprattutto per le piccole realtà con una sola sede, senza diversificazione territoriale, spesso di nicchia e con una clientela ricorsiva. Questo sembra essere confermato da alcuni numeri[1]: oltre il 57% dei ristoratori stima una contrazione del fatturato 2020 superiore al 30% rispetto a quanto registrato nel 2019, riscontrando una riduzione del volume d’affari di oltre il 90% a un mese dal lock-down.

Una soluzione che vediamo in questa fase di transizione e che potrebbe rafforzarsi sempre più è l’home-delivery. Saranno quindi le società che offrono tali servizi su piattaforme digitali, spesso in grado di raggiungere diversi comuni, a poter trarre il maggior beneficio. Gli esercenti, pertanto, potrebbero doversi affiliare a tali piattaforme, proponendo format predefiniti e qualche specialità locale. I singoli punti vendita potrebbero consociarsi in cooperative, ma avrebbero comunque poco potere contrattuale nei confronti di chi gestisce le piattaforme ed è quindi in grado di raggiungere in poco tempo diversi milioni di clienti. La “ristorazione business” potrebbe quindi diventare una commodity esposta alle leggi di un network-based market.

Lock-down

È evidente come il lock-down abbia prodotto effetti negativi su quasi tutti gli operatori economici. Se è ancora troppo presto per misurare gli impatti puntuali del Covid-19 sulle dinamiche economiche e finanziarie degli operatori, è possibile tuttavia avere un segnale indiretto sulla salute dell’economia a un mese dall’inizio del lock-down: il traffico stradale si è dimezzato, con contrazioni superiori al 65% per Milano e Roma; il consumo di energia elettrica è inferiore di ca. il 25% rispetto analogo periodo del 2019[2], mentre i livelli di SO2 (biossido di zolfo,) risultano inferiori del 40% rispetto a febbraio 2020[3].

Chi ha sofferto maggiormente è il segmento delle piccole e medie imprese (PMI), che presenta margini operativi e flessibilità finanziaria inferiori rispetto a soggetti più grandi. Le PMI sono la spina dorsale di molti territori italiani e danno lavoro a milioni di persone. È innegabile che molte di queste realtà imprenditoriali faranno fatica a riaprire.

Come fermare questa emorragia? Sempre che sia possibile, l’unico modo sembra quello di dare contributi a fondo perduto da parte dello Stato/soggetti sovra-nazionali alle imprese (per evitare in questo modo di mettere ulteriormente sotto pressione il sistema bancario), e pagare gli stipendi ai loro dipendenti attraverso meccanismi di welfare-state (si rimanda al paragrafo “Termometro Finanziario”).

Perché potrebbe non bastare? Salvo le micro-realtà locali, molte PMI sono inserite in catene industriali e in mercati sovra-nazionali. La ripartenza di una PMI italiana, pertanto, potrebbe dipendere dalla domanda dei suoi beni/servizi da parte di un suo importante cliente in Brasile, e al tempo stesso dagli approvvigionamenti da parte di un suo fornitore strategico Indonesiano. In questo esempio, appare chiaro come la sorte di questa realtà imprenditoriale dipenderà da quanto fatto per sostenere le proprie economie dal Brasile e dall’Indonesia, oltre che dalla riapertura di tali tratte commerciali.

Quale sarà, di conseguenza, la lezione che tutti potremo imparare? Apparirà necessario valutare il portafoglio clienti e fornitori con un approccio mutuato dai fondi di investimento, soppesando e monitorando affidabilità e diversificazione con un approccio di rischio-rendimento, che potrebbe portare a una logica di crescita basata su cerchi concentrici.

Salute

Uno dei settori sotto i riflettori nelle ultime settimane è stato quello sanitario. In alcuni casi, i nosocomi non avevano strutture adeguate, in altri le persone hanno avuto paura ad accedere alle strutture. In tutti è rimasta pertanto forte la paura di non poter ricevere cure adeguate o di doversi sobbarcare spese molto onerose. È possibile, pertanto, che ci sia una maggiore propensione a sottoscrivere polizze assicurative per coprire costi sanitari, andando quindi verso un’ulteriore privatizzazione del settore.

Diversi settori ne potranno beneficiare: oltre le cliniche private e le compagnie assicurative, non dobbiamo scordare i laboratori di analisi, vero collo di bottiglia del sistema. Le regine di questo momento, manco a dirlo, saranno le compagnie farmaceutiche, sia per un beneficio diretto dall’acquisto di farmaci per combattere il Covid-19, sia per una ricaduta indiretta derivante dalla maggiore propensione ad allocare una quota maggiore del proprio reddito su spese sanitarie.

Termometro finanziario[4]

Alla luce degli impatti sopra descritti, appare certo che il sistema finanziario italiano (sovrapponibile a quello bancario) subirà un serio contraccolpo sia direttamente, per via delle esposizioni verso le PMI e dei conseguenti NPLs che ne deriveranno, sia per via titoli di Stato in portafoglio, oggetto di downgrade a BBB- da parte di Fitch a fine aprile 2020.

Il quadro macroeconomico del Paese, inoltre, non promette scenari rosei: nel 2020 l’economia potrebbe subire una contrazione in doppia cifra, il debito pubblico superare il 150% del PIL e il deficit toccare il 10%. Nell’anno in corso l’Italia potrebbe essere chiamata a finanziare quasi EUR 400mld tra debito in scadenza e deficit, cui aggiungere circa EUR 250mld in media per ciascuno dei successivi 5 anni tra titoli in scadenza e deficit che necessitano di essere rifinanziati[5]. Lo scenario si completa immaginando una contrazione sia dei consumi, sia degli investimenti fissi lordi, aumentando quindi il peso della componente finanziaria dell’economia rispetto a quella reale. La situazione è così drammatica come appare? Il paracadute istituzionale potrebbe limitare, sino ad annullare, l’esposizione ai mercati finanziari.

Gli acquisti di titoli di Stato italiano potrebbero coprire ca. il 50% del fabbisogno del 2020, attraverso sia l’Asset Purchase Program, sia il Pandemic Emergency Purchase Programme. Tali acquisti andranno probabilmente in deroga alla regola di proporzionalità, per cui gli acquisti di Titoli di Stato Italiani dovrebbero rappresentare il 14% del totale, mentre è possibile che tale peso superi il 30%, specialmente nei mesi più caldi della pandemia, in linea con quanto accaduto nei primi mesi del 2020. Tale deviazione, è “need-based”, pertanto è possibile che venga riassorbita per l’Italia prima che per altri paesi. Se l’ombrello sarà molto ampio, la quota di debito pubblico italiano nelle mani della ECB (tramite Banca d’Italia) potrebbe salire oltre il 20%, rispetto il 16-17% in media degli ultimi mesi, riducendo la quota in mano a investitori esteri intorno al 25%.

Altri supporti dalle istituzioni europee potrebbero arrivare dal SURE, a supporto della disoccupazione, dal MES e dalla BEI, stimabili in ca. il 5-7% del deficit.

Within our mandate, the ECB is ready to do whatever it takes to preserve the euro. And believe me, it will be enough…”. Correva l’anno 2012, e questo è il passaggio forse più celebrato tra gli interventi tenuti da Mario Draghi in qualità di Presidente della ECB. Un messaggio molto forte agli amici e ai nemici. Contrariamente a quello che molti pensano, la parte centrale di questo stralcio non è “whatever it takes”, ma believe me”. Essere credibili non è importante, è tutto per un’istituzione sovranazionale.

Passeremo dei tempi complessi, che porteranno trasformazioni del nostro modo di vivere e di lavorare. Farlo con le spalle coperte di istituzioni forti è fondamentale, e anche loro dovranno rivedere la loro missione, rinunciando al ruolo di “revisore di conti”, per abbracciare quello di stratega forte e credibile.

In genere le profonde trasformazioni generano grandi opportunità. Siamo pronti a coglierle. Tutti.


[1] Fonte: dati elaborati da Algebris a partire da dataset di FIPE e ISTAT

[2] Fonte: dati elaborati da Algebris a partire da dataset di TERNA

[3] Fonte: dati elaborati da Algebris a partire da dataset relativi ad alcune stazioni di rilevamento. Le emissioni più rilevanti di SO2 sono originate dalla combustione di carbone fossile e petrolio greggio per il riscaldamento domestico, la produzione industriale e quella di energia da parte delle centrali termoelettriche.

[4] Fonte: analisi dell’Autore sulla base del paper “Italy 2020 deficit – a well “covered” story” di Algebris

[5] Fonte: Ministero dell’Economia e delle Finanze

Gustavo Boni è lo pseudonimo di un funzionario europeo che chiede l’anonimato per motivi deontologici. Lo studio rispecchia sue personali opinioni e non quelle delle istituzioni UE.

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