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John McDowell, un gigante della filosofia contemporanea

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John McDowell, un gigante della filosofia contemporanea

Quando si parla di filosofia teoretica contemporanea un nome giganteggia nel panorama mondiale, quello del filosofo sudafricano John McDowell, del quale cercheremo di pennellare un ritratto rendendo fruibile il complesso apparato concettuale della sua filosofia. La biografia è piuttosto ordinaria, ma è l’elevata teoreticità della sua filosofia a necessitare più spazio.

John Henry McDowell nacque a Boksburg in Sudafrica il 7 marzo 1942, prendendo la laurea in filosofia nel 1962 al College of Rhodesia and Nyasaland, oggi Università dello Zimbabwe. Dopo aver vinto la Borsa di Studio Cecil Rhodes nel 1963, ottenne il dottorato ad Oxford nel 1965. Dal 1966 al 1988 è stato professore associato ad Oxford e dal 1988 è ordinario di filosofia all’Università di Pittsburgh, negli Stati Uniti. Ha poi numerose fellowship con altre università come Harvard, la Columbia e Berkeley. McDowell è membro sia della British Academy che dell’American Academy of Arts and Sciences.

Fin dai primi tempi McDowell si muove tra filosofia classica e la filosofia del linguaggio sul piano teoretico. Il problema filosofico di McDowell è quello del rapporto tra mente e mondo, quello della presa del pensiero su ciò che sta fuori di esso, ovvero come sia possibile che i pensieri riguardino il mondo. Di fatto prova a risolvere la spaccatura cartesiana tra la Res Cogitans e la Res Extensa, una volta caduta la ghiandola pineale, una spaccatura che Kant andò vicino a ricucire ma che si riapre nello schematismo trascendentale, per cui in fin dei conti semplicemente accade che pensiamo così.

Il filosofo sudafricano propone la plausibilità di un “empirismo minimale”, perché si possa sapere se una credenza o un giudizio che le cose stiano così e così sia adottata correttamente o scorrettamente a seconda che le cose stiano effettivamente così e così. Il pensare che ha per scopo il giudizio (o una credenza) deve in qualche misura rispondere al mondo empirico e quindi all’esperienza. In questo “empirismo minimale”, l’esperienza deve, in qualche modo, assurgere alla funzione di tribunale che vagli la correttezza e la scorrettezza del nostro pensiero nei confronti dello stato di cose. Ma come può l’esperienza, intesa come mero Dato, emettere verdetti sul pensiero e suoi suoi legami razionali? In altre parole l’esperienza, concepita come inframmettenza del mondo su un sensorio, deve ma non può ergersi in giudizio del pensiero. Dunque come è possibile la conoscenza empirica? Come può l’esperienza emettere un verdetto sufficientemente favorevole perché la credenza abbia il valore di conoscenza? La conoscenza innanzitutto appartiene a un contesto normativo, conoscere un episodio o uno stato non vuol dire darne una descrizione empirica ma giustificarlo all’interno di uno “spazio logico delle ragioni”, come aveva detto un altro grande filosofo contemporaneo Wilfrid Sellars. Il mero dato empirico sembrerebbe invece appartenere ad uno spazio logico diverso, quello della natura. Questo è lo spazio in cui operano le scienze naturali, ma le relazioni che si costituiscono in questo spazio sono di diverso genere rispetto alle relazioni normative dello spazio delle ragioni. Nello “spazio logico della natura” , ricco di relazioni causali, non c’è spazio per relazioni come l’essere giustificato o corretto in base a qualcos’altro.

Con l’avvento della scienza moderna, infatti, si è aperta una nuova visione sul mondo, che ha dato una nuova chiarezza riguardo alla comprensione scientifica naturale: la scienza spiega i fenomeni del mondo sussumendoli sotto leggi fisiche rilevabili e collocandoli in catene causali. Tuttavia il sapere scientifico non dà ragioni per dimostrare che, in qualche modo, le nostre credenze sono migliori così e non altrimenti, cioè che i nostri atteggiamenti proposizionali sono giustificati. La moderna comprensione scientifica si concentra sulla spiegazione facendo appello a leggi (fisiche), allo “spazio logico delle cause” piuttosto che a ragioni. Se l’esperienza di un soggetto è concepita come una serie di impressioni e interferenze del mondo su un essere dotato di capacità sensorie, è evidente che essa debba appartenere allo “spazio logico delle cause” , portando all’impasse della disgiunzione tra esperienza e pensiero.

Seguendo le orme di Wittgenstein, McDowell rifiuta l’assunto che ciò che viene presentato ai nostri sensi, la nostra esperienza, sia una semplice cosa, un contenuto non concettuale.  McDowell sostiene che l’esperienza, concepita come la capacità di accogliere fatti manifesti, è una componente essenziale della cognizione: secondo lui l’assunto moderno, indiscusso, che la comprensione scientifica naturale sia l’unica modalità accettabile di accesso alla natura porta i filosofi nel cul de sac che lo “spazio delle ragioni”, all’interno del quale opera il pensiero, sia dualisticamente opposto alla natura. Di conseguenza, la filosofia moderna si è trovata in una altalena tra due concezioni insoddisfacenti, nel medesimo grado, della cognizione: da un lato, un vuoto coerentismo, che evita del tutto la nozione di esperienza, abbandonando qualsiasi empirismo e, dall’altro, quello che Sellars chiama il “Mito del Dato”, ovverosia la tesi in base alla quale una percezione può giustificare una credenza, secondo un “crudo naturalismo” per cui quello delle ragioni sia semplicemente parte dello spazio logico delle cause, come ebbe a dire Donald Davidson.

McDowell non dà una risposta alla domanda “Come è possibile che il nostro pensiero sia responsabile verso il mondo” ma scalza la questione al principio, sostenendo che l’esperienza sia inestricabilmente coinvolgente e la sensibilità e la comprensione. La rivoluzione scientifica moderna, secondo McDowell, ha sì reso possibile concepire, con una chiarezza del tutto nuova, il genere particolare di intelligibilità che le scienze naturali permettono di trovare nelle cose, ma distingue l’intelligibilità scientifico naturale, dal genere di intelligibilità che qualcosa acquista quando è collocato nello “spazio logico delle ragioni”. La distinzione tra spazi logici permane ma McDowell non pone una contrapposizione tra naturale e normativo, distinzione non implica inconciliabilità. L’esperienza è qualcosa di naturale ma non viene rimossa dallo “spazio logico delle ragioni”. In questa concezione lo “spazio logico delle ragioni” porta alla luce un nuovo genere di intelligibilità. In altre parole un conto è riconoscere due spazi distinti, un altro è relegare l’esperienza, il dato, la natura, ad uno solo dei due spazi. L’esperienza così concepita è allo stesso tempo ricettività in funzione e concettualmente articolata. Una articolazione concettuale, senza la quale non c’è possibilità di esperienza. Non è però a-priori, come nel kantismo classico ma è, di fatto, una “seconda natura” che gli esseri umani acquisiscono attraverso l’iniziazione a capacità concettuali, le cui interrelazioni appartengono allo “spazio logico delle ragioni”, e che vengono apprese nel corso della propria acculturazione nel linguaggio naturale, che è depositario di tradizione, e incarnazione della possibilità di un orientamento al mondo. Il contenuto non concettuale è un ossimoro, perché nel momento in cui è concepito come esperienza è già concettualizzato. Così si rende possibile accogliere le impressioni nell’ambito della natura senza minacciare l’empirismo (un contenuto non concettualizzato non è un contenuto ma un semplice accadimento).

In questa ipotesi cognitiva le capacità concettuali intervengono già nelle interazioni naturali costituite dagli influssi del mondo sulle capacità ricettive di un soggetto che possiede i concetti.

La concezione di McDowell rivendica l’autonomia epistemologica della filosofia che non deve rispondere ai quesiti delle scienze, anzi in questo caso, la domanda viene bypassata e risulta superflua. La soluzione teoretica apre infine lo spazio alla riflessione morale: credenze e desideri non solo si impegnano come proposizioni sul mondo ma riguardano anche l’azione dell’uomo. Se la natura è solo “spazio logico delle cause”, come può conciliarsi con essa la nozione di libertà? e quella di responsabilità? In questo senso la capacità di agire virtuosamente implica essenzialmente la capacità di accogliere fatti morali oggettivi, laddove quest’ultima capacità il soggetto la acquisisce nel corso della propria acculturazione.

L’idea di filosofia di McDowell è una idea terapeutica: non pretende di dare spiegazioni ma, wittgensteinianamente parlando, offre nuove descrizioni per riportare la quiete intellettuale risolvendo le antinomie. La riformulazione del problema elimina lo stesso. La sua filosofia teoretica è anche etica nel senso etimologico di ήθος: la filosofia teoretica come etica, sede, abitazione, apertura di uno spazio di abitabilità e dicibilità per lavorare liberamente su di sé e per pensare bene e agire bene.

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Laureato magistrale in Scienze Filosofiche all'Università degli Studi di Milano, è attualmente consigliere comunale nel paese di Cesano Boscone.

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