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Ucraina, una “guerra senza limiti”: conversazione con Gastone Breccia

Breccia Ucraina

Ucraina, una “guerra senza limiti”: conversazione con Gastone Breccia

Quella in Ucraina è una “guerra senza limiti”, un conflitto complesso importante sia per la storia d’Europa che come caso di studio per l’arte della guerra nel XXI secolo. La drammatica escalation del brutale confronto russo-ucraino è oggi da noi indagata con il professor Gastone Breccia, tra i massimi esperti italiani di storia militare e sempre nostro graditissimo ospite.

Professor Breccia, la decisione di Vladimir Putin di procedere con un’operazione militare su larga scala in Ucraina, nonostante gli avvertimenti provenienti da fonti occidentali, ha colto molti addetti ai lavori di sorpresa. Si è trattato di un semplice caso di “nebbia di guerra” che precede la tempesta o sono state commesse delle valutazioni errate riguardo al processo di decision-making del Presidente Russo?

Io sono stato uno tra i molti. Fino a due giorni prima dell’attacco ritenevo improbabile che Putin si decidesse a una mossa del genere: con il riconoscimento delle repubbliche separatiste e l’ingresso “ufficiale” delle sue truppe nel Donbass poteva trattare da una posizione di forza la neutralizzazione dell’Ucraina, che ritenevo potesse essere il suo realistico obiettivo strategico. Quindi sì, son o certamente stati commessi degli errori da parte degli analisti, e non solo: anche gli ucraini, sia la gente comune sia i vertici militari e politici, hanno creduto fino all’ultimo a una dimostrazione di forza, non al suo uso diretto. Ora dobbiamo chiederci perché Putin è riuscito a sorprenderci. Io non credo alla teoria di “Vlad the Mad”, né al fatto che abbia perso contatto con la realtà per colpa della ristretta cerchia di yesmen da cui si sarebbe circondato. Il suo è un lucido azzardo: l’obiettivo strategico è evidentemente molto più ambizioso di quello che pensavamo, ovvero controllare la costa del mar Nero e del mar d’Azov e creare una sorta di governo fantoccio a Kiev, lasciando – forse – solo l’Ucraina occidentale nelle mani di un governo “legittimo”.

Vista la coordinazione interforze e la rapidità con cui la prima offensiva russa è stata portata avanti si è parlato di una nuova Desert Storm. Ritiene che il paragone con l’intervento americano contro l’Iraq di Saddam Hussein possa reggere?

La somiglianza si limita al fatto che si tratta, adesso come allora, di una guerra convenzionale, tra due eserciti regolari. Ma solo in questa fase iniziale. Per il resto non ne vedo molte: Desert Storm (la prima, almeno) è stata una guerra di coalizione, con l’appoggio dell’intera comunità internazionale, il dominio totale del cielo e nessuna speranza per Saddam; oggi le condizioni politico-militari mi sembrano molto diverse.

Si è parlato di rifornimento di armi e materiali alle forze di resistenza ucraine, allo scopo di condurre una forma di guerriglia o lotta partigiana. In particolare, i lanciamissili portatili Javelin, che sembrano essere molto efficaci nell’opporsi all’avanzata delle colonne corazzate russe, come in passato furono gli Stinger, – forniti dagli americani ai mujaheddin afghani nella fase finale della guerra contro i sovietici – che si rivelarono decisivi nel contrastare gli elicotteri d’attacco Mi-24 Hind. Vista la sua esperienza nello studio dei fenomeni di insurgency e counter-insurgency ritiene che questo metodo operativo possa essere replicato anche dalla resistenza ucraina, magari grazie al supporto dei loro alleati occidentali? E in che modo potrebbero controbattere le forze russe?

I Javelin sono armi micidiali, in grado di colpire e distruggere anche i migliori carri e mezzi corazzati russi, con una gittata utile tra i 75 e i 2400 metri, difficilissimi da individuare perché non producono vampa al momento del lancio. Leggeri, spalleggiabili, sono l’arma ideale per la guerriglia; ma per essere utilizzati in maniera efficace è necessario una certa esperienza. Penso quindi che sarà essenziale, nella seconda fase della lotta, il ruolo dei “regolari” dell’esercito ucraino, che dovranno disperdersi a piccoli e piccolissimi gruppi per creare e addestrare sul territorio una rete di partigiani. La NATO – se non si raggiungerà un compromesso accettabile tra il governo di Kiev e la Russia, cosa che al momento pare difficile – continuerà a fornire armi e istruttori alla resistenza.

Oltre allo scontro sul campo si possono apprezzare interventi di tipo economico, come le sanzioni imposte da Stati Uniti e Unione Europea. Inoltre abbiamo assistito a schermaglie digitali fra gruppi hacker regolari ed irregolari. Senza contare interventi di info-war su media televisivi e piattaforme online. Il conflitto ucraino potrebbe diventare il nuovo principale esempio di “guerra senza limiti” del XXI secolo?

Senza dubbio. È un conflitto davvero “ad ampio spettro”: sul terreno ci sono per il momento sia due eserciti regolari, sia milizie volontarie, sia i primi civili armati; tutte le risorse di intelligence sono mobilitate (anche se non si può dire, i satelliti spia della NATO stanno certamente fornendo ai comandi ucraini informazioni utili a contrastare l’avanzata russa); la infowar viene combattuta a tutti i livelli, diffondendo notizie e immagini false, e inquinando le piattaforme social con fake news e interventi ostili (anche a livello privato: ne ho avuta esperienza diretta, con post violenti inviati da account subito resi inaccessibili alla risposta); la cyberwar è in pieno svolgimento, con attacchi hacker soprattutto a danno della Russia, che contribuiscono a rendere più efficaci le misure economiche prese dall’Occidente. E questo è il capitolo decisivo, e dolente: le sanzioni, molto enfatizzate dai nostri mezzi di comunicazione, rivelano in realtà la nostra debolezza. L’Occidente sta finanziando con acquisti di energia pari a circa 700 milioni di dollari al giorno: i provvedimenti presi – la rinuncia oggi a un gasdotto ancora inattivo, domani chissà; il blocco delle transazioni internazionali di sette banche russe; la caccia agli yacht e ai beni di qualche oligarca – non sono certo in grado, nel breve periodo, di fermare Putin.

In conclusione, quali pensa che saranno i costi per gli attori coinvolti? La decisione di Putin di agire militarmente in Ucraina riuscirà a ripagarlo in termini di deterrenza e proiezione di potenza, o sarà l’inizio del declino della sua leadership, relegando la posizione della Federazione Russa a quella di junior partner della Repubblica Popolare Cinese?
Dipende dall’esito finale della campagna. La guerra è un fatto brutale, che semplifica la politica, almeno nel breve periodo: Putin può ancora vincere o perdere. Se raggiungerà con perdite limitate i suoi obiettivi – controllo della costa del mar Nero, governo “amico” a Kiev – il suo consenso in patria si rafforzerà; altrimenti, lo scenario di un possibile cambiamento di leadership al Cremlino non è da escludere. Il problema della partnership tra Russia e Cina è poi molto complesso: sono alleati innaturali, perché in concorrenza geostrategica in Asia, uniti oggi soprattutto (o forse soltanto) dall’ostilità verso la NATO. E bisogna fare attenzione al futuro: perché è vero che l’asimmetria economica è evidente a tutto vantaggio della Cina, ma la Russia, per tradizione, non accetta facilmente di essere junior partner di chicchessia.

Tutte le interviste di OG

Laureato in Scienze Storiche presso l’Università degli Studi di Milano, ha conseguito un Master di Primo Livello in Middle Eastern Studies presso l’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Studioso di storia contemporanea e appassionato di studi strategici, i suoi interessi spaziano dalla Prima Guerra Mondiale alle moderne security policy dell’area MENA.

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