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Elezioni in Russia: lo “schiaffo” a Putin e l’eredità dello Zar

Putin Sputnik V

Elezioni in Russia: lo “schiaffo” a Putin e l’eredità dello Zar

Se le recenti elezioni parlamentari russe ci insegnano qualcosa è che la Russia è una realtà troppo complessa per essere compresa dall’Occidente, e il calo elettorale del partito del presidente Putin che ha premiato in particolar modo gli oppositori più anti-occidentali lo testimonia.

Con la quasi totalità delle schede conteggiate, il risultato delle ultime parlamentari della Federazione russa sembra essere più che chiaro: Russia Unita si riconferma il primo partito della nazione con il 49,8% delle preferenze. Seguono a lunga distanza i comunisti (19,6%), i liberaldemocratici (7,5%), Russia Giusta (7,3%) e Gente Nuova (5,3%).

Una sconfitta per Putin

Alcuni gridano già ai brogli, perché nell’arco di una notte Russia Unita ha aumentato sospettosamente il proprio consenso di quasi dieci punti percentuali – a detrimento, soprattutto, dei comunisti, che ieri sera sono stati sul punto di toccare il 25% –, ma la verità è che, irregolarità o meno non ha importanza, queste elezioni sono state una sonora sconfitta per Vladimir Putin. Attenzione, però, a ritenerle una vittoria per un’inesistente opposizione avente lo sguardo posato su diritti, libertà e Occidente: è tutto il contrario, per quanto nei media nostrani si sia esagerato l’effetto dell’appello di Aleksei Navalny al “voto utile” anti-Russia Unita.

Le prime considerazioni che ci sentiamo di (dover) fare sull’esito di queste parlamentari sono le seguenti:

  • RU continua a dominare il panorama politico, ma è chiaro che non goda più del consenso unanime della popolazione. Le sue prestazioni dal 2007 ad oggi non abbisognano di accompagnamenti esplicativi: 64,3% dei voti nel 2007, 54,2% nel 2016, 49,8% oggi.
  • Il liberalismo all’occidentale si dimostra inconsistente, preferenza di una minoranza tanto esigua numericamente quanto ininfluente politicamente, come dimostrano le cifre della non-prestazione di Jabloko, l’unico partito in gara considerabile liberale in senso occidentale. Ha preso l’1% dei voti, ovvero il 9% in meno di quanto si attendesse la dirigenza.
  • Comunisti e liberaldemocratici avrebbero ottenuto quei risultati – seconda e terza posizione – anche senza l’appello di Aleksei Navalny sul “votare intelligentemente” per disturbare RU. Sono, infatti, rispettivamente secondo e terzo partito della Federazione dall’inizio degli anni Duemila.
  • I comunisti sono la vera sorpresa di questa competizione elettorale, dato che hanno consolidato una tendenza in essere da oltre un decennio – 11,6% nel 2007, 19,1% nel 2011 e 13,3% nel 2016. Occorre riportare le lancette dell’orologio al 1999, anno della storica prima posizione con il 24,2% dei voti, per vedere un traguardo del genere.

La stampa generalista sta già coprendo gli eventi – com’era ampiamente pronosticabile – parlando di tonfo di Russia Unita, schiaffo a Putin e trionfo dell’opposizione, veicolando l’idea errata, distorta e ingannevole che l’elettorato russo abbia preferito partiti simpatetici verso l’Occidente e i suoi valori, ma è sufficiente uno sguardo ai nuovi membri della Duma per confutare questa lettura falsata della realtà.

Gratta Putin e troverai Stalin

L’opposizione di cui stiamo parlando, infatti, è quella dei comunisti che sognano la restaurazione dell’Unione Sovietica, dei liberaldemocratici che non sono né liberali né democratici – il loro nome, però, ha tratto in inganno tre quarti dei giornalisti nostrani in occasione dei disordini di Vladivostok dell’anno scorso –, dei giustisti che costituiscono una versione addolcita dei comunisti e dei gentenovisti che rappresentano una replica in miniatura di Russia Unita.

I veri liberali, cioè i moderatissimi progressisti di Jabloko, a malapena sono riusciti a raccogliere l’1% dei consensi, nonostante la loro longevità, la loro incessante campagna antiputinista e le possibilità di un effetto Navalny. Prevedibile? Sì, ampiamente.

Queste elezioni sono state una riconferma della complessità della Russia, complessità che sfugge ai più in Occidente e che soltanto un numero ristretto, sempre più esiguo, di cremlinologi riesce a catturare. Questa complessità, che è peculiare della stato-civiltà Russia – un trentenne di oltre mille anni –, conduce periodicamente ad un esito in sede di cabina elettorale: quando cala Putin, cresce Stalin. E questo accade perché se gratti un russo troverai, sì, un tataro, ma anche un comunista ed un cosacco.

E Putin, dopo un ventennio di costruzione dell’immagine – immagine di uomo forte che ha salvato la Russia da morte imminente a cavallo fra il 1999 e il 2000, judoka che ha sottomesso gli imbattibili separatisti del Caucaso settentrionale e del Volga, stratega che ha fermato l’avanzata del terrore in Siria e quella dell’Occidente in Ucraina e colui che ha dotato i russi di un certo grado di benessere –, paga il prezzo di quell’aura di imbattibilità che non è riuscito a difendere. Perché se è vero che è colui che tutto può – salvare la Russia e i russi –, allora è colui con il quale prendersela quando le cose vanno male.

E i comunisti e i liberaldemocratici, storicamente, aumentano i loro consensi e scalano i gradoni della piramide del potere in concomitanza con le crisi del Sistema. Perché i russi non chiedono che qualcuno dia loro della democrazia e della libertà all’occidentale – che mai hanno avuto nella loro storia, con l’eccezione del brevissimo e disastroso paragrafo eltsiniano –, ma che garantisca loro sicurezza e stabilità. Sicurezza e stabilità che Russia Unita va mantenendo con crescente difficoltà, e che comunisti e liberaldemocratici assicurano di poter fornire percorrendo le vie più facili, cioè quelle della xenofobia e del populismo, come l’espulsione degli immigrati centroasiatici, la tolleranza zero verso il crimine ceceno nella Russia europea e lo scontro frontale con l’Occidente.

La visione degli oppositori

Se comunisti e liberaldemocratici, che sognano una Russia bianca e realmente imperiale, rappresentano l’alternativa a Putin, allora ed Europa e Stati Uniti converrebbe rivalutare il loro rapporto con l’attuale capo del Cremlino. Perché Putin l’incompreso, nasce come liberale e moderato – uno di quei russi con il santino di Pietro il Grande, il riformatore che guardava a ponente –, sebbene il corso degli eventi e le pugnalate alle spalle dell’Occidente lo abbiano indurito e condotto ad abbandonare progressivamente il desolante pivot to Europe per il più soddisfacente pivot to Asia.

Il successo di comunisti e liberaldemocratici era prevedibile, dunque? Sì. E la loro prestazione non è da leggere in chiave di voglia irrefrenabile di Occidente – i numeri di Jabloko ne sono la prova –, quanto di malcontento verso un ordine che ha promesso prosperità, sicurezza e stabilità ma che sta aumentando l’età pensionabile, perdendo di vista la classe media, trascurando le foreste di Siberia ed Estremo Oriente e sottovalutando il peso sociale del crimine di importazione.

In sostanza, anche nella complessa e sconfinata Russia si sta aprendo, in forma estremamente consona all’idea nazionale di politica, quella dialettica tra centro e periferia che da tempo condiziona notevolmente le elezioni politiche nel contesto occidentale. E il problema di fondo è essenzialmente economico-sociale: dopo la prima fase di sviluppo accelerato dell’era putiniana, l’eccessiva dipendenza dagli idrocarburi della Federazione Russa ha creato problematiche strutturali e, al contempo, la riduzione dell’efficacia dei trasferimenti verso gli enti locali e periferici ha ridotto in termini relativi rispetto alle metropoli l’efficienza di servizi come sanità, istruzione, trasporti. Non è un caso che da tempo il governo cerchi vie di sbocco alternative per rianimare un’economia anemica, utilizzando il volano della svalutazione del rublo: ad esempio negli ultimi tempi la Russia si sta lentamente facendo strada in Eurasia, in Africa e in America Latina come potenza di esportazione agricola. Lo fa perché vuole ridurre la sua dipendenza dal petrolio, perché vuole identificare nuovi mercati ed espandere la sua influenza diplomatica globale. Secondo alcuni analisti, il grano potrebbe diventare il nuovo petrolio per il Cremlino, ma nemmeno questo nuovo fronte può sanare nel breve termine la questione principale, cioè la latente percezione che si fa strada nella popolazione circa la distanza del potere dal cuore profondo del  Paese.

Quale Russia oltre Putin?

Le urne hanno parlato, hanno mostrato al Cremlino (e al mondo) che c’è una Russia oltre Vladimir Putin. Una Russia che, però, non è come la immaginano a Occidente: essendo nostalgica del passato sovietico, anelante ad un recupero dei fasti imperiali, socialmente conservatrice e ferventemente patriottica. Una Russia tutt’altro che favorevole a tornare agli anni ruggenti di Boris Eltsin e ad interagire con l’Occidente da una posizione prona e sottomessa. Una Russia che impensierisce Putin –  anche se non troppo, costituendo nient’altro che una versione più radicale della sua weltanschauung –,  che i nostri politici non capiscono – così come non hanno capito lui – e che è in fermento per il 2024, anno in cui spera di prendere il Cremlino – anche se lo stato profondo non lo permetterà mai.

Ora più che mai, negli anni che separeranno il Presidente dalle elezioni, Putin apparirà nella veste di fondo di “amministratore delegato” di un ampio conglomerato di potere che unisce diverse correnti di militari, esponenti dell’industria petrolifera, boiardi di Stato e vari uomini forti dell’intelligence e della politica, punto di sintesi di un consensus che va rilanciato e al cui interno, soprattutto, non si trova un erede per l’inquilino del Cremlino. Il voto, in un certo senso, conferma la chiave di lettura che su queste colonne si era data della svolta costituzionale che ha istituzionalizzato l’ipotesi del “Putin per sempre”: che quella svolta non sia stata un’attestazione di forza quanto, piuttosto, una conferma dell’intrinseca fragilità del potere attualmente vigente in Russia. Che nell’anno della pandemia ha iniziato a dover fare i conti con le richieste più profonde di sicurezza e stabilità del cuore intimo della Federazione.

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