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La Russia ha un problema, ma non si chiama Navalny: l’analisi di Fulvio Scaglione

Putin Navalny

La Russia ha un problema, ma non si chiama Navalny: l’analisi di Fulvio Scaglione

La Russia ha un problema, e questo lo sanno tutti. Ma non è Navalny, e questo invece non sembrano capirlo in molti. C’è un clamoroso equivoco di fondo e lo dimostra la definizione ormai diventata d’uso comune quando si parla di Navalny: “oppositore politico di Putin”. Ma il blogger non è un “oppositore”. Non si diventa tali solo perché si critica chi sta al potere. Anche oggi, dopo tutto ciò che è successo, nessuno sarebbe in grado di definire o riassumere l’idea di Navalny, il suo progetto per la Russia di domani. Via Putin e basta con la corruzione, d’accordo, suona bene. Ma poi? La Crimea alla Russia, come ha ribadito di recente? Rimandare a casa loro gli immigrati dal Caucaso, come diceva qualche tempo fa? E non dimentichiamo l’ultimo test sull’influenza reale di Navalny, certificato dall’autorevole Levada Center di Mosca: il 20% approva le sue battaglie, il 50% lo detesta e il 18% non l’ha mai sentito nominare. E se parliamo di base elettorale, siamo onesti: autocrate o no, quella di Vladimir Putin è molto più solida e vasta. I russi putininani esistono e sono ancora tanti a dispetto delle illusioni che circolano in Occidente.

E infatti il nome vero del problema russo è semmai questo: Vladimir Putin. Per essere più precisi, il “né con te né senza di te” con cui ormai la Russia intera, dopo vent’anni di potere putiniano, è costretta a fare i conti. Un primo decennio tutto di corsa, con due obiettivi primari. Il primo: riportare sotto il controllo dello Stato le straordinarie risorse naturali della Russia, in primo luogo quelle energetiche. Controllo diretto come nel caso di Mikhail Khodorkovskij, l’uomo più ricco di Russia, 16° nella classifica Forbes dei supermiliardari, arrestato nel 2003 e spogliato della compagnia petrolifera Yukos. Ovvero stroncando gli oligarchi dell’era Eltsin che volevano scendere a patti con i colleghi americani (nell’ottica di Putin, svendere al nemico le “armi” più potenti della Russia) e nazionalizzando le loro aziende. O indiretto, inducendo a più miti consigli quelli che potevano essersi montati un po’ la testa, prendiamo ad esempio Roman Abramovich, già considerato il “tesoriere” dello stesso Eltsin.

Il secondo obiettivo, anche questo pienamente raggiunto, fu di rimettere ordine nella Federazione, farla funzionare, soprattutto ridarle coesione, riaffermare il potere del Cremlino sulle periferie e bloccare le spinte centrifughe. Anche al prezzo di una guerra spietata ma esemplare, quella contro il separatismo ceceno, colpirne uno per ammonirne cento. Di nuovo: una guerra giudicata con orrore in Occidente ma popolarissima presso la maggior parte dei russi, assai felici che ai “culi neri” (simpatica definizione per gli originari del Caucaso), per il popolino sinonimo di mafia e terrorismo, venisse finalmente data una lezione. Missione compiuta, come si vede. Il Caucaso resta irrequieto, in grosse città come Khabarovsk, Ekaterinburg e Yakutsk ci sono state manifestazioni di protesta anche imponenti, ma nell’ultima tornata delle elezioni locali in Russia tutti i candidati espressi dal centro, in particolare quelli del partito putiniano Russia Unita, sono stati regolarmente eletti o confermati.

Di tutto questo in Occidente si è capito quasi nulla. Non si è voluta vedere una cosa assai evidente: dopo tre anni di instabilità al vertice (Brezhnev morì nel 1982, in due anni gli succedettero Andropov e Cernenko), cinque anni di perestrojka e dieci di “terapia di shock” eltsiniana, in sostanza dopo vent’anni di scossoni, colpi di scena e colpi di Stato, cambi radicali di prospettive di vita che portarono a un drastico calo demografico e a un crollo della natalità, miseria, salari in ritardo di mesi e sorprese quasi tutte negative, una promessa di legge e ordine, stabilità e quiete, aveva tutto per convincere i russi. Ed era appunto quella la promessa, come si diceva mantenuta, offerta da Vladimir Putin.

Ma il tempo passa e il mondo cambia. I leader qualche volta no. E il secondo decennio di Putin, complice ovviamente la congiuntura mondiale ha visto un progressivo rallentamento di tutte le dinamiche politiche ed economiche, fino alla melina degli ultimi tempi, che con qualche perfidia potremmo cominciare a chiamare zastoj, “stagnazione”, il termine che caratterizzò gli ultimi e grigissimi anni del periodo Brezhnev, non a caso anticamera dei grandi sconvolgimenti. Ci sono state due profonde crisi economiche, nel 2009 e nel 2015, con relative recessioni, che hanno mandato all’aria l’idea di diffondere più equamente la prosperità e il sempre sbandierato progetto di portare il tenore di vita dei russi al livello di quello goduto dagli occidentali. I rapporti con l’Occidente sono diventati sempre più tesi, con l’apice (crisi Ucraina nel 2014, intervento armato in Siria nel 2015) proprio a metà del decennio incriminato. Risulta in sostanza mancato l’obiettivo di riformare l’economia e renderla meno dipendente dal comparto energetico, che resta l’insostituibile asset non solo per produrre la ricchezza ma anche per dare un senso e un peso alla presenza della Russia sulla scena politica mondiale.

È questo il problema della Russia, altro che Navalny. E del problema è parte importante, come si diceva, lo stesso Putin. Il signore del Cremlino ha perfetta coscienza di quanto sia necessario un cambio di passo. Lo ha dimostrato nel gennaio scorso quando, prima di varare la riforma costituzionale, ha cambiato in blocco il Governo. Negli uomini, certo, ma soprattutto nella sostanza politica. La compagine di ministri specializzati nella gestione dell’austerità e dell’autarchia è stata sostituita da un manipolo di tecnocrati che, a partire dal primo ministro Mikhail Mishustin, grande riformatore del sistema fiscale russo, avevano il compito di varare una politica espansiva e di redistribuzione della ricchezza sulla base degli enormi investimenti pubblici previsti dai Progetti Nazionali, il piano quinquennale 2019-2024 che si proponeva, tra l’altro, di dimezzare il numero dei russi che vivono in condizioni di povertà.

Nello stesso tempo,  Putin varava la riforma costituzionale che, per farne estrema sintesi, garantisce continuità al suo sistema di potere e offre a lui stesso la possibilità, volendolo, di restare al Cremlino a vita. Poi, però, è arrivato il Covid, i grandi investimenti pubblici sono diventati impossibili e di tutto l’astuto piano (cambiamento nella continuità) è rimasta solo la parte conservatrice.

Personalmente non sono convinto che, al momento di avviare il processo “nuovo Governo-nuova Costituzione”, Putin si proponesse di occupare il Cremlino vita natural durante. Penso piuttosto che si immaginasse dietro le quinte, a fare lo stratega, a muovere le pedine, lasciando ad altri la ribalta e la gestione quotidiana del potere, con le relative grane. Ad imporgli di restare al suo posto è stato il Covid e soprattutto le sue conseguenze. E’ vero che, come ha sottolineato anche Bloomberg, l’economia russa in questa crisi se l’è cavata meglio di quanto molti temessero. Ma il calo del reddito reale disponibile dei russi (3,7% nel 2020) non è stato poca cosa, arrivando dopo anni di crescita almeno asfittica. E nel 2020 sono state chiuse 500 mila piccole e medie imprese, in coda a un calo (vedi tabella) che procede inalterato dal 2015, cioè che non si è fermato neppure negli anni di discreta crescita economica. Una realtà, quella della piccola e media borghesia che fa una tremenda fatica a manifestarsi in Russia, che fa a pugni con il proposito di affrancarsi dal dominio del settore energetico, di distribuire in modo più equo la ricchezza e di portare la vita quotidiana dei russi su standard più simili a quelli occidentali.

Così, mentre la Russia è come inchiodata al “né con te né senza di te” a proposito di Putin, lo stesso Presidente sembra paralizzato in un “vorrei ma non posso” sempre più evidente. Si capisce qual è l’incubo del Cremlino: una seconda perestrojka. Nel senso di un processo riformatore pieno di buone intenzioni ma poi totalmente sfuggito di mano ai suoi stessi promotori. Quando pensa a Mikhail Gorbaciov, Putin non ricorda il leader che voleva aprire al multipartitismo e alla libera opinione ma piuttosto il segretario del Pcus che non voleva la dissoluzione dell’Urss e pure dovette subirla. E la perdurante stagnazione dell’economia rende l’incubo ancor più difficile da superare. L’eventuale processo riformatore non potrebbe nemmeno essere sostenuto da un’adeguata distribuzione di cioccolatini sociali.

In questo modo, però, Putin sta pian piano atrofizando il proprio ruolo. Sembra sempre meno il propulsore del processo politico russo e sempre più il mediatore tra gruppi di potere che manifestano questa o quella insoddisfazione. Non è un segreto per nessuno che la politica di confronto aperto con gli Usa e l’Europa, e dei suoi corollari come la “dedollarizzazione” dell’economia, è ritenuta, negli ambienti dell’imprenditoria russa, una palla al piede per il Paese. Due anni fa, al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, vanto e orgoglio di Putin, lo disse apertamente Aleksej Kudrin, che guarda caso fu il ministro delle Finanze nel decennio d’oro (2000-2011) del putinismo.

Kudrin è presidente della Corte dei Conti, un cimitero degli elefanti che gli consente però, insieme con il vecchio prestigio, di giocare al grillo parlante. Dal suo scranno, Kudrin ha criticato la politica estera del Paese, sostenendo che ogni sforzo andava fatto per diminuire la sfida imposta dalle sanzioni economiche occidentali. Poi è passato al welfare, discutendo la riforma delle pensioni e l’aumento dell’età pensionabile che tanto sono costati a Putin e al Governo in termini di gradimento. Infine, come si diceva durante il Forum di San Pietroburgo, Kudrin ha invocato la riforma del sistema giudiziario e degli organi preposti all’ordine pubblico, mettendo sotto accusa l’attuale assetto in quanto dannoso per l’economia. In poche parole: meno siloviki (personaggi usciti dai ranghi dei servizi segreti e delle forze armate) nei posti-chiave e più imprenditori. Meno ossessione per la forza e la sicurezza e più relazioni commerciali. Meno nazionalismo e più apertura. Non a caso Kudrin, l’anno scorso, fu tra i primi ad applaudire la nomina di Mishustin alla guida del Governo.

Altri indizi di polemiche interne al sistema arrivano anche dalle periferie del “caso Navalny”. Il blogger sarà pure aiutato dai servizi segreti occidentali per interposti siti di “giornalismo investigativo”, ma la prova di dilettantismo degli agenti dei servizi segreti è stata clamorosa. Possibile che, nel Paese che arriva per primo al vaccino anti-Covid e sperimenta armi sempre più sofisticate e micidiali, gli uomini dell’Fsb usino i cellulari personali e Whats’app per coordinare i pedinamenti e si facciano poi beccare al telefono o a casa come dei polli? Possibile che poi la cosa si ripeta pari pari con il reparto speciale del ministero dell’Interno che organizza e protegge gli spostamenti dei quaranta Vip della politica russa, Putin compreso? Possibile che l’agenda dei vertici russi venga discussa e gestita su una chat cui possono accedere duecento persone? Non è che bolle qualche germe di scontento, o di preoccupazione, anche nella pancia dei siloviki, le truppe fedeli e predilette della lunga stagione putiniana?

Se nel gennaio dell’anno scorso, con le mosse sul Governo e sulla Costituzione, Vladimir Putin si era ripromesso di innovare senza rischiare, ora pare bloccato contro voglia in una specie di conservazione sine die, come chi cerca di tenere insieme tanti fogli che il vento prova a disperdere. Ed è qui che l’agitatore Navalny ha saputo inserirsi, per sottolineare un problema che esisterebbe anche senza di lui. Come si diceva prima, i russi che hanno vissuto da adulti i terremotati anni Ottanta e Novanta continuano ad apprezzare l’idea di una Russia relativamente ordinata, prevedibile, stabile, anche un po’ noiosa, capace di farsi rispettare all’estero. Ma chi ha conosciuto solo Putin o poco più, quindi non porta sulle spalle il peso di quella lunga stagione di imprevedibilità generale e asprezze quotidiane, considera tutto ciò al massimo normale e vuole qualcosa che in giro non trova o trova poco: novità, movimento, modernità, cambiamento, riforme, innovazioni, occasioni. Il fatto è che i russi della prima categoria, anche solo per ragioni anagrafiche, sono in diminuzione. Mentre quelli della seconda, che oggi sono i giovani di belle speranze ma domani saranno ni gangli vitali della società, sono in aumento.

Si vede lontano un miglio che il sistema osserva, condanna ma soprattutto non sa bene che cosa fare. La Duma, negli ultimi tempi, ha sfornato una serie di leggi destinate a contenere e limitare l’attività delle Ong, la cosiddetta “propaganda gay”, in genere la libertà di associazione e di espressione. L’ultima iniziativa l’ha presa il ministero dello Sviluppo Informatico, progettando una legge che consentirebbe a polizia e servizi segreti di ottenere le informazioni sulle chiamate dei cellulari direttamente dagli operatori telefonici, senza nemmeno chiedere l’autorizzazione del magistrato.

Più ancora che la volontà di reprimere il dissenso, tutto questo sembra rivelare un ritardo rispetto ai fenomeni sociali che potrebbe presto diventare critico. I russi sono un popolo molto social. Più di metà della popolazione (quindi stiamo parlando di 73 milioni di persone su un totale di 145 milioni) usa quotidianamente Internet e i vari Tik Tok, V Kontakte, Odnoklassiki e gli altri social. Prima delle recenti manifestazioni pro-Navalny, la polizia ha fermato e multato decine di adolescenti che, dai loro telefonini, postavano messaggi per invitare i coetanei a scendere in piazza. Come se fossimo ancora ai tempi del samizdat’, quando un’irruzione ben combinata poteva far sequestrare i manoscritti “pericolosi” e antisovietici. Ma spedire i poliziotti a fermare Internet è senza speranza. Peggio ancora, è fuori dal tempo.

Nato nel 1957, è giornalista professionista dal 1983. Dal 2000 al 2016 è stato vice-direttore del settimanale “Famiglia Cristiana”, di cui nel 2010 ha varato l’edizione on-line del giornale. A lungo corrispondente da Mosca, ha seguito la transizione della Russia e delle ex repubbliche sovietiche, poi l’Afghanistan, l’Iraq e i temi del Medio Oriente. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bye Bye Baghdad” (Fratelli Frilli Editori, 2003) e “La Russia è tornata” (Boroli Editore, 2005), “I cristiani e il Medio Oriente” (Edizioni San Paolo, 2008), “Il patto con il diavolo” (Rizzoli, 2016).

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