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Identità e comunicazione politica: il caso americano

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Identità e comunicazione politica: il caso americano

Con piacere segnaliamo la pubblicazione sul nostro profilo Academia.edu di un’ampia analisi sulla comunicazione politica scritta dall’analista Jasmin Fedele, attualmente specializzanda presso la scuola del think tank Geopolitica.info, al debutto sull’Osservatorio Globalizzazione, di cui di seguito vi proponiamo un estratto. Il lavoro ha al centro l’esempio della comunicazione politica nel contesto americano. Buona lettura!

Diversi studi accademici riportano l’identità come il fondamento della comunicazione,  infatti, la società, le istituzioni e le imprese basano il loro lavoro su questo concetto  determinante.

La definizione di identità è da sempre una operazione complessa. 

Nelle scienze sociali il concetto di identità riguarda il modo in cui un individuo considera e  costruisce se stesso. Uno dei primi ad interessarsi esplicitamente a questo concetto è stato  Erickson (Fiorelli, 2007) che, seguendo la scia freudiana, distingue il senso psicologico di  continuità (identità dell’io), le idiosincrasie personali (identità personale) e i diversi ruoli  sociali che una persona potrebbe avere (identità sociale).

Secondo Bucholtz e Hall (2005) le identità possono essere linguisticamente manifestate  attraverso etichette, implicazioni, prese di posizione, stili o particolari strutture  linguistiche. In questo senso, dunque, il linguaggio diventa un mezzo di espressione della  propria identità. Le identità vengono costruite in maniera relazionale attraverso alcuni  aspetti, spesso sovrapposti, della relazione fra sé stessi e gli altri e includono somiglianze,  differenze, autenticità e delegittimazione. Dunque, si costruisce la propria identità anche in  base alle identità definite e adottate dagli altri, seguendo la volontà di avvicinarsi o  allontanarsi. Da un punto di vista linguistico, l’identità è vista come aspetti che emergono  dal linguaggio, e non come una pre-esistente forma da cui attingere pratiche linguistiche e  semiotiche. In questo caso, quindi, l’identità diventa fondamentalmente un fenomeno  sociale e culturale e la funzione del linguaggio in questo processo è di riflettere gli aspetti  personali e sociali degli individui. Secondo le due studiose, l’identità viene spesso  rappresentata attraverso opposizioni: si formano e si manifestano aspetti della propria  identità in relazione ai tratti distintivi e identificativi degli altri che vogliamo adottare o  rifiutare. Pertanto, l’identità si sviluppa in modo relazionale, personale e soggettivo.

Bucholtz e Hall (2005) sostengono l’ipotesi che vede l’identità come un fenomeno  relazionale: le identità non sono mai autonome o indipendenti bensì acquisiscono un

significato sociale in base alle identità di coloro che partecipano alla relazione sociale.  Quest’ultima ruoterebbe attorno al tema complesso dell’uguaglianza e della differenza.  L’identità ha perciò una natura relazionale e mutevole che viene costruita in base al  contesto in cui deve esprimersi.

Perché abbiamo bisogno di adottare le identità?

Secondo Ryan e Deci (2017) le identità sono necessarie all’autodeterminazione,  all’autonomia ed alla gestione delle relazioni sociali e politiche.

Hall (2005) spiega, anche, che un individuo può avere identità diverse, multiple e  complesse le quali si intersecano tra loro. Inoltre, l’identità che diventa dominante in un  determinato momento dipende dal contesto in cui ci si trova, per questo motivo non è un  semplice meccanismo psicologico che si riflette nei comportamenti sociali degli individui  bensì è un processo che si manifesta tramite le azioni, soprattutto il linguaggio.

I dibattiti elettorali (Sclafani, 2015), svolti durante le campagne elettorali, rappresentano la  migliore occasione per i candidati di far conoscere e presentare se stessi. La creazione e  rappresentazione della propria identità, quindi, viene creata in base agli individui che  fanno parte del pubblico, al luogo e al tempo in cui ci si trova. Dunque, si crea l’identità in  base al contesto socio-politico in cui ci si trova durante il dibattito.

I dibattiti sono uno strumento utile ai candidati per fare campagna, agli elettori che hanno  la possibilità di avere un confronto diretto con i candidati e agli analisti, i quali ricavano  informazioni utili e dirette da entrambe le parti.

Durante la fase decisionale, gli elettori valutano la forza di attrazione e le diverse  caratteristiche della personalità dei candidati rispetto alle prese di posizione e agli ideali di  ognuno di essi sulle questioni politiche, economiche e sociali.

Sclafani (2015) parla di un genere antagonista riferendosi ai dibattiti elettorali in quanto  messe in scena aggressive e conflittuali, questa è la “normalità” in questo contesto e non  una eccezione. Gli attori politici, quindi, sfruttano questa situazione a loro vantaggio per  incrementare il consenso degli elettori verso il loro partito e le loro ideologie. Di  conseguenza si crea uno scontro con il partito opposto, questa situazione mette gli elettori  in una condizione di dissonanza cognitiva (Festinger, 2009). Ad esempio, nel 1980, si può  ricordare il famoso dibattito avvenuto tra Reagan e Carter.

Ronald Reagan è famoso per la sua comunicazione persuasiva e il suo stile oratorio,  durante l’ultimo dibattito prima delle elezioni, egli ha pronunciato queste parole: “Are you  better off than you were four years ago?”, ovvero “siete migliori di come eravate 4 anni  fa?”. Questa frase, da allora entrata nella storia, vuole far riflettere gli elettori in modo  indiretto ed implicito su cosa è meglio per loro e per gli Stati Uniti d’America. Durante il  discorso dice: “Chiedetevi: state meglio di come stavate quattro anni fa? È più facile per voi  fare la spesa rispetto a quattro anni fa? C’è più o meno disoccupazione rispetto a quattro  anni fa? L’America è rispettata nel mondo come era quattro anni fa? Vi sentite sicuri,  pensate che siamo forti come quattro anni fa? Se la vostra risposta a queste domande è sì,  beh, penso che sia scontato quale dovrebbe essere la vostra scelta. Se non siete d’accordo,  se pensate che la strada intrapresa negli ultimi quattro anni non sia quella su cui stare nei

prossimi quattro anni, potrei suggerirvi un’alternativa” (disponibile all’indirizzo: <https:// www.youtube.com/watch?v=loBe0WXtts8>).

Questo è un chiaro esempio di come un politico, in questo caso Reagan, si serva di un  dibattito per autopromuoversi a discapito, ovviamente, del suo rivale. Lo stesso è avvenuto  nel 1984 quando, sempre durante un dibattito, gli è stato chiesto se si sentisse troppo  anziano per governare soprattutto in periodi difficili e lui ha risposto: “Mi impegno a non  fare dell’età anagrafica un tema di questa campagna. Non ho intenzione di sfruttare  politicamente a mio vantaggio la gioventù e l’inesperienza del mio avversario.” Già con  questi esempi possiamo notare la sua notevole capacità oratoria, nonostante la domanda  difficile e/o scomoda è riuscito a portare a suo favore quella situazione.

Questo non è successo durante il primo dibattito televisivo del 1960 tra Kennedy e Nixon,  quest’ultimo è reduce da un ricovero in ospedale e ancora molto debilitato tanto da  mostrarsi in evidente difficoltà. Il medium televisivo ha giocato un ruolo cruciale per la  vittoria di Kennedy, dopo questo evento sono passati 16 anni prima che due candidati si  siano ritrovati in un dibattito faccia a faccia in televisione.

A questo proposito si può ricordare la teoria secondo cui il medium è esso stesso il  messaggio di McLuhan (2011). La struttura comunicativa dei diversi mezzi di  comunicazione rende il medium stesso non neutrale, il motivo è che determina dei  comportamenti e porta alla formazione di precisi pensieri negli spettatori. Secondo il suo  pensiero tutte le tecnologie sono estensioni del nostro corpo fisico. McLuhan (2008) vede  la televisione come un massmedia la cui funzione è quella di rassicurare gli spettatori, egli  definisce la televisione come un “media caldo”. I media caldi, dunque, richiedono una  bassa partecipazione sensoriale ma inondano di informazioni lo spettatore. Al contrario, i  media freddi, come ad esempio il cellulare, sono da completare e richiedono una alta  partecipazione sensoriale.

[Leggi l’articolo completo su Academia.edu]

Laureata in scienze della Comunicazione all’Università IULM di Milano (indirizzo comunicazione, media e pubblicità), appassionata e studiosa di relazioni internazionali, geopolitica e lingue prossima studentessa magistrale di politiche e società globali. Ha concluso la laurea di primo livello con un elaborato dal titolo: “Neuropolitica: il ruolo della psicologia e delle neuroscienze nella politica” con un focus sugli ultimi tre presidenti degli Stati Uniti (2008-2020) e le caratteristiche che li differenziano. Attualmente segue un corso di alta formazione in Geopolitica e Relazioni Internazionali (geopolitica.info), collabora con “Scenari Internazionali” (rivista) dove si occupa delle Americhe, in particolare modo USA, e con l’Osservatorio di Comunicazione Pubblica, Public Branding e Trasformazione Digitale e Osservatorio sulla Comunicazione in tempo di crisi dell’Università IULM.

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