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La guerra tra Israele e Palestina e il silenzio assordante della Casa Bianca

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La guerra tra Israele e Palestina e il silenzio assordante della Casa Bianca

Uno degli aspetti più impressionanti di questa terza (dopo quelle del 1987 e del 2000) intifada palestinese è l’assordante silenzio della Casa Bianca. Certo, ci sarebbe anche l’Unione Europea ma chi ci fa più conto, ormai? Gli Usa, invece, hanno sempre tenuto i piedi politici ben saldi nel calderone del Medio Oriente.

E i corifei del Partito Democratico, sia quelli del cuore dell’impero sia quelli delle marche di provincia come l’Italia, per tutto il corso della presidenza Trump hanno lamentato il disimpegno americano dalla regione, il vuoto che a loro dire si sarebbe creato, le conseguenze catastrofiche da cui saremmo stati travolti.

E adesso? C’è una guerra con decine di morti (come sempre in gran parte civili) tra Israele e la Gaza controllata da Hamas. C’è la sommossa dei palestinesi di Israele (20% della popolazione totale), stufi di essere presi a sberle dalla destra sionista e in giro dalla casta di Al Fatah, che dal 2006 nemmeno convoca le elezioni politiche. Ci sono i pogrom degli estremisti ebrei che, forti dei quattrini in arrivo dagli Usa, non vedono l’ora di avere mano libera. E Joe Biden, che immaginiamo a consulto con il fido segretario di Stato Anthony Blinken, che fa? Tace. Glissa. Non compare. Evita. Si nasconde. Proprio quando dovrebbero caricarsi del “fardello dell’uomo bianco”, per dirla con Rudyard Kipling, e svolgere la missione pacificatrice e civilizzatrice che così spesso reclamano per sé, gli Usa si defilano.

La realtà dei fatti, per ora, smentisce la faziosità dei commentatori. Donald Trump sarà anche stato il peggior Presidente americano di sempre, com’era di moda dire, ma aveva, lui sì, un piano per il Medio Oriente. Che solo in parte era espresso nel cosiddetto “accordo del secolo” presentato in pompa magna nel gennaio 2020 e che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto risolvere una volta per sempre la questione tra Israele e i palestinesi. Quel progetto, in realtà, annichiliva i palestinesi e li metteva a totale disposizione di Israele, che si prendeva Gerusalemme Est e la valle del Giordano e  vedeva “legalizzati” tutti gli insediamenti e le colonie. Ai palestinesi uno staterello fantoccio disarmato e privo di risorse proprie, sottomesso al potente vicino che peraltro, al momento della presentazione del progetto trumpiano, nemmeno si impegnava ad accettarlo. E la fantasmagorica promessa di investimenti per 50 miliardi di dollari.

Un’aberrazione, se pensiamo alla lunga storia della questione palestinese. Una follia,come i fatti di questi giorni dimostrano. Ma non priva di una logica. Trump sapeva che i Paesi arabi aspettavano solo una buona scusa (per esempio, un Progetto che prevedesse quattro soldi e uno Stato finto) per mollare i palestinesi e approfittare dell’ombrello americano per mettersi in affari con Israele. E il suo obiettivo era proprio quello, creare le condizioni per gli Accordi di Abramo, ovvero per quella catena di alleanze tra Israele e un certo numero di Paesi arabi sunniti (Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan e Marocco, con l’evidente obiettivo di fare il colpo grosso e includere l’Arabia Saudita, a livello ufficioso già molto attiva nella cooperazione con Israele) che era basata su due comuni interessi: il denaro e la difesa/attacco contro il nemico comune, l’Iran. Politica e business come una cosa sola, nel perfetto stile di Trump. In quell’ottica e con quegli obiettivi, che cosa volete che importasse a Trump di tenere mille soldati in più o in meno impegnati in una causa persa come la Siria?

Invece per quei pochi soldati poi mai ritirati Trump fu crocefisso. E Biden, al contrario, esaltato quando, pochi giorni dopo essere entrato alla Casa Bianca, fece eseguire il rituale bombardamento della Siria. Ecco, così si fa, leggemmo un po’ ovunque. Finalmente gli Usa tornano in Medio Oriente. Poi arrivarono i propositi di ripresa del trattato sul nucleare firmato nel 2015 da Barack Obama con l’Iran e disdetto unilateralmente da Trump in omaggio, appunto, alla visione che abbiamo appena descritto.

Tutto bene. Ma che cosa abbiamo ora, di concreto? Con l’Iran i contatti proseguono ma non avanzano, per una semplice ragione. Gli ayatollah  chiedono che, prima di ogni altra cosa, gli Usa ritirino tutte le durissime sanzioni ch’erano state decise da Trump tra il 2018 e il 2020 e che hanno messo in ginocchio l’economia iraniana. Dal loro punto di vista la richiesta non fa una grinza: il Joint Comprehensive Plan of Action (il Trattato del 2015 https://www.armscontrol.org/factsheets/JCPOA-at-a-glance) funzionava, come veniva confermato dalla Ue, dalla Russia e dall’Agenzia Atomica dell’Onu, co-protagonisti dell’accordo. Furono gli Usa a ritirarsi e per di più a prenderci a mazzate. Se ora vogliono rientrare nel JCPOA, azzerino le loro azioni precedenti e poi se ne parla. Rispetto a questo qual è la posizione di Biden? Sì, no, forse, però, vedremo.

Un po’ come succede ora con Israele e i palestinesi. Difficile capire che cosa ne pensi Biden e, cosa ancor più sorprendente, non meno difficile capire che cosa ne pensi la sua Amministrazione. Si ha l’impressione che il Presidente non abbia scordato l’esperienza fatta da vice-presidente nel 2015, quando dovette assistere all’umiliazione di Obama al Congresso da parte di Netanyahu, osannato dalla maggioranza repubblicana mentre distruggeva la politica della Casa Bianca e indicava nell’Iran (appunto) il nemico da affrontare. Biden sa anche che l’opinione pubblica israeliana, al momento delle presidenziali americane di pochi mesi fa, era in larga maggioranza pro-Trump e non per caso. Al contrario, la vasta (8-10 milioni di persone) comunità ebraica americana, facendo la media delle diverse rilevazioni, era pro-Biden al 70%. Un consenso interno che potrebbe però evaporare se Biden desse l’idea di non essere fermamente schierato con Israele e provasse anche solo a concedere una qualche ragione ai palestinesi.

Il risultato è ciò che vediamo: il nulla. La sensazione è che Biden speri che alla fin fine siano proprio le politiche di Trump a cavargli le castagne dal fuoco. Che l’Iran si pieghi sotto il peso delle sanzioni economiche post-2018 e torni al tavolo delle trattative senza pretendere nulla. E che i palestinesi (non tanto Hamas, che i soldi per i razzi li trova comunque, ma la gente comune, quella a cui i sionisti tolgono le case e Abu Mazen il diritto di votare) prima o poi la smettano, stroncati dalle concessioni che Trump fece all’espansionismo israeliano e alla sua potenza militare. Per carità, la presidenza è solo all’inizio, Biden ha tutto il tempo per prendere iniziative importanti. Ma dal politico che ha passato la vita nella Commissione Esteri del Senato e che è stato per otto anni alla Casa Bianca, era lecito aspettarsi qualcosa di più.

Nato nel 1957, è giornalista professionista dal 1983. Dal 2000 al 2016 è stato vice-direttore del settimanale “Famiglia Cristiana”, di cui nel 2010 ha varato l’edizione on-line del giornale. A lungo corrispondente da Mosca, ha seguito la transizione della Russia e delle ex repubbliche sovietiche, poi l’Afghanistan, l’Iraq e i temi del Medio Oriente. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bye Bye Baghdad” (Fratelli Frilli Editori, 2003) e “La Russia è tornata” (Boroli Editore, 2005), “I cristiani e il Medio Oriente” (Edizioni San Paolo, 2008), “Il patto con il diavolo” (Rizzoli, 2016).

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