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King, Malcolm X e i loro eredi: la lunga marcia degli afroamericani

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King, Malcolm X e i loro eredi: la lunga marcia degli afroamericani

Per un giovane è frustrante avvicinarsi alla vetta in un’età cosi precoce. L’uomo medio raggiunge forse lo stesso punto poco prima o poco dopo i cinquant’anni”. Così esordì un giovane Martin Luther King Jr. come riportato dal New York Post il 1957. Dietro questa affermazione si celava la preoccupazione di un ragazzo poco meno che trentenne con una formazione accademica in teologia, lettore di Marx e Gandhi, che sentiva di portare sulle spalle il peso e il destino di intere generazioni afroamericane.

Quel ragazzo soltanto dieci anni dopo sarebbe diventato un’icona indiscussa per la comunità afroamericana negli Stati Uniti. Gli anni Sessanta con King Jr. furono segnati da un profondo rinnovamento politico interno alla società americana, fino ad allora fortemente divisa sul tema razziale.

Negli Stati Uniti la segregazione razziale era una ferita aperta per la comunità afroamericana. Lo stesso governo di Washington, scaltramente, non prese mai posizione sul tema della discriminazione razziale, più volte denunciato dalla componente afroamericana. Basti pensare al presidente repubblicano Dwight D. Eisenhower, il quale in vari interventi pubblici non manifestò mai alcuna posizione riguardo alla questione razziale. Il basso profilo assunto da Eisenhower, sulla sentenza Brown v. Board of Education pubblicata dalla Corte Suprema nel 1954, che sanciva l’uguaglianza sostanziale tra gli studenti caucasici e di colore determinando così la fine della segregazione razziale nelle scuole, fu da lui aspramente criticata negli ambienti privati.

Come sottolinea il Professore Stefano Luconi, docente di Storia degli Stati Uniti, presso l’Università degli studi di Padova, riprendendo un passaggio tratto da “I presidenti USA. Due secoli di storia” di Ferdinando Fasce, l’ex comandante in capo delle Forze Alleate in Europa durante la Seconda guerra mondiale, nutriva dei sospetti sull’emanazione di una sentenza che avrebbe potuto incutere timori ancestrali sulla classe conservatrice. Soprattutto, Eisenhower “era turbato dall’idea che dolci ragazzine bianche si sarebbero ritrovate a sedere a scuola fianco a fianco con i grandi negri ultracresciuti”.

All’interno di questo sfondo storico si inserisce il caso di Rosa Parks, cittadina americana residente a Montgomery, nel 1955. Parks venne arrestata dalla polizia per essersi rifiutata di cedere ad un uomo bianco uno dei posti destinati all’area bianca di un autobus, violando secondo le autorità le leggi dello stato dell’Alabama sul tema della separazione razziale. La sentenza, ricordiamo, pronunciata nel 1956 dalla Corte Suprema, dopo una sequela di manifestazioni di massa della componente afroamericana in altre parti degli Stati Uniti e promosse da Martin Luther King Jr., dichiarò incostituzionale la Plessy v. Ferguson (famosa dottrina pronunciata dal giudice John Howard Ferguson che dichiarava i cittadini americani separati, ma uguali), per la violazione dei principi sanciti dal XIII e dal XIV emendamento. 

Il risveglio della comunità afroamericana e la rivendicazione di esser parte integra del tessuto socioeconomico del paese scossero la stagnante scena politica nazionale sul tema razziale, aprendo la strada verso la conquista dei diritti civili. Nell’agosto del 1963 fu consegnato alla storia il celebre discorso “I have a dream” pronunciato da Martin Luther King al Lincoln Memorial di Washington. Nel discorso omaggiò l’ex Presidente repubblicano Abramo Lincoln ricordato da King Jr. come “un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, (che) firmò il Proclama sull’Emancipazione”.

 Il richiamo al proclama di emancipazione firmato da Lincoln nel 1863 non fu del tutto casuale, poiché grazie a quell’atto furono de iure e de facto delegittimate le pretese schiaviste avanzate dagli stati confederati. Il discorso di King Jr., precedette l’approvazione del “Civil Rights Act” del 1964 che dichiarava illegale qualsiasi forma di discriminazione o di segregazione razziale.

L’acquisizione dei diritti civili fu una vittoria per King Jr. e per la componente afroamericana. Tuttavia, la storia ci insegna che dalla promulgazione di un atto alla sua efficacia attuazione, il cambiamento procede soltanto per piccoli passi. Il Civil Right, di fatti, se da una parte stravolse il quadro sociopolitico americano, dall’altra parte colse impreparata una parte della società americana conservatrice abituata storicamente ad una convivenza forzata, ma separata con gli afroamericani. Gli anni di attivismo politico e sociale di King Jr. andarono di pari passo con lo sviluppo della Noi, un’organizzazione di Elijah Muhammad che abbracciava gli ambienti suburbani delle grandi metropoli statunitensi spinti da programmi di ampio respiro rivoluzionario. La Noi per i principi si dichiarava espressione del Black Power. Quando entrò a far parte del movimento Malcolm Little, il futuro Malcolm X (avvicinatosi al Noi durante la sua esperienza nel carcere, dopo una condanna di dieci anni per furto nel 1946), l’organizzazione acquisì gran popolarità. Malcolm X ebbe un forte ascendente sugli afroamericani, grazie alla sua personale abilità retorica. Di certo, le stime più attendibili fissarono a circa 250 mila la rete degli aderenti alla Noi tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta.

La seconda parte degli anni Sessanta venne sconvolta da nuove sommosse rivoluzionarie. La morte di Malcolm X nel 1965, per mano dei sicari di Elijah Muhammad, probabilmente invidioso della popolarità di Malcolm X (il quale poco prima di morire a causa di discrepanze ideologiche con il suo socio, decise di uscire dalla Noi, per fondare l’Organization of Afro-American Unity), fu un anticipo delle tensioni che segnarono l’America solo qualche anno più tardi. Gli ultimi mesi della vita di Malcolm X furono contrassegnati da una profonda revisione del suo pensiero ideologico sull’eterno scontro tra i neri e i bianchi. Malcolm X dichiarò in un suo intervento che “è sbagliato classificare la rivolta dei Negri semplicemente come un conflitto razziale dei neri contro i bianchi, o come un esclusivo problema americano. Quella a cui assistiamo oggi è una ribellione planetaria degli oppressi contro l’oppressore, degli sfruttati contro lo sfruttatore”. Questa esternazione riassume il suo ultimo pensiero politico, dopo un viaggio compiuto a La Mecca in cui ebbe modo di osservare persone di etnie differenti professare la stessa fede. Malcolm X cominciò a ripensare sulla tipica espressione sociale di uomo bianco. La definizione di uomo bianco per lui venne relegata, più che ad una mera questione di colore della pelle, ad un complesso di azioni e consuetudini tipiche del comportamento dei caucasici.

Il nostro Emanuel Pietrobon ha recentemente curato la traduzione di “Nessuno può darti la libertà”, antologia di discorsi di MalcoLm X edito da Gog.

Un secondo avvenimento che, turbò il precario equilibrio sociale americano, già provato dagli anni della guerra in Vietnam fu l’assassinio di Martin Luther King Jr da parte del criminale James Earl Ray, nel 1968, in circostanze tutt’ora ancora sconosciute. La sua uccisione innescò una serie di proteste di popolo, appoggiate verosimilmente da movimenti politici e rivoluzionari, dai quali emerse il Black Panther Party, fondato due anni prima ad Oakland, California, da Huey P. Newton e Bobby Seale. I sostenitori del “Partito delle Pantere Nere” si ispiravano all’ideologia marxista-leninista e a quelle post-coloniali di Frantz Fanton, per risvegliare le coscienze di classe degli ambienti suburbani e dei ghetti.

Sono passati più di 50 anni da quei avvenimenti. Si pensava speranzosamente che il problema post-razziale fosse un lontano ricordo, che appartenesse a vecchie liturgie del passato. Lo strumento politico dell’affirmative action, quale misura atta alla promozione dell’integrazione tra individui appartenenti ad etnie, confessioni diverse, continua a persistere, nonostante faccia parte di una consumata tradizione del passato. Spiego il perché. Fermo restando l’efficacia dell’affirmative action quale strumento politico dell’applicazione del diritto, la sua stessa esistenza è la manifestazione di una crisi di una società incapace di garantire nella sua natura intrinseca la libertà di espressione, la libertà di essere, la libertà d’identità, quali principi inalienabili per l’uomo. Dover continuare ad assistere alle scene quotidianamente trasmesse dai media negli ultimi tempi, come il brutale assassinio di George Floyd, devono aiutare a prendere coscienza e a scuotere le nostre sensibilità. La comparsa sulla scena politica mondiale del movimento Black Lives Matter ci ha insegnato che gli episodi sessantottini (riferendomi alla morte di Martin Luther King Jr.) negli Stati Uniti, purtroppo continuano a perdurare, nella stessa forma e sostanza.