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La Penisola dell’eolico: l’Italia vola sulle ali del vento

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La Penisola dell’eolico: l’Italia vola sulle ali del vento

L’energia eolica è una delle fonti rinnovabili in maggiore espansione. L’esperienza accumulata nel corso degli anni ha consentito di aumentare la capacità di installazione e la diversificazione tecnologica nel settore. Limiti burocratici e questioni legate alla tutela dell’ambiente, però, ne rallentano la diffusione su larga scala, soprattutto nel nostro Paese.

Quanto eolico c’è in Italia?

L’Italia è uno dei paesi che importa più energia dall’estero. La scarsità di combustibili fossili e gli alti consumi della nostra economia hanno fatto sì che Roma esplorasse fin dal secolo scorso fonti di energia alternative. Tra le risorse che si sono dimostrate più promettenti sia per quantità di elettricità generata sia per accompagnare nel processo di decarbonizzazione c’è senza dubbio l’eolico. Si tratta di un sistema di produzione energetico che sfrutta la forza del vento per far muovere le pale eoliche e, tramite delle turbine, generare corrente elettrica.

In Italia sono attualmente installati circa 11 gigawatt, per una quota sul totale del fabbisogno energetico italiano pari al 6,1%. È un dato ancora insufficiente, che vede però degli ampi margini di miglioramento. La distribuzione sul territorio nazionale è ineguale, con oltre il 90% della potenza totale concentrata in sei regioni del sud: Campania, Basilicata, Sicilia, Sardegna, Calabria e Puglia. Questo squilibrio è legato alla maggiore esposizione ai venti di cui godono le regioni del Mezzogiorno rispetto al resto d’Italia. 

Con gli investimenti degli ultimi anni e con gli obiettivi della transizione energetica che si è data l’Italia, dovrebbe venire installato un gigawatt di potenza  eolica all’anno, per avere almeno 20 gigawatt totali entro il 2030. Questo obiettivo, però, stride con quanto fatto negli ultimi due anni e mezzo: meno di un gigawatt installato è il magro risultato del nostro Paese. In dieci anni il raffronto è ancora più impietoso, con circa tre gigawatt di eolico aggiunti al parco italiano.

Ambientalismo e palude burocratica, una storia italiana

Secondo l’Associazione Nazionale Energia del Vento (ANEV), in Italia sarebbe possibile installare fino a 26 gigawatt di eolico a terra, mentre l’eolico offshore potrebbe assicurare fino a 10 gigawatt di energia. Tuttavia, due ostacoli impediscono il raggiungimento di questi obiettivi: l’ambientalismo deleterio e il groviglio burocratico-amministrativo che bloccano molte opere strategiche, tra cui i nuovi parchi eolici.

Partiamo per ordine. La transizione energetica richiede che, per tutelare il clima e l’ambiente, si proceda a riconvertire sistemi di produzione energetica fossili verso impianti che funzionino con rinnovabili. Questo comporta una serie di limitazioni sul piano paesaggistico: la costruzione di dighe per uso idroelettrico o di parchi eolici hanno certamente un impatto sul paesaggio non trascurabile. Nonostante ciò, se è vero che il fine della lotta al cambiamento climatico giustifica i mezzi, la scelta di aumentare la quota di energia eolica sul mix italiano dovrebbe incontrare il favore degli ambientalisti nostrani. Sbagliato. 

Molte delle opere a terra progettate sono state duramente contestate dai principali ambientalisti italiani, in quanto le pale eoliche rovinerebbero il paesaggio. Ricordiamo tutti, inoltre, le invettive di alcuni politici a riguardo: celebri sono state quelle di Vittorio Sgarbi contro le pale eoliche in Sicilia, investimenti che, secondo l’attuale deputato, coinvolgerebbero in alcuni casi interessi della malavita organizzata. Altro esempio viene dal Molise, dove un impianto eolico offshore ha messo in moto addirittura il pm di “Mani Pulite”, Antonio Di Pietro, che ha duramente contestato l’opera. Campanilismo? Forse, ma soprattutto una tutela del paesaggio che in alcuni casi tocca vette esasperate, se si tiene in considerazione il beneficio collettivo che la produzione di energia pulita apporta alla società.

Resta però una domanda: come possono gli ambientalisti italiani interferire con la realizzazione di opere strategiche come possono essere nuove centrali eoliche? Semplice, lo Stato italiano garantisce loro questa facoltà: i (qualcuno dirà famosi) ricorsi al TAR, che vedono le associazioni ambientaliste come soggetti legittimati a ricorrere per fermare opere ritenute lesive dell’ambiente. Se è vero che si tratta di una possibilità preziosa per sottoporre grandi progetti al vaglio di soggetti esterni e, spesso, legati alla società civile, è altrettanto vero che la pratica dei ricorsi al TAR in caso di nuovi parchi eolici è diventata in Italia una prassi consolidata. Ai lunghi tempi della burocrazia per l’approvazione del progetto, che deve passare il controllo della Soprintendenza del ministero dei Beni culturali, si aggiungono, così, quasi sempre quelli del ricorso. Si parla di circa dieci anni, anno più, anno meno. È evidente che in una simile palude nessun investimento nel settore eolico può dirsi realmente al sicuro.

Una tecnologia in costante evoluzione

Il settore eolico è oramai fortemente radicato, con ricerche in corso per sviluppare nuove soluzioni e ridurre l’impatto ambientale delle pale eoliche, aumentandone la potenza generata. Un esempio su tutti è quello dei parchi flottanti, una serie di pale eoliche montate su dei piloni galleggianti che ne permetterebbero l’installazione anche a molte miglia dalla costa. Questa tecnologia verrebbe incontro alle criticità degli impianti offshore, realizzabili in modo fisso solo dove i fondali sono sufficientemente  bassi da garantirne l’ancoraggio a terra. Le preoccupazioni di chi è particolarmente legato ai paesaggio delle nostre colline e dei nostri mari non sembra tener conto, però, di questo aspetto.

Gli investitori che mirano alla realizzazione di nuovi parchi eolici hanno bisogno di certezza nei tempi della burocrazia e della giustizia italiane, che devono tener conto dell’obsolescenza delle tecnologie e velocizzare i processi di approvazione e di pronuncia, sia a livello delle Soprintendenze sia, soprattutto, del TAR. L’ambientalismo resta un valore aggiunto per questo settore, ma sarebbero certamente utili campagne di sensibilizzazione per far comprendere realmente l’entità dell’impatto ambientale dei parchi eolici, spesso modesta, a fronte di ampi benefici per la collettività in termini di riduzione delle emissioni.

La transizione energetica ha bisogno di un cambio di passo da parte dell’Italia, in tutte le sue sfaccettature.

Laureato magistrale in Studi Internazionali all’Università “L’Orientale” di Napoli con una tesi sull’idroegemonia nel bacino del Syr Darya. Attualmente iscritto al Master di I livello in Sviluppo sostenibile, Geopolitica delle risorse e Studi artici presso la SIOI. Ha studiato e lavorato in Germania grazie alla vittoria di due borse Erasmus, che lo hanno portato prima a studiare a Friburgo in Brisgovia e poi a svolgere un tirocinio presso la Camera di Commercio Italiana per la Germania. Appassionato di Asia centrale ed energia, collabora con alcuni think tank come analista geopolitico.

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