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Usa e coronavirus: tra ritorno di Keynes e sfida con la Cina

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Usa e coronavirus: tra ritorno di Keynes e sfida con la Cina

Decima puntata del dossier “Coronavirus: sfide e scenari”, dedicata agli Stati Uniti e in particolare alle misure messe in campo dall’amministrazione Trump in campo economico e politico. A parlarne è il giornalista Stefano Graziosi, autore del saggio “Apocalypse Trump”.

La crisi pandemica del coronavirus ha evidenziato una risposta economica profondamente keynesiana da parte di Donald Trump. Attraverso una serie di provvedimenti, il presidente americano ha infatti mostrato la volontà di ricorrere energicamente all’impiego di denaro pubblico per cercare di contrastare gli effetti recessivi del coronavirus.

Dopo aver approvato un primo stanziamento da 8,3 miliardi di dollari, Trump ne ha sbloccati ulteriori 50, grazie alla proclamazione dell’emergenza nazionale con lo Stafford Act. Il presidente ha anche siglato un pacchetto bipartisan di aiuti dal valore complessivo di oltre 100 miliardi, che – tra le altre cose – prevede tamponi gratuiti, sussidi di disoccupazione e potenziamento del programma sanitario Medicaid. Lo stesso maxi piano da 2.000 miliardi di dollari, anch’esso approvato a larghissima maggioranza dal Congresso, è stato fortemente auspicato dalla stessa Casa Bianca: si tratta dello stimolo economico più corposo che la storia americana ricordi. Una cifra di molto superiore ai 700 miliardi di dollari, stanziati da George W. Bush per salvare le banche dalla crisi finanziaria nel 2008, e agli oltre 800 miliardi di Barack Obama, per contrastare la Grande Recessione nel 2009. In tutto questo, non dobbiamo neppure trascurare che Trump, per potenziare la produzione di materiale sanitario, stia facendo ampio ricorso a una legge bellica, come il Defense Production Act del 1950.

La linea keynesiana del presidente, insomma, è fuori discussione. Così come è anche interessante notare un (parziale) clima di unità nazionale. Nonostante le polemiche talvolta accese, i democratici hanno infatti collaborato con i repubblicani nell’approvazione dei vari pacchetti, mentre il ricorso presidenziale al Defense Production Act è stato salutato con favore anche da alcuni esponenti politici storicamente avversi a Trump (come la deputata democratica Ilhan Omar). In tutto questo, all’inizio di aprile la Casa Bianca ha reso noto che stanzierà 100 miliardi di dollari per coprire i costi degli ospedali che stanno curando pazienti, affetti da coronavirus, non coperti da assicurazione sanitaria.

Tra l’altro, non bisogna neppure trascurare una sotterranea convergenza tra il presidente e la Speaker della Camera, la democratica Nancy Pelosi, in riferimento alla possibilità di approvare un piano per le riforme infrastrutturali: un piano che, sulla carta, dovrebbe anch’esso valere circa 2.000 miliardi di dollari. Un piano a cui, tuttavia, la leadership repubblicana al Congresso guarda al momento con non poca diffidenza. Non è del resto un mistero che quello delle infrastrutture abbia rappresentato per Trump un cavallo di battaglia ai tempi della campagna elettorale del 2016. Le sue proposte in materia hanno sempre presentato un chiaro sapore rooseveltiano e – in particolare – non si sono mai troppo distanziate da quelle del senatore socialista, Bernie Sanders. Proprio queste assonanze con il New Deal hanno tuttavia reso quelle stesse proposte difficilmente digeribili alla destra repubblicana. Ragion per cui Trump si è nei fatti trovato costretto a riporle finora nel cassetto. In tal senso, non è affatto escludibile che il presidente voglia fare adesso leva sull’emergenza in atto con lo scopo di far passare il proprio piano di aumento della spesa pubblica, riuscendo in questo modo ad aggirare i veti delle frange più riottose del Partito Repubblicano.

Sotto questo aspetto, non bisogna del resto dimenticare che negli Stati Uniti l’incremento del welfare state sia sempre avvenuto in coincidenza ad eventi drammatici, verificatisi sul suolo americano. Il New Deal di Franklin D. Roosevelt fu una risposta alla Crisi del ’29, la Great Society di Lyndon Johnson ebbe luogo mentre si intensificava il conflitto in Vietnam, mentre la Grande Recessione del 2008 condusse Bush e Obama – come abbiamo visto – a impiegare centinaia di miliardi di fondi pubblici per salvare gli istituti finanziari e aiutare l’economia a riprendersi. Proprio il 2008 costituisce d’altronde uno spartiacque fondamentale, visto che la crisi di quell’anno ha nei fatti innescato – soprattutto tra i giovani americani – una reazione di sfiducia nei confronti del sistema capitalistico statunitense, evidenziando al contempo un crescente sostegno nei confronti del socialismo.

Al di là dell’aspetto trasformativo che la pandemia potrà produrre sull’assetto sociopolitico statunitense, è interessante analizzare anche l’impatto che il coronavirus sta determinando sul versante elettorale. Al momento, il candidato ad aver fatto maggiormente le spese da questa situazione è Joe Biden. In primo luogo, il fatto che numerosi Stati abbiano posticipato a causa del morbo le proprie primarie tra maggio e giugno ha impedito all’ex vicepresidente di blindare matematicamente la nomination già nel mese di marzo (quella che era, cioè, la sua strategia originaria). In secondo luogo, l’ex vicepresidente si è ritrovato non poco spiazzato da alcune delle misure keynesiane adottate da Trump: un elemento che lo ha collocato in una posizione scomoda. Tanto più che criticare un presidente in carica nel pieno di un’emergenza può rivelarsi una pericolosa arma a doppio taglio. In terzo luogo, Biden sta riscontrando enormi difficoltà nel ritagliarsi uno spazio politico incisivo per quanto riguarda il contrasto alla pandemia. Nonostante l’ex vicepresidente intervenga spesso in streaming dalla sua dimora del Delaware, sulla questione del coronavirus non sembra per il momento in grado di seguire una linea chiara, che gli attribuisca forza e riconoscibilità sul fronte politico. Non solo avanza tesi in materia spesso un po’ aleatorie ma il fatto stesso di non ricoprire al momento incarichi pubblici lo azzoppa non poco.

Sotto questo aspetto, va assolutamente rilevata la profonda differenza con il governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo, che sta al contrario emergendo sempre di più come punto di riferimento per i democratici nella gestione della crisi pandemica. Si tratta di un elemento rilevante che potrebbe determinare delle conseguenze significative nel corso dell’attuale campagna elettorale. Benché abbia infatti smentito di essere interessato ad una candidatura, non è ancora escludibile che – alla fine – Cuomo possa scendere in campo per la nomination democratica. Un’ipotesi che è ben lontana dal risultare mera fantapolitica.

Se Biden non si dimostrerà presto capace di uscire dal vicolo cieco in cui è piombato, potrebbe progressivamente logorarsi nelle settimane tra aprile e maggio. Un fattore che potrebbe quindi spingere l’establishment dell’asinello ad abbandonarlo per puntare proprio su Cuomo. In questo senso, bisogna infatti tener presenti due elementi. In primis, il governatore newyorchese è una figura da sempre ben integrata nelle alte sfere del partito e – pur collocandosi un po’ più a sinistra di Biden – resta comunque lontano dal socialismo antisistema di Sanders. In secondo luogo, non dimentichiamo che – pur essendo ormai rimasto da solo nella corsa elettorale – l’ex vicepresidente abbia ancora bisogno di circa 700 delegati per blindare la nomination, con la maggior parte delle primarie rimanenti che – come detto – non si terranno prima di giugno. Insomma, lo spazio teorico per una discesa in campo di Cuomo al momento c’è. Non dimentichiamo del resto che, nel 1968, Hubert Humphrey ottenne la nomination democratica, senza aver partecipato alle primarie. Non è quindi ancora escludibile che, in caso, l’establishment dell’asinello possa convincere Biden a fare un passo indietro: non va del resto trascurato che il suo exploit elettorale nel mese di marzo sia stato in gran parte dovuto proprio alle alte sfere del partito, che hanno fatto quadrato intorno a lui, ostracizzando Sanders. Tutto questo per dire che, come l’establishment ha “creato” Biden quale front runner, l’establishment può anche elettoralmente “distruggerlo” in qualsiasi momento. Bisognerà quindi capire che cosa succederà nelle prossime settimane. Se l’ex vicepresidente resta al momento il candidato democratico più probabile per le elezioni di novembre, è comunque ancora presto per considerare i giochi di queste primarie definitivamente conclusi.

Ma il coronavirus sta determinando delle conseguenze anche nella politica estera degli Stati Uniti, a partire – ovviamente – dai delicati rapporti con la Cina. Se lo scorso gennaio le relazioni tra i due Paesi sembravano essere entrate in una fase di parziale distensione, il quadro pare ormai drasticamente mutato. Trump ha assunto una postura particolarmente aggressiva verso Pechino, bollando ripetutamente il coronavirus come “virus cinese”.

Recentemente l’intelligence americana ha inoltre accusato la Repubblica Popolare di mentire sui dati relativi alla pandemia. E attenzione: perché questa linea dura verso Pechino non è ascrivibile alla sola Casa Bianca né al solo Partito Repubblicano. A fine marzo, è stata infatti introdotta alla Camera dei Rappresentanti una risoluzione bipartisan che critica aspramente la Cina sulla gestione dell’epidemia.

A livello generale, Washington non vede d’altronde di buon occhio il fatto che Pechino stia facendo leva sugli aiuti sanitari per estendere la propria influenza geopolitica in aree come l’Europa, l’Africa e il Medio Oriente. Aiuti sanitari con cui la Repubblica Popolare punta anche a ripristinare la propria reputazione internazionale, cercando di scaricare su altri Paesi (tra cui Stati Uniti e Italia) le responsabilità della sua opaca gestione dell’epidemia: responsabilità che sono tuttavia difficilmente negabili. Basti ricordare il caso di Li Wenliang, il medico cinese che fu messo a tacere dalle autorità di Wuhan, dopo che il 30 dicembre aveva fatto presente la somiglianza tra il nuovo virus e la Sars. Senza poi dimenticare il notevole ritardo con cui il governo cinese ha ammesso la gravità dell’epidemia: soltanto alla fine di gennaio, quando il virus era già certamente noto a dicembre e – secondo alcuni – addirittura a novembre.  Anche alla luce di tutto questo, la tensione geopolitica tra i due giganti aumenta sempre di più. In tal senso, sarà interessante capire quali sviluppi si avranno su due fronti.

In primo luogo, abbiamo il dossier commerciale, su cui Washington e Pechino erano riusciti a concludere tre mesi fa un’intesa parziale. E’ difficile dire se, quando sarà passata la fase emergenziale, Trump e Xi Jinping torneranno al tavolo delle trattative, visto che – ad oggi – il coronavirus sembra stia rafforzando un vero e proprio clima da Guerra Fredda. In secondo luogo, l’altra incognita risiede nel ruolo della Russia. Nel momento in cui Washington dovesse restare ai ferri corti con Pechino, un simile scenario potrebbe consentire a Trump di rilanciare la sua vecchia idea di una distensione con Mosca, proprio per sganciarla dall’orbita cinese.

Sotto questo aspetto, il presidente americano potrebbe sfruttare la situazione a proprio vantaggio: per quanto l’establishment democratico sia in linea di principio contrario al disgelo con il Cremlino, un incremento delle tensioni tra Stati Uniti e Cina potrebbe – almeno sulla carta – rendere un eventuale disgelo con i russi più digeribile alle alte sfere dell’asinello. Senza considerare che la Casa Bianca potrebbe anche approfittare di alcune significative crepe apertesi nelle relazioni tra Russia e Cina proprio a causa della crisi pandemica. Nonostante i rapporti tra Mosca e Pechino siano apparentemente saldi e svariati analisti tendano ad appiattire i due Paesi sulle medesime posizioni antioccidentali, a ben vedere la situazione è più articolata di come appare. Per contrastare l’epidemia, il Cremlino decretò a fine gennaio il blocco delle frontiere con la Repubblica Popolare, introducendo poi una serie di specifici controlli sui cittadini cinesi. Misure che irritarono non poco la Cina, che – non a caso – inviò a fine febbraio una lettera di protesta attraverso il proprio ambasciatore. Tutto questo, mentre nelle ultime settimane Washington ha accettato di acquistare materiale sanitario dalla Russia, con lo stesso Trump che – spalleggiato dal segretario di Stato Mike Pompeo – ha parlato di “gesto carino da parte di Vladimir Putin. La strada per una distensione tra Stati Uniti e Russia resta indubbiamente complicata a causa di numerosi dossier (a partire dalla Crimea). Ma, rispetto al 2019, le condizioni per una svolta appaiono oggi molto più concrete. 

10 – Continua

  1. “Una concezione adattiva della Storia” di Pierluigi Fagan.
  2. “La Chiesa contro il coronavirus: il mondo sulle spalle di Francesco” di Emanuel Pietrobon.
  3. “Che ne sarà di noi?” di Gustavo Boni.
  4. Dai campioni nazionali al golden power: le prospettive della tutela del sistema-Paese”, conversazione con Alessandro Aresu.
  5. “Le rotte della “Via dela seta della salute” di Diego Angelo Bertozzi.
  6. “Coronavirus e sorveglianza” di Vittorio Ray.
  7. “La pandemia e la rinascita” di Attilio Sodi Russotto.
  8. “Coronavirus in Africa: verso la tempesta perfetta?” di Gaetano Magno.
  9. “Il Medio Oriente e la minaccia del Covid-19” di Marco Giaconi.
  10. “Usa e coronavirus: tra ritorno di Keynes e sfida con la Cina” di Stefano Graziosi.
  11. “L’Europa alla prova della storia” di Gabriele Ciancitto.
  12. L’emergenza Covid-19 e la questione delle fake news” di Salvatore Santoru.
  13. Il crocevia della globalizzazione: quale mondo dopo il coronavirus?” di Andrea Muratore.
  14. “Il vaccino per il paziente economico” di Verdiana Garau.



Giornalista, nato nel 1990 a Roma e formatosi studiando Filosofia tra Pisa e l'Università Cattolica di Milano, specializzato nella politica degli Stati Uniti d'America. Collabora con diverse testate tra cui "Panorama" e "Lettera43". Nel 2018 ha pubblicato con le Edizioni Ares il saggio "Apocalypse Trump", con prefazione dell’ex direttore del "Corriere della Sera" Ferruccio de Bortoli.

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