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Il grande gioco del gas naturale tra Europa e Mediterraneo

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Il grande gioco del gas naturale tra Europa e Mediterraneo

Convergente e parallela al tempo stesso alla sfida tra Stati Uniti e Russia per il mercato del gas naturale, la partita euro-mediterranea dell’oro blu vede attivi dei contendenti spregiudicati e agguerriti. Erdogan e Israele sempre più protagonisti.L’Italia, per ora, latita incerta sulla strategia da adottare. E paga gli sbagli del presente e del passato, dalla decisione di rinunciare a SouthStream per avere EastMed all’insensata decisione di castrare il sistema estrattivo nazionale attraverso il blocco delle trivellazioni nell’Adriatico. Entrambi questi errori contribuiscono ad aumentare la dipendenza nazionale dai fornitori energetici esterni”.

Il gas naturale è il cosiddetto “oro blu”. La fonte energetica tradizionale che detiene i maggiori margini di crescita e le prospettive di sviluppo più importanti, nonché un asset di primaria importanza per una grande partita geopolitica avente il suo epicentro nel quadrante euromediterraneo. Quest’area è divenuta la faglia in cui si scontrano le ambizioni conflittuali e divergenti di attori di vario tipo. Entrano in gioco Paesi che partecipano al mercato globale del gas naturale sperando di diventarvi protagonisti come esportatori o che guardano ad esso con interesse in quanto voraci consumatori ed importatori dell’oro blu. Ma anche Paesi con ambizioni geoeconomiche che mirano a usare il commercio e lo sfruttamento della risorsa come leva per il loro interesse nazionale. Rilanciando, di conseguenza, la geopolitica dell’energia per far correre in parallelo ai gasdotti le nuove rotte delle alleanze internazionali, come fa notare Pharag Khanna in Connectography[1].

Parliamo di attori consolidati nello sfruttamento del gas naturale come la Russia. Di nuovi e interessati partecipanti al mercato dell’oro blu, rivoluzionato dalla scoperta dei giacimenti offshore Zohr e Leviathan tra Egitto e Israele: notevole, in tal senso, il consolidamento dell’asse Tel Aviv-Nicosia-Atene. Degli Stati Uniti, desiderosi di rafforzare il contenimento strategico dell’Orso russo sulle rotte del gas. Di Stati come la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, “cigno nero” della geopolitica gasiera del Mediterraneo, che mira a imporre lo status quo del controllo su Cipro Nord per fermare l’asse energetico e valorizzare il ruolo del gasdotto TurkStream. Ma anche di Paesi, come l’Italia, a cui manca, una volta di più il raziocinio strategico e il calcolo dei dividendi della partecipazione alla partita energetica. Fondamentale per un Paese in perenne sete di energia come l’Italia, intenta per di più alla logorante opera di castrazione del sistema estrattivo nazionale con lo stop alle trivellazioni nell’Adriatico.

La “guerra fredda” del gas tocca il Mediterraneo

Geoeconomia, calcoli del bilancio energetico, volontà politiche, convergenze d’interessi tra campioni nazionali dell’industria del gas e del petrolio contribuiscono a plasmare la partita del gas nel Mediterraneo. In cui si conferma la natura dell’era presente come caratterizzata dalla complessità: alleanze a geometria variabile e convergenze tattiche animano infatti il risvolto diplomatico della sfida del gas.

L’analista Gianni Bessi[2] ha individuato nella “guerra fredda del gas[3]” generata dalla rivalità russo-statunitense l’origine della slavina che ha portato al confuso stato dell’arte attuale. Il caos mediterraneo, infatti, si inserisce alla perfezione nel contesto perturbato dalla sfida statunitense alle esportazioni massicce di Mosca, ritenute da Washington uno dei principali capisaldi strategici da abbattere per consolidare il muscolare contenimento delle ambizioni russe. La sfida russo-statunitense, a cascata, ha coinvolto il Mediterraneo.

Gli Stati Uniti mirano infatti a contenere la proiezione del gas russo fornendo all’Europa e agli altri principali mercati di sbocco dell’oro blu del Cremlino il loro gas naturale liquefatto. Il tutto si inserisce nella strategia globale di “energy dominance” promossa dall’amministrazione Trump, inserita nel continuum geopolitico che nel decennio scorso ha portato l’amministrazione Obama a contrastare duramente la realizzazione del gasdotto italo-russo South Stream (poi tramontata) e di quello russo-tedesco North Stream (andata in porto). Memorabile la definizione di freedom gas attribuita nel maggio scorso al Gnl statunitense dal segretario del Dipartimento dell’Energia di Trump, nonché ex governatore del Texas, Rick Perry[4]. Facendo valere il loro ascendente politico sull’Unione Europea, i membri dell’amministrazione Trump avevano strappato tra il 2018 e il 2019 a Jean-Claude Juncker e al commissario per l’Energia Marcos Seferovic la promessa di un maggiore impegno comunitario all’acquisto di gas statunitense e alla costruzione di impianti di rigassificazione tra Oceano Atlantico e Mar Mediterraneo.

Questo ha ulteriormente galvanizzato la spinta statunitense a contrastare sul campo il dilagare dell’export russo anche nel contesto mediterraneo. Nel gennaio scorso l’inaugurazione del TurkStream ad opera di Erdogan e di Vladimir Putin ha spinto gli Stati Uniti a dare ulteriore credito al principale progetto di integrazione subregionale, il gasdotto EastMed. Questo si svilupperà per 2.000 chilometri, dal Medio Oriente al Sud Europa, e potrà trasportare fino a 12 miliardi di metri cubi all’anno, cambiando significativamente gli scenari energetici nel Mediterraneo. A benedire, in diversi incontri svoltisi tra la primavera dello scorso anno e il gennaio 2020, la nuova avventura il Segretario di Stato Mike Pompeo.

Il fronte mediterraneo

Inevitabilmente, il contenimento del gas russo tramite Gnl sarebbe inutile se gli Stati Uniti non potessero contare su una strategia di riduzione della proiezione di Mosca anche nell’altra direttrice fondamentale per il suo export, ovvero quella che attraversa l’Europa centro-orientale e mediterranea per arrivare in Italia, Paese capace in potenza di rappresentare lo snodo strategico del gas nel Mare Nostrum.

Ma non sono solo le ambizioni di Washington e le pressioni sui clientesa partecipare alla corsa all’oro blu ad animare il Mediterraneo. È la crescita dell’offerta legata alle nuove scoperte, come l’israeliano Leviathan e l’egiziano Zohr, a portare sul terreno nuovi attori. Così come a tale processo concorrono anche le volontà di espansione geopolitica di attori come la Turchia. Per cui il gas naturale diviene strumento fondamentale per operare la territorializzazione del mare al largo delle coste cipriote, legittimazione sul terreno della vassalla Repubblica nel Nord dell’Isola. O merce di scambio per garantire il vitale supporto all’esecutivo di Fayez al-Serraj in Libia.  Qui si va ben oltre il braccio di ferro Usa-Russia Come ha detto il generale Carlo Jean, “L’accordo tra Sarraj ed Erdogan sul Mediterraneo Orientale è contrario non soltanto agli interessi dell’Italia, ma anche a quelli di Grecia, Cipro e in parte di Egitto ed Israele[5]”.

Il complesso delle manovre turche si può leggere in chiave caleidoscopica. Parliamo di sfide sul terreno geopolitico alle nuove forme d’integrazione; di un gioco di sponda con la Russia senza formalizzazione di un’alleanza; di una mossa su cui gli Stati Uniti vigilano preparandosi a imporre a Ankara le linee rosse dell’adesione all’Alleanza Atlantica. È la geopolitica delle alleanze a geometria variabile.

Si aggiunga a ciò la spinta mondiale verso la decarbonizzazione, che porta gli attori più pragmatici, guidati da colossi a partecipazione pubblica come Eni e la francese Total, a capire che un punto di partenza può essere proprio il gas naturale. In un’intervista ad Avvenire, l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi ha usato toni di grande rilevanza politica sottolineando come il modello di gestione complessiva delle relazioni economiche nel Grande Mare debba essere ripensato e evidenziando che “esistono singole volontà di supremazia ispirate a interessi geopolitici[6]”.

La resilienza di Mosca

L’elevato grado di entropia creatasi a livello sistemico concorre a ridurre le prospettive della sfida statunitense all’Orso russo. Di per sé capace di controbattere all’attacco a tenaglia sfruttando la resilienza. La sfida è condotta dalla Russia contrapponendo al Mediterraneo il Baltico, all’offshore le rotte controllabili della terraferma, al modus operandi statunitense lo stesso stile d’azione. La perdita del potenziale perno caratterizzato da South Stream è compensata dall’inaugurazione di TurkStream, il gasdotto russo-tedesco North Stream promette nuove sinergie tra Mosca e Berlino e nel cuore dell’Eurasia sono prossime a entrare a regime le rotte gasiere verso la Cina.

Gazprom, il colosso russo del gas esporterà nei prossimi anni verso l’Europa oltre 280 miliardi di metri cubi di gas l’anno contro i 258 del 2018. Un’altra compagnia di primaria grandezza, Novatek, si sta rendendo protagonista nella partecipazione al grande gioco del gas naturale liquefatto ricalcando le modalità d’ingaggio delle compagnie statunitensi, che sfruttano le connessioni tra esportazioni energetici e strumenti finanziari. I cosiddetti mercati spot, che spingono i carichi di Gnl a cercare, giorno dopo giorno, la destinazione più conveniente hanno visto l’ingresso a passo di carica dei contendenti russi[7]. Portando Mosca a diventare il quarto produttore mondiale di Gnl (alle spalle di Qatar, Australia e Usa) con una capacità di 27 milioni di tonnellate l’anno, destinata a 73,2 milioni entro il 2025[8].

L’Italia tra incertezze e autolesionismo

In questo contesto, per l’Italia sarà presto ora di scelte decisive. Escludendo il, per ora, secondario sistema di rigassificatori Roma è un’affamata importatrice di gas naturale, risorsa recentemente salita al primo posto nel paniere energetico nazionale, attraverso le direttrici di quattro gasdotti, tutti (escludendo il nordico Trans Europa Naturgas Pipeline) insistenti sull’area euro-mediterranea e sulla regione chiave nella partita dell’oro blu. Greenstream (proveniente dalla Libia), Trans Med (proveniente dall’Algeria) e Tag (che veicola il gas russo) contribuiscono per oltre 50 miliardi di metri cubi complessivi all’anno al fabbisogno energetico italiano[9]. Come spiegato da Lorenzo Vita e Alberto Bellotto su Inside Over,“Partendo da questo dato, è del tutto evidente che qualsiasi governo italiano abbia la necessità di avere la sicurezza energetica e delle rotte energetiche come principale punto in agenda della propria strategia. Lasciare l’Italia al freddo, come spesso di usa dire per indicare un’interruzione del flusso di gas, è un pericolo che per un Paese che dipende dall’estero non è affatto impossibile che si realizzi[10]”.

L’energia, tuttavia, è stata molto spesso negletta dall’agenda strategica nazionale. Che ha alternato rapsodiche intuizioni (vedasi il progetto South Stream) a ondivaghe accettazioni di pressioni esterne (come la rinuncia ad esso dopo la crisi Usa-Russia del 2014). Approvando il progetto Tap per l’arrivo del gas azero nel Mediterraneo senza una capacità di inquadramento strategico, rifiutando di consolidare la presenza politica ed economica in Libia e Algeria per preservare le attività di Eni, infine castrando il sistema estrattivo con l’assurdo blocco alle trivellazioni nel Mar Adriatico deciso dal governo Conte I (M5s-Lega) e confermato dall’attuale esecutivo a trazione M5s-Pd.

Quest’ultima decisione ha prodotto un effetto a cascata: l’agognata sostenibilità ambientale della regione mediterranea non è stata conseguita, dato che Paesi come Croazia, Montenegro e Grecia sono subentrati all’Italia. La mancanza di iniziativa autonoma ha confermato che l’Italia non è consapevole delle implicazioni strategiche di ritrovarsi ad essere un Paese importatore di gas in una fase in cui l’oro blu diviene oggetto di sfida di una grande partita geopolitica. Infine, un intero sistema economico con il suo indotto rischia di essere affossato, con gravi pregiudizi all’economia di aree quali la provincia di Ravenna. Bessi ha fatto notare che la scelta del secondo governo Conte di proseguire l’inazione dei predecessori sul tema energetico rischia di risultare deleteria. “Il primo argomento da sottoporgli”, ha scritto Bessi commentando un’eventuale “interrogatorio” sul posizionamento del governo Conte II in materia di politica energetica, “sarebbero gli investimenti che Eni aveva previsto per estrarre gas in Adriatico: l’ipotesi era di raggiungere i 5 miliardi di metri cubi all’anno. L’Adriatico però è ancora lì, con tutto il suo gas in pancia: si potrebbero estrarre più di 100mila boe (barili di petrolio equivalenti) al giorno (giusto per un confronto, in Egitto dove è situato il megagiacimento di Zohr, Eni ha una produzione pari a 300mila boe al giorno). Un’attività in adriatico affossata dal Decreto semplificazione[11]” votato in era gialloverde.

Non cogliere questi sviluppi è strategicamente suicida. L’Italia volta le spalle al “Grande Mare” nel momento in cui maggiormente servirebbe capacità di progettazione politica e diplomatica. Presidiare le rotte del gas, diversificare fonti e fornitori in funzione della necessità e procedere a un riassetto del paniere di importazioni e produzioni interne per ridurre la dipendenza dai mercati stranieri e dalle tensioni geopolitiche del Mediterraneo è una sfida da cui volutamente ci chiamiamo fuori. Attori più spregiudicati come Israele o Turchia, invece, giocano le loro carte nella nicchia della sfida Usa-Russia.

In tal senso, l’assenso italiano a EastMed, che col tratto conclusivo Igi Poseidon appare destinato a sfociare ad Otranto, aggiunge al danno dell’aver concluso il progetto South Stream, elaborato direttamente da Eni e Gazprom e supportato dal governo Prodi II (2006-2008) e dal governo Berlusconi IV (2008-2011), la beffa del proseguimento dell’irrilevanza geopolitica nella partita del gas, essendo il centro strategico del progetto legato alle manovre statunitensi di contenimento della Russia. Qualche contratto vantaggioso per società come Edison e Saipem[12] non cambia la realtà dei fatti. In Italia, una volta di più, vale l’amara considerazione dell’analista Pierluigi Fagan: “non ci si rende conto della nostra posizione geografica sulla mappa o meglio sul territorio. Le nostre élites recenti e grande parte dell’opinione pubblica, qualificata o meno, è intrinsecamente convinta che il nostro destino sia mitteleuropeo […] Siamo una penisola con tre lati nel mare, Mediterraneo nella fattispecie. Gli americani ci usano come una portaerei ed un porto centrale, nelle loro strategie. Loro vedono cose di noi che noi non siamo in grado di vedere perché guardiamo da un’altra parte[13]”. E anche nella partita del gas questo assunto vale. Una presa di consapevolezza non è solo auspicabile, ma anche politicamente irrinunciabile.

Pubblicato orignariamente su “Eurasia – Rivista di studi geopolitici” 2/2020 -“Mare nostrum o mare alienum?”


[1] Pharag Khanna, Connectography, Fazi Editore, Roma 2016

[2] Esponente ravennate del Partito Democratico e autore dell’importante pubblicazione Gas naturale – L’energia di domani (Innovative Publishing, 2018).

[3] Andrea Muratore, La guerra fredda del gas, Osservatorio Globalizzazione, 12 settembre 2019.

[4] Freedom gas, the next American export, New York Times, 25 maggio 2019.

[5] Marco Orioles, Perché l’intesa Serraj-Erdogan è contraria agli interessi dell’Italia, Start Magazine, 16 dicembre 2019.

[6] Giacomo Gambassi, Descalzi (Eni): la sfida nel Mediterraneo? Lo sviluppo dei popoli, Avvenire, 5 gennaio 2020.

[7] Andrea Muratore, La fortezza Russia resiste alla guerra fredda del gas, Inside Over, 30 dicembre 2019.

[8] Ibid.

[9] Lorenzo Vita, Alberto Bellotto, Da chi importa il gas l’Italia, Inside Over, 24 dicembre 2018.

[10] Ibid.

[11] Gianni Bessi, Il governo Conte II è amico o nemico dell’oil&gas?, StartMag, 25 dicembre 2019.

[12] Sonia Fraschini, EastMed: un’opportunità per Saipem, Il Giornale, 5 gennaio 2020.

[13] Pierluigi Fagan, La mentalità post-geografica, Osservatorio Globalizzazione, 5 agosto 2019.

Bresciano classe 1994, si è formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano. Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ha conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019. Il suo principale interesse di studio è la geoeconomia, ovvero l’analisi degli effetti dell’interdipendenza tra le grandi questioni geopolitiche e le dinamiche industriali, commerciali e produttive del mondo contemporaneo, con un focus particolare sull’impatto della rivoluzione tecnologica, sulla sfida Usa-Cina e sul ruolo dell’Europa nel mondo contemporaneo.

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