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Il Racconto del Potere, I Puntata

Il Racconto del Potere, I Puntata

Premessa

Nel 2013 vidi il film Argo. Molto lodato e premiato. La storia che veniva raccontata era vera solo molto parzialmente, come si addice ad un’opera di immaginazione. Ma era spacciata come realmente avvenuta e quasi tutti i giornali ed i notiziari TV italiani ed esteri accreditavano questa versione. Bastava leggere la voce “Argo” su Wikipedia (English) e seguire i link proposti per conoscere la versione corretta.

Decisi di intervenire nel Forum Leggere e Scrivere curato da Paolo Di Stefano su Corriere.it con dei post intitolati “Il Racconto del Potere”. Il titolo era volutamente ambiguo: a) il racconto di chi, da posizioni di potere, intende manipolare le opinioni per mantenere o acquisire consenso; b) il racconto che ognuno di noi può fare per svelare i meccanismi del potere; c) il racconto che involontariamente il potere fa di sé stesso, svelandosi. 

In questa puntata troverete quei testi del Marzo 2013; in quelle successive altre riflessioni sullo stesso argomento talvolta pubblicate su altri siti come il blog di Claudio Sabelli Fioretti o su TeleVisioni il Forum curato da Aldo Grasso sempre su Corriere.it: serie televisive, libri, film o anche avvenimenti che mi davano lo spunto per chiarire alcuni aspetti. L’andamento sarà rapsodico, legato al filo della memoria, il registro sarà quasi sempre leggero, talvolta ironico. Il testo in corsivo è quello redatto oggi per aggiungere qualcosa, contestualizzare, accompagnare nella lettura.

Firmavo con lo pseudonimo “Mario Strada”, che aveva un’origine precisa. Nel 2002 il presidente Bush lanciava la sua campagna diplomatica: una “Road map for peace per trovare una soluzione al conflitto tra Israele ed i Palestinesi. Negli anni successivi l’insistenza sulla “roadmap” da parte di uno dei protagonisti dell’invasione dell’Iraq per inesistenti armi di distruzione di massa mi diede tanto fastidio che decisi di aprire un account di posta elettronica che aveva come ID proprio “roadmap”. Quando si trattò di trovare un cognome e un nome saltò fuori “Strada” (road) “Mario” (ma…). L’ho usato fino al giugno 2015. Negli anni, qualcuno deve aver pensato che, dati il taglio, il tono ed il contenuto, dovevo essere un componente della famiglia “Strada”, illustri slavisti politicamente di sinistra; con il risultato che ogni volta che scrivevo da quell’account di posta elettronica alle redazioni dei giornali per dire la mia o chiedere informazioni rispondevano sempre con molta gentilezza. Ora quando firmo con il mio nome e cognome spesso vengo ignorato; se volete, anche questo è un piccolo racconto di come funzionano i meccanismi del potere, questa volta reputazionale, nelle redazioni dei giornali e delle case editrici: non conta quello che dici o scrivi ma chi sei o chi gli altri pensano che tu sia.

Forse però c’è qualcosa di più profondo. Dopo quei post del 2013 mi arrivò una email chiedendomi se ero figlio di Vittorio Strada: ho avuto l’impressione che le mie riserve nei confronti della narrazione acritica filo-statunitense erano ritenute legittime e naturali perché venivano “da sinistra”, allo stesso modo di come un milanista è giustificato se parla male dell’Inter ma sarebbe considerato bizzarro se facesse le pulci alla squadra del cuore. Un atteggiamento che permette di vivere sereni e rassicurati dalla vulgata prevalente e che impedisce di accogliere verità eterodosse anche solo per verificarle, attribuendole ad altri come fossero un pregiudizio: quella email mi sembrava il frutto di una egemonia culturale o, per utilizzare la terminologia di Joseph Nye, di un soft power

L’immagine che apre ogni puntata è il profilo stilizzato di Sherlock Holmes: segnale dell’approccio investigativo che ho cercato di seguire. 

Il Racconto del Potere

(Forum Leggere e Scrivere; 14, 15, 16, 18 Marzo 2013)

Ho visto i film LincolnArgo e Zero Dark Thirty. Sono probabilmente i film USA più volutamente politici di questa stagione. Dei tre, ho apprezzato di più “Lincoln” di Spielberg. Ho l’abitudine di verificare l’accuratezza storica delle ricostruzioni sia per curiosità rispetto all’oggetto trattato sia per vedere come lavorano i cinematografari. Per i film in questione ho scoperto cose interessanti. Ed è stato relativamente facile. Così ho deciso di scrivere una nota che può far capire come si possa utilizzare un medium (cinema) e farlo interagire con gli altri (libri, TV, internet) al fine di salvare capra e cavoli: godere dello spettacolo, ragionare nel merito, capire se e perché ci sono delle discrepanze. Un esercizio che potrebbe essere di grande utilità nelle aule scolastiche ed in quelle universitarie.

Una parte dei commentatori ha sottolineato l’aspetto propagandistico di tutt’e tre a favore della CIA. In particolare Argo, che racconta di un’operazione che permise di far fuggire alcuni diplomatici statunitensi presi in ostaggio nel 1979 dai rivoluzionari khomeinisti iraniani; e Zero Dark Thirty sull’operazione delle forze speciali USA per catturare Osama bin Laden, poi ucciso.

Molinari su La Stampa (26.02.2013: “Il blitz della First Lady un’operazione top secret. L’accordo Academy-Casa Bianca fatto da Weinstein. Teheran attacca: È stato uno spot per la CIA”) racconta qualche piccolo retroscena della premiazione a sorpresa da parte di Michelle Obama del film vincitore (Argo). Nel Febbraio 2020 Robert Weinstein è stato trovato colpevole di un reato sessuale. Per anni ha frequentato indisturbato i luoghi del potere. 

Massimo Gaggi (Corriere, 24.02.2013: “Da supercattivi a eroi. Gli agenti della CIA si riscattano nei film. Hollywood si inchina al lavoro sporco della CIA”) cita anche un libro (Tricia Jenkins. The CIA in Hollywood. How the Agency Shapes Film and Television. University of Texas Press 2012; una nuova edizione aggiornata è stata pubblicata nel 2016) che ripercorre le tappe più recenti dei rapporti tra gli artisti liberal del mondo dello spettacolo e la Company per eccellenza, soprattutto dopo l’11 settembre; anche se Ben Affleck (vincitore con Argo) ha avuto rapporti di buon vicinato con la CIA già dagli anni ’90. Dalla presentazione editoriale: “[The] research reveals the significant influence that the CIA now wields in Hollywood and raises important and troubling questions about the ethics and legality of a government agency using popular media to manipulate its public image.” Il rapporto tra la CIA, il potere politico USA e l’industria dello spettacolo più potente del mondo è vecchio di decenni. Ne parla anche John Kleeves in “I Divi di Stato. Il controllo politico su Hollywood. Settimo Sigillo 1999”: “Lo scopo del presente lavoro è di dimostrare come Hollywood esprima una filmografia di Stato.” 

Proprio in Argo vediamo che un truccatore (John Chambers, esistito veramente, interpretato dal bravo e simpatico John Goodman) era uso lavorare per l’Agenzia. Lo stesso agente protagonista dell’eroica impresa (Tony Mendez, interpretato da Ben Affleck) era stato reclutato in una scuola di disegno artistico negli anni ’60 ed era un esperto contraffattore di documenti. Lo possiamo leggere nel suo: The Master of Disguise: My Secret Life in the CIA. William Morrow & Company. 2000.

Sull’operazione che ha ispirato il film si può leggere (dello stesso Antonio Mendez e di Matt Baglio): Argo. How the CIA and Hollywood Pulled Off the Most Audacious Rescue in History. 2012.

Si potrebbe dire: ma se questi film raccontano quello che è veramente successo, perché tanta acredine? Sarà propaganda, ma almeno informano.

Qui iniziano le dolenti note. Siamo in grado di rivelare alcuni segreti, mi pare mai comparsi sulla stampa italiana, acquisiti perigliosamente attraverso una rete clandestina di informazione: Wikipedia in inglese, alla voce Argo, che cita interventi pubblici su organi d’informazione. 

Nell’ordine hanno protestato:

1) L’ambasciatore Canadese in Iran dell’epoca, che pare sia stato il cervello ideativo, politico ed organizzativo dell’operazione e non un semplice volenteroso padrone di casa come si vede nel film. La CIA ha svolto solo la parte finale dell’operazione (l’esfiltrazione materiale).

2) Le rappresentanze diplomatiche della Gran Bretagna e della Nuova Zelanda, che pare abbiano avuto un ruolo altrettanto importante ma sono state del tutto ignorate dalla ricostruzione del film.

Inoltre, pare che andò tutto liscio e che il finale drammatico raccontato nel film (i diplomatici USA controllati al mercato e quasi catturati all’aeroporto) è del tutto inventato (però la scena è venuta molto bene).

Non ho letto il libro di Mendez sulla ricostruzione della vicenda, quindi non posso dire se il testo è più fedele alla realtà storica. Di certo il libro non ha suscitato alcuna protesta. La mia impressione, comunque, è che i film, nel bene e nel male, abbiano un impatto maggiore dei libri dai quali sono tratti e che quindi provochino, a catena, più conseguenze. 

Per esempio, The Ghost Writer (2010) diretto da Roman Polanski è tratto da un romanzo di successo (The Ghost, del 2007) di Robert Harris che ha anche collaborato alla sceneggiatura del film molto premiato in Europa. Harris era stato un sostenitore di Blair ma cambiò atteggiamento dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003. Il suo libro narra di un Premier Inglese, che sembra Tony Blair, usato dalla moglie che segretamente lavora per la CIA per sostenere le politiche militari USA. Nella trama troviamo altri riferimenti intenzionali alle “Conspiracy Theory” (le convinzioni diffuse di una qualche trama nascosta ad opera della CIA o di altre organizzazioni). Per es. il Ghost Writer in questione viene ucciso poco prima della pubblicazione del suo libro-rivelazione: un chiaro riferimento alla pakistana Benazir Bhutto (su di lei parleremo tra poco) che stava per pubblicare un libro di memorie.

Per i complottisti di ogni epoca ed età c’è sempre un complotto all’opera. E certamente sarà stata una coincidenza che durante la lavorazione del film Polanski fu arrestato in Svizzera dove andava in vacanza da anni nello chalet di montagna di sua proprietà, su mandato di cattura USA per una storia di violenza carnale ai danni di una minorenne di 30 anni prima. Riuscirà a finire il film perché le autorità svizzere gli permisero di finire il montaggio in carcere. I sussurri dell’epoca dissero che le autorità USA avevano fatto pressione su quelle elvetiche minacciando ritorsioni sul fronte finanziario (c’erano delle trattative sul problema dei capitali USA in fuga in Svizzera per motivi fiscali). È commovente questa rinnovata determinazione USA a 30 anni dal reato. 

Comunque, la coincidenza per me più curiosa è la somiglianza fisica davvero impressionante tra un personaggio di una fiction televisiva britannica di successo del 1985 (Edge of Darkness) co-prodotta dalla BBC, rifatta in USA per le sale cinematografiche con Mel Gibson (Edge of Darkness, 2010). Nella fiction TV c’era un ministro della difesa britannico, che lavorava agli ordini degli USA e dei loro interessi nucleari: era preciso preciso Tony Blair. Immaginate che sono andato a guardare anche tra gli interpreti per vedere che non fosse stato veramente lui 10 e più anni prima di diventare Primo Ministro. Chissà che il diavolo, come si dice in questi casi, non si nasconda nei dettagli. 

Tony Blair sostenne la campagna militare USA in Iraq nel 2003 alienandosi le simpatie dei progressisti britannici, primo fra tutti Anthony Giddens che lo aveva consigliato sulla strategia della Third Way. Giddens definì incomprensibile la scelta di Blair, condivisa in Europa solo dal Premier spagnolo José María Aznar e da Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio dal 2001 al 2006. Berlusconi contribuì anche ad intorpidire le acque dando mandato ai servizi segreti italiani di costruire prove false dei propositi nucleari di Saddam Hussein. In quelle settimane Romano Prodi, Presidente della Commissione Europea, si schierò contro l’invasione; ricevette a casa un plico esplosivo che quasi accecò la moglie: forse inviato dagli anarco-insurrezionalisti che avevano rivendicato altri ordigni esplosi giorni prima vicino la casa dell’ex premier e forse gli stessi che in quei mesi mettevano bombe in Sardegna con esplosivi “del tipo in uso tra le forze armate”.

E che dire di Zero Dark Thirty, sull’operazione che nel 2011 portò all’uccisione di Osama bin Laden da parte di truppe speciali USA?

Kathryn Bigelow era stata già premiata agli Oscar per The Hurt Locker (del 2008): sul suo blog Federico Rampini, secondo me giustamente, lo definì un film criptofascista: “a cercar la bella morte” recitavano alcune massime mussoliniane. Per il film di quest’anno (Zero Dark Thirty) pare si sia avvalsa di informazioni riservate provenienti dalla CIA e tutte le polemiche si sono concentrate sulla pratica della tortura per acquisire informazioni. Alcune fonti della CIA sono poi intervenute per smentire che l’individuazione del nascondiglio del terrorista fosse avvenuta sulla base di informazioni acquisite tramite “pratiche improprie di interrogazione”.

D’altra parte, se la CIA aveva torturato per acquisire le informazioni necessarie, chi può arrogarsi il diritto di giudicare quando in gioco è la sicurezza di una Nazione se non, addirittura, dell’Occidente intero?

Però: noi comuni mortali come possiamo controllare notizie che, per definizione, sono incontrollabili perché segrete? Dobbiamo affidarci alla serietà dei nostri interlocutori. Ma come scegliere gli interlocutori ai quali affidarci?

Qualche anno fa, durante l’amministrazione George Bush Jr. e ben prima degli avvenimenti narrati nel film in questione, una oscura Senatrice dello Stato di New York (Hillary Rodham Clinton, poi divenuta Segretario di Stato) ebbe modo di affermare pubblicamente che Bin Laden era stato già catturato e tenuto prigioniero in una località segreta.

Ne era convinto anche il giornalista Seymour Hersh, che scrisse in una sua inchiesta “that Pakistan had kept bin Laden under house arrest since 2006, that the U.S. had learned of bin Laden’s location through a Pakistani intelligence official and not through tracking a courier, and that elements of the Pakistani military aided the U.S. in killing Bin Laden

Un paio di anni dopo un’altra semi sconosciuta signora, Benazir Bhutto, che ha avuto importanti ruoli di Governo in Pakistan (Primo Ministro, Ministro della Difesa, Ministro delle Finanze), che è stata Presidente del Pakistan Peoples Party, con solidi studi a Oxford (UK) ed Harvard (USA) ebbe modo di affermare (02.11.2007) davanti le telecamere di Al Jazeera English, intervistata da un esterrefatto David Frost, che Bin Laden era stato già ammazzato; trovate il filmato dell’intervista su Youtube.

Sir David Frost è un giornalista prestigioso, famoso per la sua intervista a Nixon: sui retroscena di quello storico colloquio è stato pubblicato un libro di James Reston Jr.: The conviction of Richard Nixon. The Untold Story of the Frost/Nixon Interviews, 2007. Allora la tesi del Repubblicano Nixon (“Niente è Illegale se il Presidente agisce per il bene della Nazione”) fece scandalo.

Torniamo a Bin Laden. Qualcosa in più sul presunto assassino citato dalla Bhutto la leggiamo in un articolo di Giulietto Chiesa (La Stampa, 15.01.2008: “Osama è morto, lo disse Benazir. Sul Web il nome dell’assassino”: “Omar Sheikh, quello stesso che … consegnò a Mohammed Atta, secondo l’inchiesta ufficiale, 100 mila dollari qualche giorno prima dell’11 settembre, e che era a Washington, quel giorno fatale…”. Sarebbe stato il caso di chiedere maggiori informazioni alla Bhutto ma è stata ammazzata in un attentato (il 27.12.2007) qualche settimana dopo le sue dichiarazioni. Continua Giulietto Chiesa: “… [la Bhutto] non ci potrà più dire nulla delle sue fonti d’informazione. Nessuno di coloro che l’hanno pianta, o commemorata, ha ricordato la sua rivelazione del 2 novembre. Nemmeno l’illustre The Economist – che ha dedicato al Pakistan la copertina del penultimo suo numero, con il titolo «Il paese più pericoloso del mondo» – si è accorto di quelle parole di Benazir. Tutti molto distratti. Resta solo da chiedere al presidente Pervez Musharraf … di fornirci qualche ulteriore informazione sul signor Omar Sheikh, che lavorava allora per i suoi servizi segreti. Qualcosa deve saperne, almeno lui, visto che nel suo libro del 2006 (In the line of fire: a memoir, Free Press) affermava di sospettare che Sheikh avesse lavorato, negli anni ‘90, per il servizio segreto di Sua Maestà britannica, il famoso MI6.”

Dunque a chi affidarsi: alla regista Bigelow, che ha utilizzato notizie fornite dalla CIA, alla Senatrice Clinton o all’ex Premier Pakistana Bhutto?

Un altro esempio di imbroglio era stato il film U-571 (2000) che raccontava di come la marina USA era stata capace di recuperare la famosa Enigma, una macchina usata per criptare i messaggi militari dei tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Peccato che l’avessero fatto gli inglesi, prima ancora che gli Stati Uniti entrassero in guerra. Seguendo il link che ho proposto sopra si possono leggere le proteste formali dei britannici.

Ma, diranno alcuni, con Lincoln di Spielberg possiamo stare tranquilli. La CIA era di là da venire e gli avvenimenti sono a distanza temporale di sicurezza. 

In Italia è stato pubblicato un articolo laudativo sul film (Abraham Lincoln, il vero “Principe” machiavellico. Il Fatto 08.12.2012) del Prof. Maurizio Viroli (grande esperto di Niccolò Machiavelli) che fa riferimento ad un libro del 2006 su cui il film si baserebbe: Team of Rivals: The Political Genius of Abraham Lincoln, di Doris Kearns Goodwin.

Il Prof. Viroli si spinge a sostenere che la compravendita dei parlamentari USA, ad opera di Lincoln e dei suoi uomini per far passare l’emendamento costituzionale che aboliva la schiavitù, era segno di grande capacità politica e lungimiranza, in linea con gli insegnamenti del fondatore della politologia moderna. Io obietterei che una Nazione che nasce con queste caratteristiche rischia di replicarle all’infinito, anche all’estero. E tiro un sospiro di sollievo osservando che è una pratica lontana dalle abitudini delle nostre aule parlamentari.

Il riferimento era alla compravendita di parlamentari ad opera di Berlusconi.

Ma l’obiezione di fondo al film è la relativa irrilevanza di quell’emendamento, utilizzato dagli autori della sceneggiatura solo a fini drammaturgici per enfatizzare le dinamiche del racconto.

Facendo ricorso a quell’archivio segreto che è Wikipedia, alla voce Lincoln, si può risalire ad una lista di articoli pubblicati su riviste e quotidiani che mettono in discussione la ricostruzione storica del film.

In particolare sono rimasto colpito dagli interventi di due studiosi, bianchi, un uomo ed una donna, esperti di Lincoln e della Guerra Civile statunitense; sul New York Times scrivono, in sintesi: 1) Un’occasione sprecata, Spielberg ha travisato i fatti storici, così come aveva fatto con Schindler’s List e Saving Private Ryan. 2) In quasi tutti gli Stati la schiavitù era stata già abolita (nel film ve ne è un accenno, durante la riunione di Lincoln con gli emissari degli Stati del Sud). 3) Soprattutto, si omette di dire che in tutti gli Stati Uniti vi era un movimento politico di Afro-Americani che di fatto determinò le scelte legislative abrogazioniste dei singoli Stati e dello stesso Lincoln (Washington in quei mesi era piena di Afro-Americani fuggiti dagli Stati del Sud). 4) Quel signore di colore che, come maggiordomo, nel film porgeva elementi di abbigliamento a Lincoln quando usciva, e la signora di colore che accompagnava come dama di compagnia la moglie di Lincoln, erano nella realtà storica dei leader di quel movimento: usciti dalla Casa Bianca tenevano e presiedevano assemblee politiche. 5) Quindi, il film ha dimenticato di mostrare che per l’abolizione della schiavitù gli Afro-Americani devono ringraziare soprattutto se stessi.

Si potrebbe aggiungere l’interpretazione marxista: con l’American Civil War (1861-1865) l’esigenza del Nord industriale di avere manodopera a basso prezzo e libera di spostarsi portò alla dissoluzione del modo di produzione schiavista. Né questo mise fine a ingiustizie sociali e discriminazioni. Basti pensare alla segregazione razziale giuridicamente abolita solo un secolo dopo ed al perdurante diverso trattamento salariale delle minoranze.

Spielberg ha compiuto altre opere di mistificazione: in The Post (2017) attribuisce un ruolo preminente al The Washington Post nella pubblicazione dei Pentagon Papers che furono, invece, un capolavoro della libertà di stampa ad opera del The New York Times (“Pentagon Papers had demonstrated, among other things, that the Johnson Administration systematically lied, not only to the public but also to Congress.”)

Post Scriptum:

Alla fine di Marzo 2013 Sky Cinema comincerà a trasmettere la seconda serie di Black Mirror: l’ho trovata interessante. La definirei una versione aggiornata di Twilight Zone.

La prima serie di Twilight Zone è del 1959; nei decenni successivi ne sono seguite altre

Il terzo ed ultimo episodio (The Waldo Moment) narra di come un pupazzo/cartoon (Waldo) che, a fini di spettacolo, nelle trasmissioni televisive britanniche irride con un linguaggio triviale i politici che fanno campagna elettorale. Ha tanto successo che viene utilizzato da una non meglio identificata Agency statunitense per disturbare e manipolare con successo i consensi elettorali. In breve diventa un logo mondiale di successo. Il turpiloquio e l’irrisione ricordano molto alla lontana quelli di Grillo. Così, quando ho letto le recenti dichiarazioni dell’ambasciatore USA Thorne a favore dei “grillini” (come li ha chiamati) mi sono detto: “L’ambasciatore, di certo, non ha visto quel telefilm, altrimenti avrebbe capito che le sue parole avrebbero potuto essere male interpretate.”

(continua)

Il Racconto del Potere, II Puntata

Il Racconto del Potere, III Puntata

Il Racconto del Potere IV Puntata

Il Racconto del Potere, V Puntata

Il Racconto del Potere, VI Puntata

Il Racconto del Potere, VII Puntata

Nato nel 1955, Laurea in Scienze Politiche. Al suo attivo pubblicazioni a stampa, progetti e rapporti di ricerca, missioni di lavoro in Venezuela, Russia, Ucraina, un lungo soggiorno di studio e lavoro negli Stati Uniti.

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