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La guerra fredda del gas

La guerra fredda del gas

Il gas naturale sta assurgendo, anno dopo anno, a fonte energetica determinante e a materia prima sempre più strategica per gli equilibri geopolitici e geoeconomici planetari. In particolare, è l’area del Mediterraneo e dell’Eurasia a essere campo di battaglia di una vera e propria “guerra fredda del gas” che si sta combattendo tra due potenze energetiche indipendenti e dotate di strategie confliggenti. Da un lato la Russia di Vladimir Putin, che mira a rafforzare e consolidare il suo ruolo di fornitore strategico determinante a cavallo tra i tradizionali sbocchi europei e il florido mercato cinese destinatario dei nuovi gasdotti “Power of Siberia”. Dall’altro gli Stati Uniti che dalla rivoluzione dello shale oil e dello shale gas in avanti sono balzati ai primi posti della classifica dei produttori di gas naturale e, superando il bando alle esportazioni imposto da Richard Nixon negli Anni Settanta, sono tornati prepotentemente nel mercato globale. Avviando una strategia di inserimento che l’amministrazione di Donald Trump ha declinato in maniera dinamica e aggressiva indicando come obiettivo nientemeno che la cosiddetta “energy dominance”. Un America First energetico che passa, innanzitutto, per l’erosione della quota e dell’influenza di mercato della Russia.

Il mondo del gas naturale è un terreno di competizione scivoloso, che si relaziona con i grandi disegni geopolitici, con le strategie commerciali, con le contingenze politiche. Le rotte dei gasdotti, fa notare Pharag Khanna in Connectography, sono tra le principali infrastrutture che disegnano le gerarchie dell’attuale ordine internazionale e aiutano a capire rapporti di forza, amicizie e rivalità. Per orientarsi in questo ginepraio, è in ogni caso necessario poter contare su una guida esperta. E nel novero degli analisti italiani, ci permettiamo di citare tra i maggiori il nome di Gianni Bessi, consigliere regionale dell’Emilia Romagna e esperto della materia, su cui ha pubblicato il saggio Gas naturale – L’energia di domani (edito da Innovative Publishing con prefazione di Giulio Sapelli). Bessi è guida esperta, settimana dopo settimana, grazie ai suoi interventi su Start Magazine in cui contribuisce a ampliare il campo visivo sulla grande partita energetica che si va dispiegando tra i due grandi Paesi rivali.

La Russia al centro della guerra fredda del gas

Recentemente, Bessi ha unito una serie di analisi sul tema pubblicate sul dinamico portale d’analisi nella raccolta House of Zar – Geopolitica ed energia al tempo di Putin e Trump. La raccolta segue il coerente filo dell’analisi delle dinamiche politiche russe ed internazionali da inizio 2018 in avanti mostrandone i forti legami con la grande partita per il gas in via di svolgimento. Nella visione di Bessi, infatti, la Russia è l’attore chiave della partita: non a caso, piccole, medie e grandi potenze impegnate nella partita del gas declinano la loro condotta in relazione alle mosse previste o compiute dal Cremlino. Gli Stati Uniti attraverso il sostegno alla realizzazione di strutture per la rigassificazione in Nord Europa e il sostegno ai nuovi gasdotti dei loro alleati mediterranei (Israele, Cipro, Grecia) puntano a indebolire le prospettive di export dell’Orso russo; la Germania gioca una partita semiautonoma scontentando Trump e la sua amministrazione per il sostegno al gasdotto North Stream; pesi piuma come la Bulgaria si dividono tra la fedeltà euroatlantica e la necessità di dover mediare con la dipendenza energetica da Mosca. E come detto la partita del gas ne attraversa molte altre…non solo figurate. Ironicamente, la gara inaugurale dei Mondiali di calcio russi del 2018 è stata proprio tra la nazionale di casa e l’Arabia Saudita, un derby “energetico” nettamente vinto per 5-1 dalla Russia mentre, sugli spalti, Putin e il rampollo di Riad Mohammad bin Salman parlavano di grand strategy nel comune settore d’interesse. E al tempo stesso si può cogliere un filo rosso tra la querelle russo-ucraina sulle forniture di gas e la decisione della Chiesa ortodossa di Kiev di dichiarare l’autocefalia da Mosca nell’ambito di una strategia politica di progressivo distacco dell’Ucraina dall’ex madrepatria.

Per la Russia la questione energetica è esistenziale. Bessi non manca di far notare la capacità di Putin di “possedere una visione geopolitica lungimirante, come anche un’efficace capacità di intervento sull’economia e sull’organizzazione dello Stato. Seguendo una politica economica pragmatica che ha nell’export energetico l’asset principale, ma con l’obiettivo dell’aumento progressivo del reddito del ceto medio”. Mantenere lo status quo, o amplificarlo con l’espansione a Oriente, serve a Mosca per tutelare il suo contratto sociale, alimentare la percezione di potenza, ottenere una rendita geopolitica non secondaria. Logico che gli Stati Uniti mirino a lanciare la sfida laddove per Mosca una sconfitta significherebbe incassare un colpo da KO. Meno logico, invece, vedere un’Europa intenta a procedere in ordine sparso mentre si decidono gli equilibri energetici di un mondo che la vede principale consumatrice di produzioni altrui.

Una nuova politica energetica per l’Italia

E se la Germania ha convintamente abbracciato, senza rinnegare la formale approvazione delle sanzioni economiche a Mosca, il raddoppio del gasdotto baltico, il Paese che più di ogni altro dovrebbe interrogarsi sulla sua futura politica energetica è l’Italia. Che riesce a diversificare in maniera sufficiente le fonti di approvvigionamento ma non riesce a portare avanti una politica energetica degna di questo nome e di una tradizione che risale all’Eni di Enrico Mattei. Bessi ha criticato aspramente il concluso governo gialloverde per la percepibile incapacità di rompere questa impasse e di capire le grandi dinamiche in cui il nostro Paese si trova a dover competere. L’Italia riceve gas sia dalla Russia che dagli instabili Paesi del pre-carrè nordafricano (Algeria, Libia), ma sino ad ora non ha saputo prendere una posizione di leadership che stazza economica e posizione geografica garantirebbero nel campo della creazione di un hub gasiero mediterraneo. Questo nonostante il contributo decisivo di Eni nella scoperta di maxigiacimenti come l’egiziano “Zohr”, che influiranno sugli equilibri politici e potrebbero contribuire a mettere i Paesi del bacino al riparo da un braccio di ferro russo-americano portato avanti nei prossimi anni. La mancanza di strategie di lungo termine, secondo Bessi, si è spinta fino all’autocastrazione nel caso della sospensione alle trivellazioni nell’Adriatico, surreale per un Paese affamato di gas.

Come l’analista ha dichiarato recentemente all’Osservatorio, “il decreto semplificazione che ha introdotto la moratoria ha provocato una situazione di netto calo della produzione interna, che in meno di un anno è scesa al minimo storico. Se lo dovessi riassumere in un Tweet, strumento di comunicazione favorito dei politici attuali,  scriverei: meno investimenti, meno posti di lavoro, più import, più costi di energia per tutti. E pensare che in Adriatico sono presenti giacimenti notevoli di gas naturale. Se è vero, come io credo, che sia giunto il momento di rivedere il paradigma dello sviluppo energetico italiano puntando sul mix di gas naturale e rinnovabili, dobbiamo sfruttare anche le risorse a ‘km zero”. Punto di partenza fondamentale per poi porre in essere una visione a lungo raggio in cui centrale deve essere la discussione sul mix energetico nazionale, in cui il gas può e deve giocare un ruolo cruciale: “Serve un progetto di sistema, io l’ho presentato e continuo a presentarlo con il libro “Gas naturale. L’energia di domani”, che si fondi sul mix energetico gas naturale e rinnovabili. […]Anche perché la ‘transizione energetica’, la ‘bioeconomia’ o ‘l’economia circolare’ senza un progetto industriale di sistema, senza capacità e conoscenza industriale e finanziaria è puramente un esercizio di stile, se non di propaganda”.

Un avvertimento più che mai valido anche ora che si è insediato il Governo Conte II formato dal Movimento Cinque Stelle e dal Partito Democratico, formazione dello stesso Bessi. Il nuovo esecutivo dovrà far fronte alle sfide della “guerra fredda del gas”, prendendo consapevolezza del mutato clima globale e della necessità di scelte prioritarie di politica estera ed energetica che ci consentano di evitare di finire schiacciati o costretti a scomode scelte di campo. Questo vuol dire che l’Italia deve avere come ambito prioritario d’azione geopolitica e geoeconomica quegli scenari in cui gli interessi nazionali energetici sono potenzialmente messi a rischio: Libia, Nord Africa, Mediterraneo in primo luogo. Continuare l’autocastrazione nell’Adriatico servirà a poco, così come è necessario invertire l’inerzia sui progetti di gasdotto in cui l’Italia può essere coinvolta. Perché il mondo del gas naturale tocca l’interesse nazionale in diverse sue componenti. E per capirlo basta sfogliare le pagine dei lavori di Bessi. Il timone ideale per navigare nelle acque agitate della competizione energetica internazionale, in cui l’Italia deve porre le basi per essere, nei limiti del possibile, soggetto e non semplice oggetto.

Bresciano classe 1994, si è formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano. Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ha conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019. Il suo principale interesse di studio è la geoeconomia, ovvero l’analisi degli effetti dell’interdipendenza tra le grandi questioni geopolitiche e le dinamiche industriali, commerciali e produttive del mondo contemporaneo, con un focus particolare sull’impatto della rivoluzione tecnologica, sulla sfida Usa-Cina e sul ruolo dell’Europa nel mondo contemporaneo. Attualmente lavora come Business Analyst presso la filiale milanese di Accenture.

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