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La proiezione mondiale delle organizzazioni criminali nell’era globale

La proiezione mondiale delle organizzazioni criminali nell’era globale

L’approccio metodologico usato da Marco Giaconi per leggere il modus operandi delle organizzazioni criminali in un saggio pubblicato da Franco Angeli dal titolo “Le organizzazioni criminali internazionali. Aspetti geostrategici ed economici“ consente di comprendere chiaramente come le organizzazioni criminali abbiano degli obiettivi molto chiari e ben definiti e fra questi il controllo del territorio attraverso il reclutamento dei capi e dei loro collaboratori, la capacità di utilizzare amplissimi risorse finanziarie superiori molto spesso a quella degli Stati attraverso una oculata diversificazione delle entrate, la capacità -analoga a quella degli Stati – di difendersi militarmente dalle strutture repressive poste in essere dagli Stati.

Dal punto di vista della struttura organizzativa, le organizzazioni criminali sono delle vere proprie reti di rete e questo consente loro una evidente flessibilità e adattabilità a contesti geopolitici diversi. Contrariamente ad una visione assai poco aderente alla realtà l’autore sottolinea chiaramente come lo scopo economico delle organizzazioni criminali sia finalizzato alla massimizzazione della rendita finanziaria e quindi inevitabile e necessaria diventa la strettissima collaborazione con il potere politico attraverso sia la cooptazione che la corruzione. A tale preposition Giaconi opportunamente fa riferimento ad alcuni leaders politici -come Collor De Mello in Brasile o Salinas De Gortari in Messico – che sono state vere e proprie creature delle organizzazioni criminali. Ebbene, alla luce di questa semplice osservazione, se ne deduce che la stretta collaborazione tra le organizzazioni criminali e la classe politica non solo non è occasionale né tantomeno inusuale ma è strutturale cioè intrinseca alla logica stessa di potere non solo delle organizzazioni criminali ma anche degli apparati cosiddetti legali delle istituzioni statali.

Ora non c’è dubbio che uno degli strumenti principali attraverso i quali le organizzazioni criminali si sono internazionalizzate assai prima della esistenza del mercato unico europeo è stato certamente il commercio della droga, commercio che per lungo tempo è stato monopolio di Cosa nostra. A tale proposito, con una battuta molto efficace, l’autore formula un provocatorio parallelismo sostenendo che Cosa Nostra sta alle altre organizzazioni illegali internazionali come Michelangelo sta ai Manieristi.

Ma ritorniamo allo stretto legame tra apparati statali legali e organizzazioni criminali. La nascita della mafia russa, secondo l’autore, si può far risalire al 1969 quando il capo del KGB Aliev sostituì il primo segretario del Pc azero Akhundov. È proprio questo aspetto che a nostro avviso deve essere opportunamente sottolineato nel volume dell’autore: in Russia si sono sempre stati infatti governi paralleli, a base sia familiare che clanica, che hanno continuato a esercitare il loro potere nelle repubbliche centrali asiatiche.

Per esempio la mafia uzbeka non solo riciclava i sussidi dello Stato centrale ma deviava una quota del prodotto cotoniero al mercato nero che controllava in modo monopolistico. Infatti il boss uzbeko Rashidov, dopo aver corrotto figure di primo piano del partito ,riusciva ad esercitare di fatto un diritto di vita e di morte all’interno della sua Repubblica, situazione questa analoga al Kazakistan governato per 25 anni da Kunaev. Nonostante la politica di repressione e di trasparenza inaugurata da Andropov e Gorbaciov, tra il 1986 e il 1989 proprio durante i primi anni liberalizzazione dell’economia sovietica l’economia parallele e il mercato nero delle organizzazioni criminali domineranno in modo incontrastato le repubbliche periferiche finendo per legalizzare i loro capitali. Tuttavia, da un punto di vista prettamente storico, tre sono i dati che riteniamo più interessanti in relazione all’URSS la cui rilevanza viene giustamente sottolineata dall’autore: in primo luogo come la straordinaria ricchezza che aveva il partito comunista sovietico fu utilizzata dalla malavita e investito all’estero; in secondo luogo il partito della Germania dell’est trasferì enormi quantità di denaro all’estero, trasferimento che determinò la definitiva caduta dell’economia sovietica .In terzo luogo ,osserva l’autore, il KGB fu attivo nelle transazioni dell’economia ombra sovietica fin dall’inizio non solo come partner ma anche come mediatore sia in relazione al mondo dell’impresa che al mondo finanziario.

L’autore si riferisce in modo particolare all’oro , al petrolio venduto a prezzi bassissimi sul mercato olandese in stretta concorrenza con quello arabo, alle pietre preziose e alle pelli siberiane prodotti questi che erano guarda caso controllati proprio dal KGB. Dopo il 1991 le organizzazioni criminali russe furono in grado di mettere le mani sulle casse di risparmio governative per un valore di circa 1 milione di dollari, capitali che furono trasferiti verso la Germania nel 1994. Un caso analogo può essere fatto per la vendita degli aiuti umanitari occidentali che arrivavano in Russia negli anni 90, vendita che veniva lavata tramite le banche che concedevano prestiti fantasmi. Ebbene i denari che venivano dati in prestito venivano trasferiti all’estero per un valore di circa 15 milioni di dollari nel biennio 91 -92. Ed è proprio il 1993 che, secondo l’autore, rappresento un anno di svolta dal momento che il crimine organizzato russo cercò di impadronirsi direttamente del potere politico. Con la crisi economica del 98 la federazione russa ha intrecciato in maniera saldissima i fondi esteri in entrata con i capitali legali in uscita come dimostra chiaramente la presidenza Eltsin che si è fondata sul piano economico sia sull’economia nera che su quella grigia. Uno dei settori maggiormente coinvolto in queste zone a confine tra il nero il grigio è stato il contrabbando del mercurio rosso e dell’uranio 235 arricchito al 98%, contrabbando promosso da funzionari del KGB e dalle organizzazioni criminali russe. Indipendentemente da questi dati specifici di estremo interesse sono le riflessioni complessive che l’autore compie sul modo di produzione criminale. L’economia illegale presenta delle caratteristiche talmente peculiari che la fanno certamente preferire all’economia legale sia perché crea una rete di connivenze e ricatti che permettono un controllo poco costoso del sistema di produzione mafioso, sia perché il modo di produzione criminale unifica il sistema politico e lo fa convergere attorno a ristrette oligarchie mafiose e, sia infine perché le oligarchie mafiose distribuiscono benefici ai loro alleati determinando quindi naturalmente contrasti con altre oligarchie mafiose. Ecco che allora le cosiddette guerre di mafia non sono casuali ma fanno parte in modo intrinseco del sistema di gestione del potere da parte delle organizzazioni criminali.

Proprio per questa ragione affermare che l’economia bianca non sia in grado di sopravvivere senza il supporto dell’economia grigia – come sottolinea l’autore a pagina 49 del suo saggio – non costituisce una tesi provocatoria ma una conclusione logica ed inevitabile di una analisi realistica del modus operandi delle organizzazioni criminali

Analizzando l’evoluzione dei servizi di sicurezza post-sovietici l’autore sottolinea come la logica posta in essere dal KGB è stata assolutamente speculare a quella delle organizzazioni criminali: infatti ha cercato di controllare le attività economiche attraverso il classico racket che chiede tangenti o tenta di estorcere diritti non dovuti e ,in un secondo momento ,si propone altruisticamente di aiutare l’azienda in difficoltà fino a quando questa cessa di avere una vita autonoma.

Non deve destare allora alcuna sorpresa né il fatto che nel 1992 fu negato al procuratore di Stato russo il permesso di acquisire i dossier che riguardavano l’S.V.R relativi al lavaggio del denaro sporco e alle diverse frodi finanziarie commesse da dirigenti di partito e da funzionari del vecchio KGB né il fatto che dopo che il capo della sicurezza interna Ivanenko ebbe modo di informare il presidente Eltsin che molti dei suoi collaboratori erano strettamente legati all’attività criminali questi fu immediatamente licenziato. Queste osservazioni dell’autore, basate su fonti autorevoli e attendibili di carattere internazionale, dimostrano la profonda continuità che lega la presidenza Eltsin a quella di Putin per quanto riguarda l’intreccio inestricabile tra potere politico, servizi di sicurezza e organizzazioni criminali. Alla luce di queste riflessioni opportunamente l’autore trae alcune conclusioni fra le quali ad esempio il fatto che la criminalità organizzata russa ha consolidato il suo potere politico usando i fondi legali del KGB e del partito comunista sovietico, usando la rete del KGB all’estero per acquisire clientela di un certo tipo in grado di finanziare o acquistare materie prime o di particolare rilevanza strategica ma soprattutto si è servita dell’apparato di Stato per riciclare questi fondi e ricollocarli in un secondo momento all’estero.

Ora, affinché questo enorme apparato possa efficacemente funzionare è evidente che le banche o meglio il sistema bancario deve svolgere un ruolo cruciale nel collegare i capitali sporchi con i crediti regolari.

Affinché queste operazioni possano essere poste in essere è evidente che risulta necessario corrompere i funzionari di banca e quindi diventa necessario che le organizzazioni criminali studino con estrema attenzione le banche che sono oggetto del loro interesse e proprio per questo la stretta collaborazione con i servizi di sicurezza diventa indispensabile.Quanto a quei funzionari che non si fanno corrompere o vengono rapiti o addirittura vengono uccisi.

Un altro aspetto che Giaconi mette opportunamente in evidenza è quello relativo ai rapporti tra le organizzazioni criminali russe e i cartelli della droga colombiani ed in particolare il cartello di Medellín che offrono droga e denaro già in parte lavato alle organizzazioni criminali e russi in cambio dell’accesso e al controllo della produzione e dei prezzi delle droghe in medio ed estremo oriente. Infatti la possibilità che i cartelli colombiani hanno di espandersi sui nuovi mercati come quello russo è di estrema rilevanza per i loro profitti. La collaborazione è diventata a tal punto sinergica che diverse organizzazioni criminali russe hanno aperto delle vere proprie banche offshore in varie isole caraibiche proprio allo scopo di agevolare il lavaggio del denaro sporco. Accanto alla droga naturalmente i rapporti tra organizzazioni russe e cartelli colombiani si consolidano anche grazie al commercio di armi. Partendo dai dati forniti dall’autore, dati che risalgono a circa vent’anni fa, le strutture criminali internazionali sono in grado di produrre redditi secondo calcoli ottimistici nell’ordine di 100 miliardi di dollari l’anno ed è quindi evidente che un profitto di tale genere sia fondamentale per la liquidità dei paesi del primo mondo. Grazie a profitti di tale rilevanza non sorprende-sottolinea l’autore-come le organizzazioni criminali a livello globale siano divenute i principali creditori dello Stato esercita di quindi un’influenza economica di grande rilievo sulla struttura di mercato interno e, in modo particolare, sui mercati dei prodotti finanziari derivati e sul mercato delle materie prime. Un esempio illuminante ci viene offerto dall’autore facendo riferimento alla condanna del 1994 emessa nei confronti della American express accusata di aver riciclato denaro sporco per un valore di 25 milioni di dollari.

Parlare allora di globalizzazione delle organizzazioni criminali alla luce di quanto detto fino a questo momento appare del tutto ovvio. Sia sufficiente pensare, fra i numerosi esempi riportati dall’autore, ai rapporti tra il cartello di Calì con Cosa nostra tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90, rapporto questo che si è basato sia sulla possibilità da parte del cartello di Calì di penetrare il mercato europeo gestito da strutture legata a Cosa nostra siciliana sia di lavare i capitali per conto del cartello colombiano grazie ad alcune banche locali italiane e di reti di intermediazione finanziaria porta a porta. Inoltre tramite il cartello colombiano, che riforniva la mafia russa, cosa nostra ha poi cominciato a lavare-a partire dal 1995-anche il capitale di alcune organizzazioni criminali sovietiche. Di estremo interesse, a tale proposito, è l’incontro che si tenne a Praga nel 1992 proprio tra alcuni rappresentanti della mafia russa e italiana per definire con esattezza la divisione geografica dei mercati europei che era messa a rischio dalle triadi cinesi.

Un altro strumento non trascurabile di reddito per la organizzazione criminale, accanto alla droga e alle armi, è certamente l’immigrazione clandestina utilizzata sia come strumento di fornitura di manodopera sia come meccanismo di pressione sugli Stati ma anche come strumento per trasportare bene illegali. Ebbene queste riflessioni di Giaconi si rivelano oggi assolutamente profetiche e attuali più che mai. Ad esempio i trafficanti di droga messicani lavano il denaro sporco semplicemente trasportandolo, sostiene l’autore, tramite gli emigranti illegali oltre confine. Proprio tra aprile e ottobre del 1995, le autorità messicane hanno sequestrato 20 milioni di dollari che nel 2000 avevano raggiunto la cifra ragguardevole di 32 milioni di dollari. Naturalmente gran parte di queste operazioni relative al riciclaggio di denaro sporco vengono poste in essere anche grazie alla esistenza di vere proprie zone franche o piazze finanziarie come Singapore, Honk Kong o come la Thailandia e la Nigeria.

A tale riguardo Giaconi sottolinea come il territorio del Sudafrica è diventato oramai un mercato di vendita molto importante per le organizzazioni criminali colombiane e brasiliane all’interno del quale hanno incominciato a commerciare cocaina e le nuove droghe sintetiche. A distanza di vent’anni dalla pubblicazione del saggio di Giaconi possiamo dire che questa riflessione relativa alla mafia nigeriana si è rivelata profondamente realistica considerando la cresciuta importanza che la mafia nigeriana ha acquisto nel contesto delle organizzazioni criminali.

Ritornando al ruolo del denaro sporco, questo produce un giro di affari annuale stimato tra il 300 – 500 miliardi di dollari che nel 2000 ha raggiunto i 620 miliardi di dollari. È evidente che l’introduzione di tecnologie informatiche per attuare le transazioni finanziarie sempre più sofisticate ha certamente agevolato e velocizzato il riciclaggio di denaro sporco come per esempio i futures che, grazie alle loro peculiarità finanziarie g arantiscono in modo efficiente il riciclaggio di denaro sporco almeno tanto quanto l’utilizzo di società finanziarie e immobiliari.

È abbastanza evidente che la finanza illegale sia meccanismo, sottolinea l’autore, di destabilizzazione dell’economia legale perché non fa altro che determinare un progressivo numero di inefficienza strutturali. Insomma, in modo molto lucido, l’autore sottolinea come la geofinanza criminale sia anche una strategia indiretta di attacco contro tutte le attività della economia legale.

Nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, centro studi iscritto all'Anagrafe della Ricerca dal 2015. La finalità del centro è quella di studiare, in una ottica realistica, le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali ponendo l'enfasi sulla dimensione della intelligence e della geopolitica alla luce delle riflessioni di Christian Harbulot fondatore e direttore della Scuola di guerra economica(Ege) di Parigi

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