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L’ingresso di Cdp in Autostrade: prove tecniche di Stato-stratega?

L’ingresso di Cdp in Autostrade: prove tecniche di Stato-stratega?

Autostrade per l’Italia vedrà diluita la presenza al suo interno di Atlantia, la holding della famiglia Benetton che è da tempo titolare della concessione per la gestione del servizio pubblico della rete infrastrutturale estesa su tutto il territorio nazionale.

Centrale sarà l’intervento di Cassa Depositi e Prestiti, che entrerà in una società scorporata dalla holding dei Benetton per acquisire la maggioranza delle quote (51%) e riportare sotto il controllo statale indiretto il gruppo, che si costituirà come public company con una forte componente fluttuante sul mercato dei capitali dopo la quotazione.

L’accordo tra il governo Conte e Atlantia ha prodotto numerose conseguenze che è opportuno valutare. La prima, immediata, è stata una volatilità al rialzo del titolo della holding, che dopo aver subito durissimi scossoni negli ultimi giorni ha strappato in apertura guadagnano oltre il 20% e riassorbendo le perdite delle scorse sedute. Le altre sono di più lungo periodo e da tenere attentamente monitorate.

In primo luogo, l’azione del governo su Atlantia smuove una prima tessera nel domino del capitalismo italiano post-pandemia. La scelta di depotenziare il ruolo dei Benetton nella principale concessionaria di servizi infrastrutturali del Paese non è esclusivamente legata all’onda lunga del caso del Ponte Morandi, pur di fondamentale importanza. Le condizioni politiche per il ritorno in campo di uno “Stato-stratega” capace di muovere a tutela di servizi essenziali e imporre svolte sui costi dei servizi per i cittadini (fondamentale l’annuncio di una riduzione dei pedaggi) sono state create dalla domanda di protezione manifestata da diversi settori economici e sociali nell’era del coronavirus. Non a caso a essere chiamata in campo è Cassa Depositi e Prestiti, che tra patrimoni destianti, interventi a fondo perduto e prestiti ha da tempo avviato un’azione incisiva a sostegno di Pmi, occupazione e produzione; l’Italia in questo senso segue Paesi come Germania, Francia e Regno Unito in cui il processo di rilancio della tutela di asset strategici e “campioni nazionali” e, soprattuto, della crescita della presenza pubblica nei piani di rilancio di settori come le infrastrutture, cardine della politica industriale, si è fatto estremamente marcato.

In secondo luogo, la mossa del governo crea una complessa rete di sviluppi nel panorama industriale, finanziario e politico-economico, aprendo un vero e proprio risiko sul futuro assetto societario del gruppo Autostrade. In particolare, al centro dell’attenzione vi è il valore del capitale di Autostrade, su cui bisognerà calcolare l’impegno finanziario richiesto a Cdp. Sul lato della capitalizzazione, scrive Repubblica che il peso di Autostrade di certo non è più paragonabile ai “14,8 miliardi della valorizzazione assicurata da Allianz, Edf e Dif da una parte e Silk Road dall’altra quando rilevarono il 12% del capitale dai Benetton. Gli investitori riuniti in Appia (Allianz, Edf e Dif) hanno già operato alcune svalutazioni per scendere a 11,5 miliardi di valutazione”, mentre martedì sera il valore del capitale effettivo non era superiore ai 5 miliardi di euro. Una valutazione tanto minimale ridurrebbe il peso dell’esborso di Cdp a 3 miliardi di euro ma renderebbe più complessa la spartizione delle quote di Atlantia (che potrebbero essere ridistribuite proporzionalmente tra i singoli investitori impegnati nel gruppo).

Tra Autostrada e Atlantia, e veniamo al terzo punto, si giocano poi alleanze industriali e finanziarie incrociate su scala internazionale. La holding ha al suo interno quote consistenti detenute da fondi (il singaporense Gic detiene l’8,29%) e banche d’affari (Lazard e Hsbc sono attorno al 5%); Aspi, invece, ha una partecipazione al 6,94% del citato consorzio Appia (che unisce la tedesca Allianz e la francese Edf al fondo Dif) e un importante 5% del Silk Road Fund cinese. Le istanze strategiche di questi attori vanno tenute debitamente d’occhio, dato che si prefigura, con l’ingresso di Cdp nel capitale, una triangolazione europea (Italia-Francia-Germania) con presenza consistente cinese. Il che crea implicazioni sul lato degli investimenti futuri, delle alleanze internazionali, della programmazione sul fronte della connettività, specie in un Paese come l’Italia che è firmatario dei memorandum per la “Nuova via della seta” ma ora si trova a metà del guado dopo aver seguito i rivali della Cina (Usa e Regno Unito) nel bando alla tecnologia cinese da un’altra categoria di infrastrutture non meno vitale, quella del 5G. Paesi come Usa Regno Unito, in Atlantia, sono presenti attraverso il mercato dei piccoli risparmiatori, dato che circa i due quinti del capitale fluttuante del gruppo (45% del totale) è acquistato da investitori dei due Paesi anglosassoni: da questa non indifferente valutazione potrebbe partire un riposizionamento sulle quote delle nuove Autostrade.

Come visto, la partita sulle Autostrade non è stata affatto chiusa dall’accordo, ancora in via di perfezionamento. Ora l’Italia dovrà sapere come valorizzare l’intervento di Cdp e come rilanciare strategicamente investimenti, sviluppo e lavoro attraverso un gestore di servizi importanti come quello del trasporto autostradale. Il rafforzamento della connettività interna al Paese sarà una battaglia decisiva di politica economica ed industriale e potrà creare dividendi a lungo termine solo se al nuovo assetto di Aspi faranno seguito politiche equilibrate sia nei confronti della gestione della rete che sul fronte del rapporto con i soci internazionali. L’Italia non deve diventare terra di conquista di nessuno e va tenuto debitamente d’occhio qualsiasi possibile accumulazione di capitali stranieri nel nuovo gruppo di Aspi. La ricostruzione del Ponte Morandi insegna che le aziende e i gruppi, sia a controllo pubblico che a gestione privata, su cui fare affidamento e tra cui promuovere sinergie, come fatto da Salini, Italferr e Fincantieri, non mancano: solo inserendo le strategie di Autostrade in un quadro coerente con le esigenze del Paese e in una programmazione di lungo termine di cui Cdp è capace l’operazione potrà definirsi, sul lungo periodo, vincente.

(Originariamente pubblicato su “Inside Over”)

Bresciano classe 1994, si è formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano. Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ha conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019. Il suo principale interesse di studio è la geoeconomia, ovvero l’analisi degli effetti dell’interdipendenza tra le grandi questioni geopolitiche e le dinamiche industriali, commerciali e produttive del mondo contemporaneo, con un focus particolare sull’impatto della rivoluzione tecnologica, sulla sfida Usa-Cina e sul ruolo dell’Europa nel mondo contemporaneo.

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