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Alcide De Gasperi e le origini dell’atlantismo italiano

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Alcide De Gasperi e le origini dell’atlantismo italiano

Il nuovo Presidente del Consiglio, Mario Draghi, nel suo discorso programmatico di governo del 17 febbraio scorso, ha riaffermato la collocazione occidentale e atlantica dell’Italia. Le parole chiave del suo discorso sono state: Unione Europea, Alleanza Atlantica, Nazioni Unite e ovviamente Euro[1]. Il riferimento al secondo dopoguerra non è affatto casuale.

La fine del secondo conflitto mondiale, ha marcato la fine del nazismo e del fascismo e l’inizio di un periodo storico da alcuni definito “La Guerra Fredda[2]. Nel secondo dopoguerra, il mondo si è trovato diviso in due blocchi (con l’eccezione dei non allineati): quello a guida americana e quello a guida sovietica. Una contrapposizione ideologica, politica, economica e anche militare.

Vale la pena citare brevemente le conferenze internazionali tenutesi durante il periodo bellico in modo da meglio comprendere il collocamento dell’Italia al blocco Occidentale. Durante la quarta conferenza di Mosca del 1944, Churchill e Stalin stabilirono, scrivendo su un foglio di carta, le percentuali di influenza che Gran Bretagna e Urss avrebbero avuto sui Paesi dell’Europa centrale e balcanica. Roosevelt invece, pur con l’intenzione di mantenere uno spirito di collaborazione con Stalin, non aveva tuttavia intenzione di sentir parlare di percentuali e spartizioni nei territori occupati. Il Presidente americano perseguiva ancora una visione democratica e libertaria delle relazioni internazionali.

Con le successive conferenze, Jalta (4-11 febbraio 1945), e Potsdam (luglio-agosto 1945) le nazioni dell’Europa occidentale si trovarono assoggettate all’influenza e occupazione militare americana, mentre i Paesi dell’Europa dell’est all’influenza e occupazione sovietica. La quarta conferenza di Mosca del 1944, fu il presupposto delle conferenze successive, ma il bipolarismo che ne seguì fu tuttavia una conseguenza della guerra e non nacque con l’accordo di Jalta. Dal canto suo, Stalin riconobbe l’Italia sotto l’influenza delle potenze democratiche per diritto di conquista e ovviamente, i territori occupati dall’armata rossa durante la guerra, si ritrovavano sotto l’influenza sovietica.

In questo contesto emerge la figura di Alcide De Gasperi, statista che riuscì a guidare l’Italia durante la ricostruzione, inserendola nel contesto delle potenze occidentali.

Anzitutto, bisogna tenere in considerazione l’opinione della potenza dominante del blocco occidentale, ovvero gli Stati Uniti, nei confronti di De Gasperi e della penisola italiana. Terminata la guerra, l’Italia, nonostante gli sforzi, non venne mai considerata al pari di un alleato e nemmeno come cobelligerante, anzi venne trattata piuttosto come Paese sconfitto. Nonostante i numerosi tentativi diplomatici di separare la responsabilità morale del popolo italiano da quella del regime fascista, le speranze e presunzioni italiane di riaffermarsi come potenza, e di limitare per quanto possibile danni e riparazioni, si spensero con la firma del trattato di pace del 1947[3]. A poco valsero gli sforzi di De Gasperi, che instancabilmente tentò di persuadere gli Alleati che un trattato di questo tipo avrebbe reso impossibile la ripresa economica italiana. Inoltre, lo statista trentino, voleva dare prova di fedeltà ai valori democratici, ne è la prova la sua ferrea decisione di tenere le elezioni amministrative, prima di quelle politiche (oltre che essere un banco di prova per la Democrazia Cristiana). Va ricordato che le uniche elezioni possibili all’epoca (1946) erano proprio le amministrative. Bisognava dimostrare che l’Italia poteva essere considerato come un partner affidabile sul piano internazionale, la prima prova consisteva nel compiere le prime elezioni democratiche e darsi una nuova forma istituzionale.

Le successive elezioni politiche del 1948 videro la vittoria della Democrazia Cristiana, con il 39% dei voti, che produssero 306 seggi alla Camera, subito seguita dai comunisti, che ne ottennero 177. Dopo il ritiro dalla vita politica del Presidente De Nicola, l’incarico di Presidente della Repubblica venne affidato a Einaudi. Su invito di questi, De Gasperi venne chiamato a formare il suo quinto governo e rimarrà Presidente del Consiglio sino al 1953. La Casa Bianca avrebbe preferito un vecchio politico prefascista come Vittorio Emanuele Orlando, o uno nuovo legato alla rete della massoneria, come il conte Sforza.

Per gli americani, De Gasperi aveva un difetto, era cattolico, quindi temevano che potesse servire due padroni. Tuttavia, gli statunitensi ebbero la possibilità di conoscere un leader serio, moderato e preparato. Inoltre, Washington aveva ben presente l’importanza della posizione geografica e strategica della penisola.

Dal canto suo, De Gasperi, aveva un pregiudizio positivo nei confronti degli Stati Uniti. Aveva letto l’opera di Tocqueville, “La Democrazia in America”, ma soprattutto era convinto che il modello di democrazia americana fosse adatto per l’Italia per diverse ragioni: non era una democrazia ateistica, quindi ostile alle religioni, ancor meno alla religione cristiana. Inoltre, il pregiudizio positivo gli derivava anche da Sturzo, che essendo in America da tempo, parlava bene della democrazia americana. Infine, gli Stati Uniti, erano i vincitori più importanti della guerra ed i più “liberi” di diventare amici della nuova Italia.

Tuttavia, un altro Paese era presente nell’immaginario di De Gasperi, come modello di federazione e democrazia: la Svizzera. Per De Gasperi, quella elvetica costituiva una «Culla delle libertà e terreno di prova della democrazia»[4]. Quindi rappresentava un modello, essendosi costruita attraverso passi graduali ma concreti, prima di divenire una confederazione.

L’obiettivo principale del governo italiano dell’immediato dopoguerra, era quello di raggiungere pace e sicurezza, all’interno di un sistema di potenze affini per cultura, storia e tradizioni democratiche, in modo da riguadagnare uno status internazionalmente riconosciuto. Inoltre, De Gasperi doveva affrontare alcune emergenze interne come l’alto tasso di disoccupazione, la necessità di rifornirsi di ogni tipologia di beni di prima necessità e infine occuparsi della ricostruzione del Paese.

Durante tutto il 1949, il famoso caso Italia, ovvero, le posizioni assunte dalle potenze europee e dagli Stati Uniti in merito all’adesione dell’Italia nel nascente sistema europeo e più in generale in quello occidentale, era uno dei punti maggiormente discussi nelle riunioni tra i leader e le diplomazie occidentali. Gli Stati Uniti conclusero dichiarandosi favorevoli all’ingresso dell’Italia nel Patto Atlantico. Favorevoli all’ingresso dell’Italia erano anche Francia e i Paesi Bassi (quest’ultimi in accordo con i francesi in cambio dell’appoggio di Parigi sulla questione dell’Indonesia). La Gran Bretagna, invece, rimaneva diffidente riguardo ad un possibile ingresso di Roma nel Patto Atlantico. La posizione di Londra, trovava spiegazione, oltre che nella volontà di punire chi aveva causato la guerra, anche nel risultato di altre questioni discusse in precedenza in sede delle Nazioni Unite, ovvero la questione della Trusteeship di Roma sulla Somalia e quella di Londra sulla Cirenaica.

Entrare a far parte della comunità Occidentale, significava abbracciare i principi della Carta Atlantica[5]. Questo testo, firmato nel 1941 al largo dell’isola di Terranova da Roosevelt e Churchill, rappresentava una dichiarazione comune di principi, e gettava le basi per una comunità che condivideva aspetti culturali, oltre che principi politici ed economici comuni. Una sorta di riproposizione dei principi democratici e libertari wilsoniani in cui Roosevelt e Churchill riconoscevano la necessità di arrivare ad una pace senza acquisizioni territoriali insieme al rispetto dell’autodeterminazione dei popoli. Questo porterà, alla fine della guerra ed alla nascita dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.

La scelta atlantica e l’impegno nella costruzione dell’Europa nascono certamente da un’affinità di intenti e sentimenti, ma principalmente «[…] da una chiara visione della realtà, la Comunità europea significa pace assicurata tra Francia e Germania e una modesta, ma permanente funzione dell’Italia nel concerto europeo»[6]. Tuttavia, occorre ricordare che, nonostante l’Italia stesse riacquisendo piena sovranità, le relazioni internazionali italiane erano fortemente condizionate dal volere di Washington. L’adesione alla NATO, significava inoltre, assicurarsi un’importante egida nei confronti dei Paesi confinanti, come la Jugoslavia che nell’aprile del 1945 aveva occupato Trieste con l’obiettivo di annettere anche i territori circostanti, trasformando la questione triestina in un problema tra potenze capitaliste e comuniste.

Contrari all’adesione al Patto Atlantico, oltre che i comunisti, vi erano anche esponenti della DC. Al suo interno esistevano correnti che propugnavano la neutralità dell’Italia. Uno dei suoi maggiori sostenitori era Dossetti. Questi sosteneva che il Patto Atlantico avrebbe vincolato l’Italia al volere di Washington, ma soprattutto la Nato avrebbe contribuito, grazie anche al concorso di Roma, a creare una situazione internazionale unipolare con una sola grande potenza: gli Stati Uniti. Si potrebbe avanzare un’interpretazione, secondo la quale l’europeismo di De Gasperi rappresentò un impegno morale che questi prese con la minoranza interna della Democrazia Cristiana, che lo accusava di svendere il Paese ad un rapporto di subordinazione agli Stati Uniti.

Contemporaneamente ai negoziati per l’ingresso di Roma nell’Alleanza Atlantica, continuava il cammino dell’Italia nel processo di integrazione europea. Nel gennaio 1949, il ministro belga, Hector McNeil, inoltrava all’Italia un invito informale di partecipare ai lavori preparatori dello statuto del Consiglio d’Europa. Per l’Italia si realizzava finalmente l’obiettivo del governo di aderire a una qualche forma di organizzazione europea. L’avvio di una vera e propria politica di integrazione europea da parte italiana si ebbe con l’appoggio alla Dichiarazione Schuman. In questa fase, la diplomazia italiana, sotto l’occhio attento di De Gasperi e del Ministro degli Esteri Sforza, si adoperò per evitare qualunque discriminazione nei confronti della Germania.

Inoltre, De Gasperi si batté affinché si inserisse nelle CECA un’Assemblea comune parlamentare, quale elemento per ribadire la volontà democratica dei popoli dell’Europa occidentale. Inserirsi nel sistema atlantico, quindi in stretto legame con gli USA e allo stesso tempo essere nel sottosistema europeo, voleva dire avvicinarsi alle grandi democrazie occidentali, rafforzando in tal modo le convinzioni democratiche e favorendo il progresso e lo sviluppo economico e sociale.

De Gasperi era inoltre preoccupato della tenuta della democrazia in Italia. Essendo una democrazia recente, era anche molto fragile e debole. Infatti, con le elezioni del 1953 i partiti antisistema raggiunsero quasi il 50%. Dal suo punto di vista, la democrazia in Italia si poteva rafforzare perseguendo certamente gli interessi del Paese, ma inserendoli in un contesto atlantico ed europeo. Non vi era quindi contraddizione nell’essere contemporaneamente un patriota italiano, quindi difendere gli interessi nazionali dell’Italia, un atlantista ed un federalista europeo.

De Gasperi era convinto che una posizione stabile e chiara nel contesto internazionale, in particolare nell’Occidente e in Europa, fosse una condizione essenziale per una stabile posizione economica e politica interna[7]. Alla base del pensiero di De Gasperi vi erano il federalismo, in quanto capace di mobilitare le forze spontanee dei comuni e delle regioni a favore dello Stato; la democrazia, unica capace di favorire il raggiungimento della libertà e della dignità umana; lo stato di diritto come fondamento per risolvere i conflitti di potere per mezzo della legge; infine, il rifiuto di ogni ideologia totalitaria.

De Gasperi ebbe l’accortezza di avere ben presente la posizione dell’Italia nello scacchiere internazionale. L’Italia era un Paese sconfitto e sottoposto all’influenza del blocco occidentale capitalista. Inoltre, era un Paese che necessitava di rifornirsi di risorse, di ogni tipo di materie di prima necessità e di combattere l’altissimo tasso di disoccupazione. Il processo di integrazione europeo, rappresentò per De Gasperi un’occasione per ricollocare l’Italia all’interno della famiglia delle grandi democrazie. Per Roma significava la possibilità di poter contribuire concretamente alla creazione di una comunità europea intesa come comunità di destino, nella quale i Paesi uniti in una federazione, avrebbero potuto soddisfare le necessità interne e contribuito alla pace e stabilità internazionali.

De Gasperi, ebbe l’opportunità di rappresentare degnamente l’Italia in diverse occasioni. Sicuramente in tutte le fasi del processo di integrazione europea fino alla sua morte nell’agosto del 1954. La prima fu il 10 agosto del 1946 a Parigi, nella quale De Gasperi rappresentò l’Italia con grande dignità[8]. Appena tre anni dopo, con l’ingresso di Roma nella NATO, toccò al ministro degli esteri Sforza rappresentare l’Italia come un’alleata di una coalizione bellica delle maggiori potenze militari dell’epoca.

Bibliografia

CATTI-DE GASPERI M.R., La nostra patria Europa, Mondadori, Milano, 1969.

GIORGI L., Giuseppe Dossetti e la politica estera italiana 1945-1956, Global Print Srl, Gorgonzola (MI), 2005.

MATULLI G., Alcide de Gasperi. Quando la politica credeva nell’Europa e nella democrazia, Edizioni Clichy, Firenze, 2018.

PALAZZO D., La politica estera di De Gasperi, Prospettiva Editrice, Roma, 2006.

PASTORELLI P., Il ritorno dell’Italia nell’Occidente, LED, Milano, ristampa 2011.

ROMANO S., Guida alla Politica Estera Italiana. Da Badoglio ai giorni nostri, Bur Rizzoli, Seggiano di Pioltello (MI), 2016.

SCOPPOLA P., La Proposta Politica di De Gasperi, Il Mulino, Bologna, 1977.

TOGNON G., Su De Gasperi. Dieci lezioni di storia e di politica. Fondazione Bruno Kessler Press, Pergine Valsugana, (TN), 2016.

TUPINI G., De Gasperi. Una testimonianza, Litosei, Bologna, 1992.

VARSORI A., La Politica Estera Italiana nel Secondo Dopoguerra, LED, Milano, 2013.

WEIDENFELD W., KOHLER A., DETTKE D., Impegno per l’Europa: Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi, Robert Schuman: Saggi Biografici, Fondazione Konrad Adenauer, Roma, 1981.


[1] Le comunicazioni del Presidente Draghi al Senato della Repubblica in: https://www.youtube.com/watch?v=zFm54EwGlMo&ab_channel=PalazzoChigi

[2] G. Orwell, You and the Atom Bomb in: https://www.orwellfoundation.com/the-orwell-foundation/orwell/essays-and-other-works/you-and-the-atom-bomb/

[3] Documenti Diplomatici Italiani. Serie Decima, vol. IV, 678.

[4] Giuseppe Tognon, Su De Gasperi, cit., p. 67.

[5] Testo della Carta Atlantica in: https://www.lasecondaguerramondiale.com/la-carta-atlantica       

[6] G. Matulli, Alcide de Gasperi. Quando la politica credeva nell’Europa e nella democrazia, p. 327.

[7] G. Tupini, De Gasperi. Una testimonianza, Litosei, Bologna, 1992, p. 95.

[8] La conferenza della Pace in: https://www.youtube.com/watch?v=pBaPZT_QX9E&ab_channel=IstitutoLuceCinecitt%C3%A0

Gino Fontana, classe 1993, nato tra le montagne dell'Appennino reggiano e cresciuto a Carpineti, in uno dei più importanti territori matildici. Laureato magistrale ai tempi del coronavirus in Relazioni Internazionali ed Europee presso l'Università di Parma e nel 2015 ho conseguito la laurea triennale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna, sede di Forlì. Innamorato dei viaggi, appassionato di storia contemporanea, sociologia e politica estera. Ho svolto alcune attività di volontariato in Etiopia con un'associazione umanitaria ed ho avuto la possibilità di approfondire i fenomeni migratori grazie al mio lavoro come operatore presso un centro di accoglienza straordinaria. Infine, mi occupo di un progetto di gemellaggio per il mio comune ricoprendo il ruolo di coordinatore.

Comments

  • Enrico Bonatti
    18 Marzo 2021

    Sintesi chiara ed equilibrata di un periodo storico di estrema importanza per il nostro Paese e del ruolo primario di un leader moderato e saggio come De Gasperi.

  • Roberto Lugli
    19 Marzo 2021

    Analisi storico-politica interessantissima scritta in modo chiaro e di facile comprensione. Un bel contributo alla lettura di un periodo storico di straordinaria importanza per il nostro Paese goveranto da uno statista di formidabile caratura e lungimiranza.
    Complimenti all’autore.
    Roberto Lugli

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