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Italia, una potenza energetica senza bussola

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Italia, una potenza energetica senza bussola

Pubblichiamo oggi la seconda parte della nostra conversazione con Gianni Bessi sul tema delle nuove dinamiche della politica energetica internazionale, qui focalizzato sul caso dell’Italia. Roma rischia di perdere il treno per sviluppare una politica energetica, fondata soprattutto sul gas naturale, coerente e strategica?

Qui la prima parte dell’intervista.

Consigliere Bessi, dalla nostra precedente conversazione è emersa la conferma di un dato di fatto importante: anche dopo la pandemia il mondo energetico è inquieto. E l’Italia sceglie di non scegliere. Lei non si stanca mai di ripetere che la politica nazionale sottovaluta sempre il potenziale italiano della produzione energetica. E abbiamo di fronte l’atteggiamento schizofrenico verso l’Eni, che viene difesa e incensata quando si muove all’estero e vincolata quando opera sul territorio nazionale.

Esatto. L’ENI, che è per il 30% di proprietà dello Stato, realizza in Italia il 7% della sua produzione. Non è poco e per capirlo invito a considerare l’impatto della produzione italiana sul bilancio totale del cane a sei zampe. Eppure si potrebbe fare di più, specie nell’estrazione del gas naturale a km zero, incrementando un’attività che va avanti da oltre 50 anni. Non è un controsenso? O meglio un atteggiamento ipocrita? Voglio dire che la politica energetica è una cosa seria e basta un solo dato per comprenderlo: l’energia incide in maniera drammatica sul bilancio commerciale italiano e solo nel 2019 ci è costata 40 miliardi di euro. Nonostante questo l’ipotesi di estrarre il “nostro gas” a km 0 viene combattuta da molti miei colleghi politici. E intanto le importazioni continuano ad aumentare. 

Come se ne esce?

Cominciando a porci la domanda che ho messo al centro dei miei libri: perché non si decide una programmazione riguardo alla produzione di gas naturale in Italia nei giacimenti nazionali per i quali cui Eni possiede già le concessioni? Sono gli stessi giacimenti per i quali l’azienda due anni fa presentò un piano di investimenti consistente, che avrebbe prodotto ricchezza per i territori coinvolti, e lo fece pianificando l’utilizzo di strutture già presenti. Il piano porterebbe ad un aumento della produzione nell’Adriatico da meno di 40mila barili equivalenti al giorno a oltre 100mila. E si potrebbe arrivare a molto di più se solo si cominciasse a estrarre il gas naturale italiano dell’Alto Adriatico. Che si lodino le attività di Eni all’estero, ostacolandole però in Italia, è un ulteriore e grande esempio di ipocrisia.

E si badi bene che quando parliamo di attività “italiana” di Eni non ci limitiamo all’attività estrattiva perché va considerato anche il contributo delle componenti tecnologiche made in Italy del settore dell’Oil&gas. Recentemente al porto di Ravenna ho assistito alla spedizione di una piattaforma Tolmount destinata al Regno Unito. Un manufatto da 5.500 tonnellate progettato e realizzato interamente dalla Rosetti Marino spa, una commessa dal valore di 125 milioni di euro che ha richiesto oltre un milione di ore lavoro e il lavoro di migliaia di tecnici specializzati. È un esempio chiaro di come l’oil&gas produca ricchezza nei territori al massimo livello.

Eni viene frenata all’interno, ma il governo italiano intanto dà il semaforo verde al Tap e strizza l’occhio al progetto EastMed…

Questa, se non bastasse, è un’altra grande ipocrisia: si decide di puntare sul gas naturale per il mix energetico ma usando solo quello di importazione. E poi dall’Eastmed? Sono d’accordo che vada presidiato l’EastMed Gas Forum e grazie alla diplomazia del gas si debbano stemperare le tante tensioni tra Paesicome Egitto, Israele, Giordania Palestina e Cipro, ma intanto l’assenza al tavolo della Turchia ha generato quella situazione di criticità che ho descritto nella precedete intervista. Rifaccio la domanda: perché un no così perentorio al gas nazionale? È una fonte a km zero e ci consentirebbe di abbassare drasticamente le emissioni, oltre a generare risparmio per il Paese e creare migliaia di posti di lavoro di qualità al riparo da tensioni. In Italia abbiamo riserve consistenti ed è il momento di fare una scelta: o si sceglie di non sfruttarle, prendendosi però anche le responsabilità (le conseguenze per il bilancio dell’Eni e per i lavoratori), oppure si stila un programma di sviluppo di 10-15 anni. Guardiamo all’esempio norvegese. Hanno aumentato gli investimenti proprio adesso.

Intendiamoci: la nostra produzione interna non eliminerebbe definitivamente la dipendenza italiana dalle importazioni. Ma se l’Italia, quinto consumatore di gas naturale al mondo, continuasse a dipendere esclusivamente dalle forniture dalla Russia, dalla Libia e dall’Algeria rischierebbe di trovarsi di fronte, presto o tardi, a shock relativi all’approvvigionamento energetico.

Che sfide prospetta a Eni il futuro?

Eni è al top nell’esplorazione, nella sicurezza delle estrazioni. Nella ricerca e sviluppo delle tecnologie per la decarbonizzazione. La vera sfida è la tecnologia, la conoscenza che ci permette di produrre energia nel modo più sostenibile possibile senza aspettare la scoperta della ‘risorsa’ magica che ci liberi dal petrolio. Lo sviluppo tecnologico è ciò che rende Ravenna uno dei siti più adatti al mondo per un progetto di CCS per la cattura e lo stoccaggio della CO2, così come la vicinanza tra le fonti di emissione della CO2 ed i giacimenti esausti che ne consentono lo stoccaggio. Nei fatti, aumentare la produzione di gas a Ravenna con questo progetto significa produrre metano ad emissioni zero per il bene del nostro Paese e del mondo. 

Energia e sicurezza nazionale sono elementi strettamente correlati: è indicativo della carenza di cultura strategica nel Paese il fatto che non ci siano nel mondo istituzionale figure dedicate a gestire in maniera congiunta questi dossier? Vista la cronica “sete” del nostro Paese, ipotizziamo, potrebbe essere ragionevole ipotizzare l’istituzione di un’autorità delegata a politiche in materia, come avviene coi servizi?

Non sono d’accordo e non mi piacciono le Agenzie o le Autorità, o Authority se vogliamo rispettare la terminologia inglese, quasi inevitabile se si parla di economia. Se l’obiettivo al quale puntare è un mondo in grado di alimentarsi con le energie rinnovabili, la strategia per raggiungerlo è ottimizzare la fase di transizione. La cosa più saggia dal punto di vista ambientale ed economico è quella di affrontarla puntando su un mix di gas e rinnovabili fino a quando anche del gas potremo fare a meno. Succederà un giorno, ma nessuno può prevedere quando. E dobbiamo avere chiaro che non ci sarà mai una risorsa taumaturgica a impatto zero che risolverà la trappola energetica in cui viviamo. Il problema attuale è che non utilizziamo le potenzialità del nostro gas naturale a causa del provvedimento normativo che è il Pitesai del governo Conte I, che rappresenta l’indirizzo politico del M5S (prima di Luigi Di Maio e poi di Stefano Patuanelli). Al tempo era stato approvato con la complicità della Lega di Salvini, mentre oggi viene perpetuato con la complicità del Partito Democratico. I suoi continui rinvii e i tentativi di inserire emendamenti fanno capire che la strada sia normativa e soprattutto politica è sbagliata se non fallimentare. Comporta solo l’aumento delle importazioni e il depauperamento delle attività Eni in Sicilia, Basilicata e nell’Adriatico.

Se la produzione italiana si blocca, bisogna pensare non soltanto alle implicazioni energetiche a quelle dei lavoratori e indotto per il nostro Paese, ma anche a quelle finanziarie di Eni, e quindi per lo Stato e per migliaia di piccoli azionisti italiani.

Il gas naturale può essere sfruttato in sinergia con le fonti rinnovabili?

La via, indicata anche dall’Ue, è un mix di gas e rinnovabili. Specie per l’Italia e per l’Europa. Guardiamo cosa sta facendo la Germania, che accetta il rischio di sanzioni e il boicottaggio degli Usa pur di costruire il North Stream 2 e allentare la dipendenza dal carbone nella sua politica energetica. Anche qui le fonti di House of Zar sono state generose di analisi, dettagli e aneddoti sull’avanzata dei lavori sul Mar Baltico.

In Italia invece serve chiarezza per non sbilanciarsi e credere di poter fare a meno del gas naturale per l’energia elettrica o il riscaldamento di casa adesso e per i trasporti in futuro. Aumentare la produzione di gas naturale italiano ci permetterebbe non soltanto di creare nuova occupazione di alto livello, ma anche di partecipare al grande gioco geopolitico che coinvolge un po’ tutte le potenze economiche e politiche, nel Mediterraneo, nel contesto di una sfida globale.

E come poter sviluppare con rigore e strategia una politica sulle rinnovabili?

Per quanto riguarda le fonti rinnovabili, ben vengano nuovi investimenti ma non bisogna dimenticare che replicare casi come quello della Danimarca ad esempio, dove c’è una ventosità ideale per l’eolico, è difficile. Lo stesso discorso vale per il fotovoltaico e per l’idroelettrico. Ma attenzione a puntare tutto sulle rinnovabili, specie per l’elettrico. Anche qui si gioca tutto sulla tecnologia e sulla sua evoluzione.

Le rinnovabili sono fonti intermittenti: occorre dunque garantire una potenza costante. La nostra è una società energivora, prima ancora che digitale. Solo una nuova tecnologia – che ancora non esiste – può permettere di superare questa fase di transizione.

Insomma, serve un mix bilanciato.  Il secondo punto è il seguente: dobbiamo ideare e mettere in pratica delle politiche che non creino disuguaglianze. Se vogliamo incentivare tutto ciò che è green, dobbiamo però tenere conto del fatto che le tecnologie “verdi” comportano dei costi e che non tutti sono in grado di accedervi. Le automobili elettriche, ad esempio, hanno costi mediamente alti. E quindi spesso sono accessibili solo a chi ha redditi alti, che paradossalmente beneficerebbero degli incentivi. 

E cosa può fare l’Europa per favorire questa transizione?

Il Recovery Fund può rappresentare una grande opportunità per l’Italia. È importante non cadere in una progettualità polverizzata. È un’occasione unica per potenziare la rete infrastrutturale dell’energia, delle risorse idriche e per trasformare l’economia in senso circolare, ripensando fin dall’inizio l’intero ciclo di vita del prodotto.

Clicca qui per leggere tutte le interviste realizzate dall’Osservatorio Globalizzazione.

Bresciano classe 1994, si è formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano. Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ha conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019. Il suo principale interesse di studio è la geoeconomia, ovvero l’analisi degli effetti dell’interdipendenza tra le grandi questioni geopolitiche e le dinamiche industriali, commerciali e produttive del mondo contemporaneo, con un focus particolare sull’impatto della rivoluzione tecnologica, sulla sfida Usa-Cina e sul ruolo dell’Europa nel mondo contemporaneo.

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