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“GeRussia” e i suoi vicini: come russi e tedeschi hanno plasmato l’Europa orientale

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“GeRussia” e i suoi vicini: come russi e tedeschi hanno plasmato l’Europa orientale

L’Osservatorio torna con piacere a conversare con il professor Salvatore Santangelo a partire dal tema di una sua pubblicazione estremamente attuale, “GeRussia – L’orizzone infranto della geopolitica europea” (Castelvecchi, 2016), in cui il docente universitario e analista geopolitico ha ricostruito la storia e l’attualità di uno degli snodi politici più importanti del nostro tempo, quello del legame tra Mosca e Berlino attorno a cui fanno perno gli sviluppi politici in una delle aree cruciali per il futuro del Vecchio Continente, l’Europa orientale da secoli plasmata dagli incontri e dalle rivalità tra russi e tedeschi.

Professor Santangelo il suo saggio “GeRussia” ha anticipato alcune traiettorie geopolitiche che – negli ultimi anni – hanno coinvolto le aree dell’Europa orientale tra Germania e Russia. Come aggiornerebbe la chiave di lettura da lei presentata nel testo?

GeRussia ha l’ambizione di analizzare il destino di un contesto in rapida evoluzione; la lettura partiva da quanto stava accadendo nel 2016 in una regione come l’Ucraina per provare a immaginare il futuro dei rapporti tra Russia e Occidente mediato attraverso un “baricentro” come la Germania. Oggi il saggio, a mio parere, merita un ulteriore approfondimento che intendo proporre in un prossimo libro, dal titolo Tra russi e tedeschi: storia di un destino geografico.Si tratta di un concetto che implica sia il rapporto tra i due popoli, ma anche una dimensione geografica. 

Quando parliamo di GeRussia, di fatto mettiamo l’enfasi sulle potenzialità del rapporto. Per i russi, GeRussia significa l’apertura di una porta verso l’Occidente, verso la modernizzazione. Siamo di fronte al rapporto profondo, intimo e contrastato di un Paese che, come dice anche Putin, ha una “lunga storia” di relazione con l’Europa (mentre, a detta del Presidente russo, “tra Europa e Stati Uniti c’è un grande oceano”). 

E tra i Paesi europei, la Russia non ha avuto rapporti altrettanto intensi quanto quello costruito con la Germania. Un rapporto fatto anche di tragedie e orrori, che hanno avuto il proprio culmine nella Seconda guerra mondiale.

Un rapporto, dunque, segnato molto spesso dal dolore, quello tra russi e tedeschi?

Esatto. Il dolore è una delle caratteristiche di questo rapporto. E non riguarda solo i russi e i tedeschi, come Timothy Snyder ha sottolineato nel suo saggio Le terre di sanguededicato alle conseguenze delle politiche genocidarie dei due totalitarismi – il nazismo e lo stalinismo – sulle popolazioni coinvolte dalla guerra sul fronte orientale. 

Il dolore porta con sé un corollario: la memoria. La memoria del dolore è fattore di rivalsa delle vittime sui carnefici, ed è una questione delicatissima da gestire, come dimostrato dalle manifestazioni che periodicamente in Ucraina si scatenano per ricordare il nazionalista, antisemita e collaboratore dei nazisti Stefan Bandera, la cui memoria ha conosciuto nuove fortune dopo Maidan. 

Certo, ci sono stati ucraini responsabili di collaborazionismo con i nazisti; ma al contempo gli ucraini sono stati vittima di un altro genocidio, l’Holodomor, che portò alla morte di fame e stenti di oltre tre milioni di ucraini in una delle fasi più convulse e criminali del periodo stalinista.

La memoria ci fa ricordare, inoltre, che il rapporto di questi popoli con la propria identità è qualcosa di totalmente diverso da quello cui siamo abituati in Occidente. La Polonia, l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, l’Ungheria, la Repubblica Ceca e le altre nazioni dell’Est hanno un rapporto carnale e diretto con l’identità, quasi un approccio “sangue e suolo” cui si somma, molto spesso, l’uso della religione come ulteriore collante identitario.

Di fatto un richiamo alla versione di nazionalismo che fino alla Seconda guerra mondiale era predominante in Germania?

In un certo senso sì, anche se la Germania ovviamente è stata in questo senso “emendata” dalla disfatta bellica e dalle sue conseguenze. Ad esempio il suo esercito – la Bundeswehr – è un baluardo dei valori democratici e liberali.

Tutto ciò ci porta a una riflessione sul reale significato del concetto di “nazionalismo”, il cui laboratorio odierno è Israele, che non a caso ha riformato il proprio diritto di cittadinanza sulla base dell’appartenenza identitaria.

Le radici del nazionalismo odierno e di quello del passato si toccano, dunque?

Da un lato Israele, non a caso, è popolato da persone le cui famiglie di origine erano in larga misura provenienti dalle terre che stanno “tra i russi e i tedeschi”, dall’altro lo stesso sionismo è un’ideologia che nasce in quella “terra nera” che dà il nome a un altro fondamentale libro di Snyder. 

Il nazionalismo, nella storia d’Europa, è un sentimento molto recente, che ha circa duecento anni, ha una sua versione “giacobina” che è quello della Francia rivoluzionaria che vince a Valmy. Come afferma Renan, in questo contesto la nazione si evolve come una sorta di  “referendum quotidiano” a cui si può consapevolmente aderire o meno.

Il nazionalismo tedesco, di stampo romantico, è al contrario essenzialmente di matrice revanscista: gli epigoni di Federico il Grande, dopo la catastrofe dell’invasione napoleonica culminata con la sconfitta di Jena (1806) che li costrinse a una vergognosa pace cavalcarono l’idea di rivalsa.

E in che modo l’era napoleonica lo plasmò?

Dal 1806 partì un filone fondamentale, appunto, quello del nazionalismo tedesco “sangue e suolo” di stampo romantico, contrapposto a quello francese neoclassico-illuminista. Arminio e i Germani da un lato, le aquile romane e il giuramento degli Orazi dall’altro. Non dimentichiamo che ai tempi la Germania non aveva una vera soggettività politica unitaria (e ciò dai tempi della Guerra dei Trent’anni 1618-1648). Le guerre di religioni e il principio del Cuius regio, eius religioavevano sfaldato la soggettività del Paese, custodita solo nella Prussia, erede secolarizzata dei Cavalieri Teutonici. 

La Prussia, dopo la disfatta di Jena, sarà un’alleata riluttante della Francia fino all’invasione della Russia e la vittoria contro Napoleone a Lipsia, nel 1813, che dopo il cambio delle alleanze divenne un mito fondamentale per il nazionalismo di reazione, che Napoleone aveva già sperimentato nell’insorgenza spagnola (che fece da esempio istruttivo per gli studi di Carl Schmitt sulla figura del partigiano) e nella ribellione dei contadini tirolesi. La grande leva di massa della Landwehr rafforzò ulteriormente questo nazionalismo, molto simile a quello che i popoli slavi hanno mostrato in reazione ai due grandi popoli ai loro confini, e che dopo lo scioglimento del grande blocco di ghiaccio che dal 1945 al 1989 li aveva tenuti nel congelatore della storia è tornato nuovamente in emersione.

Un nazionalismo che sta prendendo piede con forza dalla fine della Guerra Fredda…

Con il crollo della Cortina di Ferro, sono tornati liberi gli spettri che l’Occidente era già riuscito a controllare nei decenni precedenti, per quanto in Paesi come l’Italia e la Spagna la memoria sia in certi campi ancora oggetto di discussione. In Est Europa tornarono in auge i ricordi di figure complesse e controverse, come successo in Polonia col maresciallo Pilsudski, “padre della Patria” su cui aleggiano gli spettri del controverso atteggiamento tenuto verso gli ebrei e le minoranze. Parimenti in Estonia, Lettonia, Lituania ogni anno si commemorano guerriglieri anti-sovietici e militari arruolatisi nelle Waffen-SS durante l’occupazione tedesca, che in massa avevano combattuto sotto il simbolo della svastica. Ci fa rabbrividire, ma migliaia di uomini in quelle terre associarono la svastica a un simbolo di libertà per il forte odio anticomunista accumulatosi nell’era staliniana.

La caduta del Muro di Berlino e la riunificazione della Germania sconquassarono definitivamente il contesto geopolitico dell’Europa orientale, contribuendo a mio parere anche alla separazione delle Repubbliche dell’Unione Sovietica nel 1991.

In che modo ritiene che il processo di riunificazione tedesca abbia creato queste conseguenze?

Come le due Germanie si furono riunificate, in Est Europa rinacquero le spinte identitarie e nazionali: la Cecoslovacchia si divise pacificamente, mentre sanguinosa e turbolenta fu la dissoluzione della Jugoslavia, in Italia, Spagna e Regno Unito aumentarono le spinte regionaliste e autonomiste. Andrebbe indagato questa convergenza tra eventi tanto complessi. In ogni caso, gli interessi tedeschi spinsero gradualmente l’Europa a guardare a Est. I Paesi in cui tornavano fortemente in auge le spinte identitarie, nazionaliste e sovraniste entrarono per ragioni economiche in un’entità post-identitaria e post-nazionale come l’Unione Europea, a fianco di Paesi caratterizzati da uno sfasamento della concezione temporale rispetto alla loro, creando il cortocircuito degli ultimi anni, ben evidenziato dal rafforzamento dell’asse di Visegrad e dall’apertura di partite come quella dello Stato di diritto. Una battaglia fondamentale, che nell’ottica dell’Ue dovrebbe allineare ai principi tradizionali dell’Europa anche i nuovi entranti e fonte di un ampio scontro che la cancelliera Merkel ha provato a sanare con un compromesso al ribasso.

Le contraddizioni interne all’Ue non possono essere capite se non si analizza lo scarto tra il dichiarato orientamento della Ue e la spinta sovranista e identitaria dei Paesi dell’Est. Gli Stati che si trovano “tra i russi e i tedeschi” sono pre-moderni, vivono in un contesto in bilico, estremamente particolare, e questo ha permesso loro di acquisire una nuova caratterizzazione, non a caso ben compresa a Washington che tende cinicamente a strumentalizzarla.

Non è un caso che nell’Europa dell’Est, così lontana dalle coste Oceaniche, si trovino i più leali sostenitori in Europa dell’Alleanza Atlantica?

Esatto. Gli ambienti politici vicini ai membri d’alto rango dell’amministrazione Bush (come Donald Rumsfeld) nel 2003 – anno cruciale per capire le dinamiche di convergenza studiate in GeRussia – criticarono la costituzione di un asse tra Parigi (Jacques Chirac), Berlino (Gerhard Schroeder) e Mosca (Vladimir Putin) per opporsi alle strategie neoconservatrici per scatenare la guerra in Iraq, avversate anche da Giovanni Paolo II, opponendo una violenta contronarrazione sul futuro dell’Europa. I neoconservatori passarono all’attacco con Kagan, che teorizzò la natura imbelle degli europei, e con lo stesso Rumsfeld, che etichettò i Paesi dell’Est come “la nuova Europa”, vista da Washington come riconoscente del ruolo americano nella Guerra Fredda, come presidio geopolitico in quanto maggiormente pronta a sostener nettamente gli Usa nelle loro avventure militari nel mondo unilaterale.

Questa polemica continua a quasi vent’anni dalla guerra in Iraq, dato che Paesi come la Polonia accusano l’Europa e la Germania in particolare di essere troppo accomodanti con Putin e sono arrivati a paragonare al patto Molotov-Ribbentrop le strategie energetiche di convergenza su North Stream. E non a caso tra le nazioni più dinamiche in questa critica c’è la Polonia.

Varsavia pensa l’Est Europa come lo spazio dell’Intermarium, l’area compresa tra Mar Baltico, Mar Adriatico e Mar Nero intesa come spazio geopolitico integrato di cui l’attuale governo polacco aspira ad essere il magnete e l’aggregatore. A dimostrazione di come lo spazio tra la Germania e la Russia sia in continua evoluzione, e non siano solo Mosca e Berlino a plasmarne l’evoluzione: e la Polonia segue la vecchia strategia di contare su un vincolo esterno per non restare schiacciata. Ai tempi di Napoleone, era la Francia l’alleata prescelta; nel 1921, quando Pilsudski fermò sulla Vistola l’Armata Rossa, Parigi e Londra erano indicati come gli alleati di riferimento; nel 1939, il sogno di contenere la Wehrmacht in attesa della mobilitazione di inglesi e francesi si infranse di fronte alla guerra lampo tedesca/sovietica, mentre ora Varsavia vede in Washington il punto di riferimento.

Tutte le interviste dell’Osservatorio Globalizzazione

Bresciano classe 1994, si è formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano. Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ha conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019. Il suo principale interesse di studio è la geoeconomia, ovvero l’analisi degli effetti dell’interdipendenza tra le grandi questioni geopolitiche e le dinamiche industriali, commerciali e produttive del mondo contemporaneo, con un focus particolare sull’impatto della rivoluzione tecnologica, sulla sfida Usa-Cina e sul ruolo dell’Europa nel mondo contemporaneo.

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