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Le nuove sfide della politica industriale italiana

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Le nuove sfide della politica industriale italiana

Tra prospettive dello “Stato-stratega” e nuove sfide dell’economia globale, scopriamo le rotte che dovrà seguire in futuro la politica industriale italiana.

Parlare di politica industriale significa, nel 2020, ragionare a fondo sulle prospettive strategiche di rilancio dell’economia italiana. Il mondo evolve, la crisi del coronavirus non crea ma fa esplodere questioni legate all’instabilità del sistema internazionale, le catene del valore si modificano e si trasformano in continuazione, la globalizzazione si plasma, anno dopo anno, come fenomeno sempre più competitivo. In mezzo ci sono i sistemi-Paese. In cui le rotte del capitalismo necessitano sempre di più dell’adeguata governance e in cui le prospettive di sviluppo, di tutela dell’occupazione e di garanzia dei vantaggi competitivi sono sempre più legate alla capacità di costruire strategie di lungo periodo. Alle grandi potenze è lasciata, nella loro interezza, la possibilità di padroneggiare il capitalismo politico”ovvero la possibilità di plasmare le esigenze dell’economia in base alle ragioni della sicurezza nazionale; alle medie potenze, come l’Italia, è richiesto uno sforzo originale per capire le priorità di produzione, sviluppo e tutela delle filiere interne di fronte alle incertezze e alla competizione internazionale.

La politica industriale si pone come questione trasversale a ogni tematica inerente lo sviluppo e le rotte strategiche del Paese. In una fase in cui le dinamiche del capitalismo si fanno sempre più complesse e l’accelerata transizione tecnologica impone di prestare attenzione alla centralità assunta da nuove, complesse filiere (big data, Internet delle cose, algoritmi di intelligenza artificiale) la necessità di fare sistema aumenta l’ampiezza del territorio da presidiare e impone di costruire un sistema resiliente, in cui la politica e il settore privato sappiano cooperare conoscendo i reciproci punti di forza e le possibilità maggiori di crescita. La politica industriale è fondamentale perché aumentata nella complessità: dal cosa produrre, come produrlo e dove gestire la produzione essa si è estesa al tema della gestione delle catene del valore e dell’inserimento della parte maggiore di valore aggiunto all’interno della filiera nazionale, includendo al contempo il fondamentale versante digitale, la gestione dei dati che molto spesso rappresenta il core business. E così, ad esempio, scrivevamo con Ivan Giovi su Econopoly,nell’Italia odierna anche una politica come il rilancio della sanità richiederebbe un fondamentale esercizio di strategia industriale: si aprono “importanti questioni su diverse filiere di approvvigionamento che l’Italia deve saper presidiare e mantenere operative per aver un pieno ritorno e dividendi produttivi, occupazionali e strategici dal rilancio di un settore tanto critico. Dai presidi sanitari alla robotica più avanzata nel campo biomedicale, passando per gli hardware e i software di processamento e gestione dei dati sanitari il discorso è chiaro: potrebbe l’Italia contare su un piano tanto importante senza aver la garanzia di vedere mobilitate le sue migliori risorse interne e, di conseguenza, aver la garanzia di poterlo portare a termine nei modi e nei tempi più congeniali?”.

Chiaramente una visione olistica della politica industriale impone al decisore politico una comprensione delle grandi dinamiche in atto su scala internazionale, con la corsa agli investimenti strategici e alla cattura del valore aggiunto in corso, e una necessaria discrezionalità. Risultano vitali una definizione della scala delle priorità degli interventi finanziati dal settore pubblico e, al contempo, interventi per permettere al settore pubblico e privato di realizzare investimenti nel più breve tempo possibile. Nei settori maggiormente strategici (energia, telecomunicazioni, difesa e aerospazio, farmaceutico, biomedicale) il discorso sulle catene del valore si fa fondamentale e inderogabile: per coglierne la massima utilità all’Italia serve padroneggiare la rivoluzione tecnologica e le sue conseguenze e metterle al servizio del rilancio dell’Italia come grande Paese industriale, far fronte al deperimento delle infrastrutture per connettere con nuovo slancio il nostro apparato produttivo e evolvere i paradigmi dell’industria manifatturiera, non scordando di accrescere il potenziale di elaborazione e sfruttamento del “dividendo digitale” di dati e informazioni prodotti dal settore industriale. Un programma pubblico di politica industriale non potrebbe tralasciare la scelta di progetti, finanziamenti e cronoprogrammi volti a incentivare una crescita dei settori più promettenti sotto queste diverse direzioni.

Prendiamo il caso delle infrastrutture di rete, energetiche e non solo (si pensi all’importante tema delle reti idriche): sul tema ci siamo rivolti a un analista esperto come Gianni Bessi, consigliere regionale dell’Emilia-Romagna e studioso di dinamiche del settore energetico.

Secondo Bessi “tutte le infrastrutture di rete – idriche, ambientali, energetiche – dovranno comunque nei prossimi anni sostenere investimenti per la manutenzione straordinaria e l’adattamento agli effetti dei cambiamenti climatici”. In alcuni settori a rete gli operatori, dunque, hanno la possibilità quindi di “anticipare tali investimenti – che rispondono anche alle logiche del Green new deal europeo e possono accedere alle risorse comunitarie che sono messe a disposizione da Ue”.

Bessi ritiene che l’efficienza può essere uno dei driver dell’attuale rivoluzione industriale, economica e quindi ecologica, “che certo non potrà essere istantanea per quanto tutti lo desiderino”. Tale rivoluzione, spiega, “sarà tanto più rapida – e sostenibile a propria volta – quanto più sapremo servirci delle informazioni a nostra disposizione, coordinando strategie e prassi orientate alla riduzione degli sprechi, all’utilizzo di risorse a basso impatto o di rendere più efficienti quelle attuali e che per alimentare il volano del sistema migliorino programmaticamente il monitoraggio sui metodi produzione e distribuzione dell’energia e delle altre risorse”. La sfida del progresso “non potrà che passare dalla capacità di collocarsi come Europa e spero come Italia sul livello alto della catena del valore e quindi non potrà che essere tecnologica, digitale ma anche culturale e politica”.

Culturale e politica, spiega lo studioso e politico ravennate, “perché chi  non accetta questa sfida, chi sceglie di stare su altri segmenti della catena del valore oppure recitando solo degli sterili slogan di una sostenibilità ambientale priva di sostenibilità economica, oltre a non produrre quel valore aggiunto e generare ricchezza e innovazione tecnologica, si condanna a marginalità basse, ad una prospettiva politica insostenibile a tutti i livelli, e all’unica opzione di mietere risorse tramite la via della tassazione”. Critica anche la visione dello standard seguito a lungo come prassi dominante:“la conseguente ridistribuzione attraverso gli incentivi, favorisce cosi solo chi può avere le disponibilità di consumare prodotti di alta tecnologia, ma non consente di sviluppare competenze adeguate alla sfida. Così si consolidano le disuguaglianze in essere e si è ben lontani dal prevenire quelle che si profilano”.

Quel che nel nostro discorso abbiamo voluto sottolineare, e che le parole di Bessi confermano, è la necessità di nuovi paradigmi strategici e di un rafforzamento delle capacità di intervento dello Stato e delle autorità pubbliche, in maniera funzionale al progresso dello Stato nel mondo globalizzato. È la visione di un Paese capace di competere in maniera ottimale sulla scala globale a rappresentare l’eredità da riscoprire della stagione migliore dell’economia a partecipazione pubblica fondata sull’Iri, nella prospettiva di uno Stato “stratega” capace di definire con forza le sue priorità. Paesi come Francia e Germania, nel nostro continente, hanno capito l’importanza della sfida: per l’Italia l’ora decisiva è giunta nel cuore della crisi sanitaria ed economica, che ci impone di prender consapevolezza delle sfide e delle opportunità del presente. Per rendere nuovamente l’Italia protagonista sull’agone economico mondiale che ci ha visto a lungo giocatori attivi.

Bresciano classe 1994, si è formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano. Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ha conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019. Il suo principale interesse di studio è la geoeconomia, ovvero l’analisi degli effetti dell’interdipendenza tra le grandi questioni geopolitiche e le dinamiche industriali, commerciali e produttive del mondo contemporaneo, con un focus particolare sull’impatto della rivoluzione tecnologica, sulla sfida Usa-Cina e sul ruolo dell’Europa nel mondo contemporaneo.

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