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Che cosa succede tra Kirghizistan e Tajikistan?

Kirghizistan Tajikistan

Che cosa succede tra Kirghizistan e Tajikistan?

Le scaramucce di confine a bassa intensità tra Kirghizistan e Tajikistan si sono presto trasformate in un confronto serio. Ad oggi la situazione sembra rientrata ma desta stupore una così rapida escalation in una zona del globo decisiva ma poco conosciuta. In questa area infatti si intrecciano i destini di medie potenza in discreta ascesa, come Uzbekistan e Kazakhstan, regni eremiti, come il Turkmenistan, e Nazioni che cercano il proprio posto, come Kirghizistan e Tajikistan. Senza dimenticare le varie influenze, quasi sempre contrapposte, che cercano di inserirsi in questa regione: la storica presenza russa, quella nuova cinese e quella statunitense. Tajikistan e Kirghizistan hanno spesso avuto rapporti molto altalenanti, sin dall’indipendenza dopo la caduta dell’Urss. Questo ultimo scontro, per adesso terminato e sicuramente sanguinoso, è un campanello d’allarme. Anche perché l’afflusso di mezzi e artiglieria al confine, da ambo le parti, è stato massiccio e veloce. La tregua del 30 aprile tra Dushanbe e Bishkek non aveva retto ma quella del 3 maggio sembra tenere infatti le truppe di entrambi i Paesi si sono ritirate dalla zona di conflitto, sebbene il Kirghizistan ha accusato il Tajikistan di violare vari trattati internazionali.

Una storia travagliata

Appena ottenuta l’indipendenza il presidente del Tajikistan Rahmonov dovette affrontare una guerra civile contro un’eterogenea opposizione formata soprattutto tra democratici liberali ed estremisti islamici. Le potenze vicine avevano deciso di intervenire a favore dell’allora presidente tagiko. Anche il Kirghizistan aveva accettato la proposta internazionale ma ritardò l’invio delle truppe in maniera probabilmente interessata. La dura guerra civile che coinvolse Dushanbe finì nel 1997 con un accordo tra opposizione e Rahmonov che rimase in sella. Il fatto che l’intervento ritardato kirghiso fosse utile a raggiungere un secondo fine è testimoniato dai fatti del 1995. In quell’anno le forze armate di Bishkek occuparono per un certo periodo una porzione di territorio tagiko. Ma il Tajikistan ha anche un serio problema con gli estremisti islamici e le loro spinte secessioniste nell’est del Paese. A testimonianza della gravità della situazione c’è la diserzione del capo delle forze speciali del ministero dell’interno tagiko Gulmorod Khalimov che è diventato un alto papavero dell’ISIS.

Ma se Atene piange, Sparta non ride. Il ventunesimo secolo kirghiso è stato caratterizzato da una serie di manifestazioni interne, non tutte completamente autonome. Nel 2005 venne costretto alle dimissioni il presidente Askar Akayev, travolto dalla “rivoluzione dei tulipani” e costretto a riparare in Russia. Fu una rivoluzione definita da molti “colorata” sulla scia di quella georgiana, ucraina e quella fallita in Bielorussia. Quella del 2005 fu favorita effettivamente dagli Stati Uniti con dodici milioni di dollari in materiale scolastico e donazioni varie. Salì al potere Bakiev che confermò la concessione della base militare di Manas agli americani che la usavano come avamposto per l’Afghanistan. Ma anche Bakiev venne travolto dalle proteste del 2010 e riparò a Minsk.

Manifestazioni di difficile lettura, sicuramente dettate dalla stanchezza della popolazione nei confronti della corruzione endemica. La crisi economica inoltre ha colpito duro in vari momenti nel corso del decennio. Ciò è accaduto anche nel 2020 quando altre proteste hanno costretto il presidente Jeenbekov a dare le dimissioni. In questo caso sono emerse le tradizionali differenze tra nord e sud nel Kirghizistan e molti analisti hanno sottolineato il rischio del prevalere di regionalismi.

Il quadro interno dei due Paesi è quindi caratterizzato da forte instabilità. Il Kirghizistan vede il suo assetto istituzionale continuamente messo sotto pressione da una popolazione genuinamente stanca di nepotismo e corruzione. Il Tajikistan invece è un Paese uscito abbastanza recentemente da una guerra civile e sfilacciato nel suo stesso territorio dalla presenza del separatismo islamico. Ma i problemi interni dei due Paesi si riflettono anche nei loro difficili rapporti. Tra Kirghizistan e Tajikistan ci sono 970 chilometri di territorio condiviso ma solo 504 sono ufficializzati. La disputa sulle questioni di confini spesso fatti letteralmente con matita e righello è dura tant’è che sono ben 70 i chilometri duramente contesi.

Il conflitto

Ed è proprio su una questione di confini che è iniziato questo duro conflitto. Infatti la contesa riguarda un punto della distribuzione dell’acqua sul fiume Isfara, precisamente a Golovnaya. Gli spari delle prime fasi hanno presto lasciato il posto ai mezzi pesanti e all’artiglieria. Ci sono state case bruciate e numerosi morti. Tra le fila tagike si contano quindici deceduti, non si hanno numeri ufficiali sui feriti. Il Kirghizistan conta invece 34 morti e 178 feriti, la maggior parte civili. Data l’escalation rapida si è subito cercato di mettere una pezza ed è stata raggiunta una tregua per il 29 aprile. Il cessate il fuoco però è durato davvero poco e già il giorno dopo ci sono stati altri scontri nonostante la chiamata tra il presidente tagiko e quello kirghiso e l’interessamento della Russia alla questione. Come già detto tuttavia il Kirghizistan ha accusato il Tajikistan di calpestare gli accordi presi e di bloccare migliaia di kirghisi con i loro soldati. Difficile trovare il bandolo della matassa. Probabilmente sono stati i kirghisi ad attaccare il punto di smistamento dell’acqua a seguito della militarizzazione del confine portata avanti dai tagiki. Tuttavia che il tema sia complicato e di criptica lettura è sicuramente vero.

Le truppe sono state ritirate dal confine e la situazione sembra rientrata, probabilmente grazie alla Russia. Mosca rimane infatti la potenza egemone della zona seppur insidiata dall’eterno rivale statunitense e dalla nuova protagonista cinese. Sicuramente la tensione tra Kirghizistan e Tajikistan spaventa. In primis per il numero di morti e feriti che comprende anche numerosi civili innocenti. In secondo luogo per la celerità dell’escalation spiegabile con le tensioni interne e le eterne contese dei confini. La frontiera tra i due Paesi non è ancora chiara, un’eredità non voluta del rapido collasso sovietico. L’obiettivo primario deve essere quindi quello di codificare tutti quei chilometri di confini che sono di fatto terra di nessuno. L’unica potenza che sembra in grado di poter portare tagiki e kirghisi allo stesso tavolo è la Russia. Ma Mosca, distratta da questioni più impellenti, avrà il tempo e la voglia di risolvere l’annoso problema? E se la risposta è no, c’è il rischio che questo vulnus aperto tra due Paesi instabili possa diventare una voragine? Soprattutto data la vicinanza con il problematico, e orfano della coalizione internazionale, Afghanistan. Meglio risolvere questa questione appena possibile per evitare altre morti inutili e altri scontri sanguinosi.

Brianzolo nato nel 2000. Studente di Storia presso la Statale di Milano, appassionato di politica nazionale e internazionale. La sua attenzione maggiore si concentra sui rapporti tra Nazioni. Nutre un particolare interesse per le questioni sociali ed economiche che legano i vari Stati e tiene sempre un occhio fisso sulla storia. Collabora anche con L’Antidiplomatico dove gestisce lo spazio “Un altro punto di vista”.

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