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Le strutture del finanzcapitalismo

Le strutture del finanzcapitalismo

Giuseppe Gagliano continua la sua indagine su “Finanzcapitalismo” di Luciano Gallino, presentando oggi le strutture base della “civiltà mondo” a fondamento finanziario.

Come funziona il finanzcapitalismo e quali sono le sue strutture? Il braccio operativo del finanzcapitalismo è il sistema finanziario di cui si è dotato, formato da alcune componenti strutturali: le prime sono le grandi banche, intese come grandi società che operano in almeno una dozzina di settori di attività differenti e in ciascuno di questi controllano numerose società. Siamo quindi dinnanzi a immense reti societarie nelle quali si intrecciano inestricabilmente sia le funzioni che i titoli di proprietà. Questa componente “bancocentrica” del sistema finanziario, per quanto complessa, è composta da entità visibili ed opera in larga misura alla luce.

Una seconda componente del sistema finanziario chiamata finanza ombra risulta, al contrario della prima, praticamente invisibile alle autorità, quindi di fatto non regolabile. Le sue dimensioni, in termini di attivi, superano di molte volte gli attivi delle società finanziarie che di essa tengono i fili, sebbene sia arduo stabilire quale sia alla fine il totale degli attivi o dei passivi che sono in capo a ciascuna di esse. Una terza componente del sistema finanziario che sta a cavallo tra il sistema bancocentrico e la finanza ombra è costituita dagli investitori istituzionali (fondi pensione, fondi comune di investimento, compagnie di assicurazione, fondi comuni speculativi, detti hedge founds ovvero “fondi copertura”). Gli investitori istituzionali sono una delle maggiori potenze economiche del nostro tempo, gestiscono un capitale enorme e influenzano le sorti delle grandi corporation e dei bilanci statali.

La principale ragione per cui è corretto affermare che gli investitori finanziari si muovono a cavallo tra le altre due componenti del sistema finanziario è che tutte queste componenti sono collegate da scambi quotidiani di denaro e capitale che avvengono attraverso molteplici canali. In forza di queste tre componenti, fortemente interdipendenti, la mega-macchina del finanzcapitalismo è giunta ad asservire ai propri scopi di estrazione del valore ogni aspetto come ogni angolo del mondo contemporaneo. La politica ha finito con l’identificare i propri fini con quelli dell’economia finanziaria, adoperandosi con ogni mezzo per favorirne l’ascesa, abdicando così al proprio compito storico di migliorare la convivenza umana, governando l’aspetto economico e non viceversa.

In questo modo il finanzcapitalismo è stato elevato a sistema politico dominante a livello planetario, unificando tutte le civiltà preesistenti e svuotando di sostanza il processo democratico. Un’intera civiltà è stata asservita alla finanza dalla politica: nel corso del 2010, ad esempio, l’Unione Europea ha rischiato più volte un crack a causa dell’attacco che i gruppi di operatori della finanza ombra avevano sferrato al debito pubblico dei suoi stati e alla sua moneta. Basterà qui ripercorrere sommariamente i momenti salienti della crisi economica in atto, per comprendere l’enorme responsabilità che ha avuto la mancata regolazione del finanzcapitalismo: il debito pubblico e i deficit di bilancio erano cresciuti di parecchi punti percentuali a causa dei costi sopportati dagli stati per far fronte alla crisi del sistema finanziario, con rilevanti effetti depressivi sull’economia reale, iniziata nel 2007. Si può riassumere così l’andamento di questo primo periodo della crisi iniziata nel 2007: a causa di politiche economiche gravemente difettose, il sistema finanziario è incorso in una grave crisi, nei primi tre anni gli stati hanno impegnato un’ingente quantità di denaro per salvare le banche e le compagnie di assicurazioni e stimolare la ripresa economica. Non appena ritornato in forze, per esattezza nel 2009, il sistema finanziario è ripartito all’attacco a danno degli Stati che si erano indebitati per sostenerlo, riparandone i guasti. In questo gioco erano a rischio i risparmi delle famiglie, le condizioni di salario e di lavoro, la sicurezza e la sanità, la previdenza sociale e i diritti umani, l’istruzione e la ricerca, la qualità della vita e i rapporti interpersonali, le istituzioni e la democrazia. In altre parole, il senso di un’intera civiltà. Pertanto la crisi economica è diventata la crisi di civiltà, intesa come particolare modo storicamente determinato di strutturare la politica, l’economia, la cultura e la comunità, esteso a numerose società o stati.

La civiltà-mondo

Si impone a questo punto una riflessione sul concetto di civiltà: oggi classificare le civiltà è diventato sempre più difficile poiché dagli ultimi trent’anni a questa parte si è verificata un’accelerata occidentalizzazione del mondo. Tuttavia non si può semplicisticamente considerare la nuova civiltà emergente una civiltà occidentale allargata. Occorre piuttosto considerarla come una civiltà dai caratteri originali che è possibile definire “civiltà-mondo”, caratterizzata da una forte intreccio tra politica ed economia, senza confini di alcun genere, nonché da una interconnessione che è stata creata tra quasi tutte le società del mondo, cosicché qualsiasi evento accada in una di esse ha effetti ravvicinati sulle altre.

La civiltà-mondo che si è determinata presenta numerosi aspetti estremamente problematici e su cui vale la pena riflettere: anzitutto l’immane squilibrio tra le potenzialità tecnologiche ed economiche e le effettive condizioni di vita della popolazione del pianeta: a fronte di immensi mezzi, la civiltà mondo assicura una vita decente a circa 1,5 miliardi di persone nei paesi più sviluppati, mentre costringe a una vita classificabile come indecente gli altri 5 miliardi.

 Sullo sfondo di tali dati v’è una situazione per un certo verso altrettanto drammatica: l’elevato grado di insicurezza socio-economica che attanaglia migliaia di persone, che la crisi ha accresciuto nei paesi sviluppati. Persone che si chiedono con angoscia se avranno ancora un lavoro, un reddito, una casa o la possibilità di avere dei figli. Un altro aspetto problematico ed estremamente preoccupante che riguarda la civiltà-mondo riguarda il genere di esistenza umana, insieme con la personalità o il carattere della persona, che la civiltà in questione, basata sul capitalismo finanziario o finanzcapitalismo, è orientata a produrre: l’individuo si trova in una società in cui le motivazioni, l’identità, il riconoscimento sociale, i percorsi di vita sono stati costruiti attorno al lavoro, in specie attorno al lavoro dipendente salariato, nell’età in cui questo viene fatalmente a mancare; pertanto la civiltà mondo produce senza posa giovani dal costume decomposto, adulti rimasti o ricondotti in uno stadio infantile, e cittadini che hanno introiettato il vangelo del consumo in luogo delle regole della democrazia.

Sulla circostanza che la sistematica produzione in massa di simili caratteri umani rifletta non un mero mutamento di costumi, ma una drammatica degradazione politica aveva attirato l’attenzione Marcuse sin dagli anni ’60, descrivendo i tratti dell’uomo a una dimensione. Quello che risulta totalmente distorto è il processo formativo che dovrebbe avere come esito la personalità dei cittadini consapevoli, determinati a far valere in ogni ambito il principio di libertà e partecipazione alla gestione e al governo della cosa pubblica, mentre in luogo di tale esito la civiltà basata sul consumo, nel tentativo di ristabilire un equilibrio tra l’eccesso di produzione e il deficit di consumatori, produce individui per i quali la libertà consiste nella possibilità di scegliere dei prodotti.

La privatizzazione è espressione di questa filosofia che predilige e antepone l’individuo alla collettività. Infine altro aspetto critico della civiltà-mondo riguarda il moltiplicarsi dei segni attestanti che l’attuale rapporto tra uso delle risorse naturali e il modello economico fondato sullo sviluppo senza fine non è sostenibile, e che il tempo per cambiarlo a fondo si sta facendo drammaticamente breve. Ciò getta una luce critica sulla civiltà della crescita economica senza limiti che provoca la trasformazione delle risorse rinnovabili in risorse non rinnovabili, utilizzate fino all’esaurimento definitivo, e il verificarsi di improvvisi mutamenti non lineari del progresso economico, con possibili esiti catastrofici. La crisi economica odierna che perdura ormai dal 2007 e minaccia di continuare, se non di aggravarsi, ha contribuito a portare alla luce l’insostenibilità sistemica della civiltà-mondo. Poiché non esistono altre civiltà esterne con le quali la civiltà-mondo possa confrontarsi o entrare in conflitto a livello planetario, è possibile che le sue varie forme di insostenibilità diano origine nel prossimo futuro a conflitti endogeni. Ai parlamenti e ai governi del mondo resta dunque la possibilità di incivilire in qualche misura il finanzcapitalismo.

1 – Il finanzcapitalismo secondo Luciano Gallino

2 – Le strutture del finanzcapitalismo 

Nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, centro studi iscritto all'Anagrafe della Ricerca dal 2015. La finalità del centro è quella di studiare, in una ottica realistica, le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali ponendo l'enfasi sulla dimensione della intelligence e della geopolitica alla luce delle riflessioni di Christian Harbulot fondatore e direttore della Scuola di guerra economica(Ege) di Parigi

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