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La finanza degli apprendisti stregoni

La finanza degli apprendisti stregoni

La pretesa di certi economisti e studiosi della materia di costruire una disciplina governabile come una scienza naturale ha creato contraccolpi gravissimi per il sistema e per gli equilibri sociali dell’Occidente. Ne parla con dovizia di particolari Giuseppe Gagliano.

Un ponte tra le scienze fisiche e matematiche da un lato e le scienze economiche dall’altro è stato fornito dall’informatica e dalla robotica, essendo un automa una macchina computazionale che elabora processi informativi: se il mercato compie operazioni senza mai fallire può essere considerato alla stregua di un Grande automa. Nel tempo si avuta una ibridazione della teoria economica da parte della fisica: tra questi modelli la teoria del moto di Brown è una di quelle teorie che è scivolata con successo da un campo all’altro, giacché autorevoli studiosi di fisica ed esperti economisti negli anni ’70 del Novecento sono giunti alla conclusione che il moto di Brown poteva essere adattato per scrivere e prevedere il movimento dei prezzi delle azioni sui mercati borsistici. Il più noto dei modelli finanziari che hanno come ascendenti teorici la fisica del moto di Brown è il modello elaborato da Fisher Black, MyronScholes e R. C Merton, da cui la sigla BSM con cui è diventato famoso negli anni ’70 del secolo scorso, impiegato per la gestione del rischio negli investimenti di capitale, un modello che ha rivelato numerose criticità.

Questo, secondo Gallino, dimostra che bisognerebbe riconsiderare i confini epistemologici della disciplina economica e ricondurla al suo giusto ambito, considerando opportunamente un concetto proprio della sociologia economica che riguarda la performatività delle teorie economiche e più in particolare il concetto di performatività effettiva, quando l’uso del modello teorico che dovrebbe rappresentare un determinato settore economico reale finisce per modificarlo e configurarlo. Un esempio emblematico è offerto dai titoli in borsa: il modello risultava in grado di prevedere accuratamente quali avrebbero potuto essere gli effetti di composizione di decine di migliaia di comportamenti individuali, effetti che prendevano la forma finale di prezzi alla chiusura delle borse. Dopo qualche tempo, i trader finirono per utilizzare le previsioni del modello BSM prima di impegnarsi negli scambi, offrendo e acquistando contratti a prezzi che, se fossero stati i più vicini possibili a quelli che il modello indicava, si sarebbero determinati dopo che gli scambi erano avvenuti.

Perciò in questo caso non era la teoria a prevedere acutamente i prezzi; erano i trader che credendola vera, l’avevano resa tale. Il modello non aveva descritto la realtà di un mercato, ma l’aveva creata. Il problema è che, se una teoria risulta vera non perché descrive correttamente una realtà indipendente da essa, ma piuttosto perché gli attori coinvolti agiscono anticipatamente come se fosse vera, è molto probabile che questa realtà vada in frantumi nel momento in cui gli attori smettono di credere alla attendibilità della teoria.

È quanto è successo nel 2000-2001, e su scala maggiore nel 2007-2008. Numerosi scienziati ed economisti hanno discusso nel 2009 in Usa e Canada sulla realizzazione di un Progetto Manhattan di tipo economico, un progetto grandioso in grado di coinvolgere e far lavorare al suo interno numerosi scienziati e tecnici, appartenenti a tutti i campi delle scienze naturali ed economiche, con lo scopo di elaborare un modello economico con maggiore efficacia predittiva, regolativa ed esplicativa.

L’obiettivo del progetto era rifare una teoria e una modellizzazione economica in grado di tornare a offrire una guida affidabile per l’organizzazione e la regolazione di mercati finanziari stabili, credendo di rimediare alle insufficienze e ai guasti delle teorie economiche precedenti, accrescendo la dose di teoria proveniente dalle scienze naturali (fisiche e matematiche) e ignorando il fatto che una simile osmosi tra teorie fisiche ed economiche non ha avuto esisti particolarmente positivi da sessant’anni a questa parte. Tale progetto parte dal presupposto che le teorie delle scienze naturali possano colmare un deficit di comprensione del sistema economico. Ma a ben guardare gli studi sulla performatività delle teorie economiche attestano che qualora si sia trattato realmente di deficit, nel caso della crisi, esso non è stato un deficit di comprensione di un sistema preesistente, bensì un deficit di progettazione.

Gli economisti hanno costruito un sistema finanziario su presupposti che sin dal principio assicuravano per certo che esso sarebbe sfuggito al loro controllo e che pertanto non ha alcun bisogno di essere compreso, perché nessuna ulteriore immissione di scienze naturali delle teorie economiche potrà ovviare ai gravi difetti di quella attuale fino a quando gli scopi che essa persegue non saranno costituiti partendo da un’idea più alta dell’essere umano, del suo essere socialmente determinato, e delle sue responsabilità nei confronti della natura e delle generazioni future: infatti il sistema finanziario che è stato creato negli ultimi trent’anni ha la funzione non di estrarre valore dalle classi medie e medio-inferiori, attraverso lo sfruttamento del lavoro, ma mediante un coinvolgimento totale della loro mentalità e della loro esistenza nel sistema finanziario.

Enormi capitali, che potevano diversamente essere investiti allo scopo di ridurre i costi umani della crisi economica, sono stati impiegati allo scopo di salvare le istituzioni finanziare dalla bancarotta, ovvero il salvataggio quelle stesse istituzioni finanziarie che hanno posto le premesse per la caduta si se stesse e dell’intero sistema. Questi stessi capitali potevano essere impiegati diversamente per aumentare la qualità della vita, il benessere della popolazione, per la salvaguardia ambientale o per risolvere lo squilibrio tra nord e il sud del mondo che ha acuito drammaticamente il fenomeno dell’emigrazione.

Pertanto, le misure di austerità richieste con severità dai governi, ripercossesi gravemente sullo stato sociale, equivalgono a chiedere a coloro i quali stanno già pagando i costi  umani della crisi si accettare di pagarla una seconda volta. La crisi economica, apertasi nel 2007, ha avuto come causa primaria i mutamenti dei rapporti di potere politico-economico che dagli anni ’80 in poi hanno facilitato l’ascesa della finanziarizzazione, la deregolazione dei movimenti di capitale e l’affermazione di altri aspetti dell’ortodossia neoliberale: mutamenti rilevati persino dall’ONU. Concause di notevole peso sono state l’irresponsabilità sociale, l’incompetenza e l’avidità di una parte significativa degli alti dirigenti di società finanziarie e non finanziarie; personaggi che governano di fatto l’economia e la politica del mondo.

Una decina di milioni di individui che infliggono rilevanti costi umani a miliardi di altri: i gruppi sociali che stanno pagando e pagheranno la crisi sono in generale, sia pure in forma e misura diversa da un paese all’altro, i soggetti più deboli, sotto il profilo economico e politico, ossia i lavoratori aventi qualifiche professionali medio basse, i disoccupati di lunga durata, i lavoratori precari per legge o quelli occupati nell’economia informale, i bambini, le donne, i poveri, gli anziani, gli immigrati, o coloro che hanno bisogno di cure mediche e spesso non sono in grado di pagarle.

1 – Il finanzcapitalismo secondo Luciano Gallino

2 – Le strutture del finanzcapitalismo

3 – Ascesa e declino del neoliberismo

4 – La Grande Crisi: il fallimento del neoliberismo

5 – Sinistra e neoliberismo: l’abbraccio mortale

6 – I presupposti teorici del finanzcapitalismo secondo Gallino

7 – La finanza degli apprendisti stregoni

Nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, centro studi iscritto all'Anagrafe della Ricerca dal 2015. La finalità del centro è quella di studiare, in una ottica realistica, le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali ponendo l'enfasi sulla dimensione della intelligence e della geopolitica alla luce delle riflessioni di Christian Harbulot fondatore e direttore della Scuola di guerra economica(Ege) di Parigi

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