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La battaglia di Giovanni Paolo II contro le “manifestazioni degenerate” del capitalismo

Giovanni Paolo II

La battaglia di Giovanni Paolo II contro le “manifestazioni degenerate” del capitalismo

Giovanni Paolo II, nei suoi ventisette anni di pontificato (1978-2005), ha profondamente ampliato la dottrina sociale della Chiesa e posizionato con decisione il mondo cattolico in una posizione critica della “rivoluzione” neoliberista e le sue conseguenze. Con questo articolo inauguriamo il dossier sul rapporto tra la Chiesa e il neoliberismo, che proseguirà nelle prossime settimane con lo studio della visione economica di Benedetto XVI e Francesco.

“Secondo me, all’origine di numerosi gravi problemi sociali e umani che attualmente tormentano l’Europa e il mondo si trovano anche le manifestazioni degenerate del capitalismo”: l’anno è il 1993 e l’autore di questa importante dichiarazione è Papa Giovanni Paolo II, che in un’intervista a La Stampa espresse i suoi timori per le conseguenze economiche della fine della Guerra Fredda[1].

Il pontefice polacco, commentando col giornalista Jas Gawronski le evoluzioni dei Paesi che, col suo decisivo appoggio, avevano conosciuto la fine dei regimi comunisti in Europa Orientale, confermò una linea di pensiero che lo aveva portato a evolvere una dottrina sociale critica del capitalismo deregolamentato sulla scia dell’analisi della realtà dei suoi predecessori, da Leone XIII a Paolo VI: “Naturalmente il capitalismo odierno non è più quello dei tempi di Leone XIII. Esso è cambiato, ed è in buona parte merito anche del pensiero socialista. Il capitalismo oggi è diverso, ha introdotto degli ammortizzatori sociali, grazie all’azione dei sindacati ha varato una politica sociale, è controllato dallo Stato e dai sindacati. In alcuni Paesi del mondo, però, è rimasto nel suo stato “selvaggio”, quasi come nel secolo scorso”.

Dalle parole di Giovanni Paolo II traspare dunque la realistica accettazione di una realtà politica ed economica ben constatabile oggi, a decenni di distanza dalla fine della Guerra Fredda e del confronto bipolare: l’equilibrio tra Stati Uniti e Unione Sovietica e la natura “sospesa” dei Paesi occidentali tra il 1945 e il 1989 ha fornito da terreno di coltura per un’ampia stagione di sviluppo sociale e di ampliamento delle prerogative in campo economico degli Stati, con conseguenze positive per i lavoratori e le loro organizzazioni di rappresentanza. La dialettica tra forze popolari e forze di stampo socialista, che in Italia ha operato virtuosamente nel processo costituente, costituì il modello di capitalismo di cui Giovanni Paolo II parla positivamente nell’intervista; un modello che, a ben vedere, stava però venendo sorpassato, lasciando spazio al rilancio dello stato “selvaggio”, nel momento stesso in cui l’intervista veniva pubblicata. Tale capitalismo selvaggio, nella sua proposizione legato all’ideologia neoliberista, è stigmatizzato dal pontefice polacco in maniera analoga all’altra grande utopia della seconda metà del XX secolo, il socialismo reale.

La caduta del Muro di Berlino nel novembre 1989 e la fine dell’Unione Sovietica due anni dopo furono simbolicamente considerati come l’attestazione della superiorità del modello economico-politico occidentale, fondato su democrazia liberale e libero mercato, aprendo la strada a una fase di spiccata egemonia statunitense e all’idea che tale modello potesse raggiungere connotati universali. Arrivando a conquistare, passo dopo passo, tutti i Paesi della Terra. Portando, hegelianamente, al superamento di tutti i sistemi esistenti, finalizzati al binomio di stampo occidentale, come presagito dal politologo Francis Fukuyama nel suo saggio “La fine della storia e l’ultimo uomo”.

Lo spirito del tempo predicava il dominio di quella che per Giovanni Paolo II rappresentava la versione negativa di capitalismo, inseritasi nei gangli del cosiddetto “compromesso keynesiano” fautore di un trentennio di crescita economica in tutto l’Occidente, dopo che questo modello era entrato in crisi negli Anni Settanta. Si stava affacciando alla ribalta della storia l’ideologia neoliberista, che predicava una riduzione del ruolo dello Stato nell’economia, l’affidamento di diversi servizi alle regole di mercato, l’individualismo come valore positivo, la deregolamentazione dei servizi finanziari e aveva avuto i suoi bardi negli economisti della Scuola di Chicago e i suoi primi “campioni” politici nel dittatore cileno Augusto Pinochet (1973-1989), nel premier britannico Margareth Thatcher (1979-1992), nel Presidente Usa Ronald Reagan (1981-1989) e, come ha ricordato con acume Luciano Gallino, nel presidente francese François Mitterrand (1981-1995).

Manlio Graziano individua nelle riforme legate all’ideologia neoliberista un tentativo dell’Occidente di inseguire le nuove economie emergenti (prima di tutto asiatiche: la Cina sarebbe presto seguita alle “tigri” come la Corea del Sud e Taiwan) “sul terreno dei loro vantaggi competitivi: salari, protezione sociale e deficit pubblici più bassi[2]”. In generale, il neoliberismo si diffuse sulla scia della fine del periodo di vacche grasse seguito alla fine della seconda guerra mondiale e trovò un fertile terreno di coltura in una società occidentale fortemente mutata dall’aumento dei tassi di consumo, dall’incremento numerico delle classi medie, dal boom demografico; fattori che, assieme al progressivo organizzarsi in campo economico di forze contrarie a ulteriori concessioni sul fronte del lavoro, delle tutele ai salari e di concessioni simili, risultarono funzionali alla creazione di un clima socialmente aperto verso i venti nuovi dell’ideologia neoliberista. Ideologia che, ulteriormente semplificata dall’aggiunta della retorica libertarianamericana e del suo feroce presupposto individualista, aveva il vantaggio di una forte coerenza interna tra i propri dogmi: l’assioma “meno Stato uguale più mercato, più mercato uguale più libertà”, precetto di fede per i neoliberisti, l’esasperata esaltazione del mito del “merito”, in una maniera che richiamava la religione protestante di stampo calvinista, e il rafforzamento del ruolo dell’individuo come singolo intento a una personale corsa verso la frontiera, verso il successo economico erano presupposti affascinanti ai tempi. Così come affascinante poteva sembrare la pretesa del neoliberismo di essere l’ideologia che avrebbe superato tutte le ideologie allora esistenti, riaffermando la verità economica su una politica considerata sempre più inefficiente.

Il superamento del compromesso nato dopo la Seconda guerra mondiale in Occidente presupponeva dunque un affondo contro un equilibrio politico vincente tra le visioni proprie del movimento socialista e laburista e la cultura popolare, di matrice cattolica, a cui i predecessori di Giovanni Paolo II avevano dato una forte strutturazione favorendo la gemmazione di correnti di pensiero di stampo cristiano-sociale in tutti i principali partiti europei. In Italia al popolarismo tradizionale propugnato da Alcide De Gasperi si aggiunsero correnti profondamente innovative nelle file della Democrazia Cristiana, che ebbero in Giorgio La Pira, Giuseppe Dossetti, Enrico Mattei e Amintore Fanfani esponenti di primo piano, capaci di proporre una visione di lungo periodo in grado di contemperare le priorità del settore privato con la presenza di un forte e attivo presidio pubblico nell’economia, nell’industria e nei servizi; in Germania le spigolature più dure del neoliberismo furono temprate dall’intervento dell’ideologia cristiano-sociale, come ben dimostrato dalle esperienze dei governi di Konrad Adenauer e Ludwig Erhard; dalla Francia, invece, si irradiò il profondo pensiero politico e sociale di Jacques Maritain, che delineava l’ideale storico di una nuova cristianità e di un nuovo umanesimo, capace di superare gli steccati delle ideologie del XX secolo (marxismo, neo-liberalismo e fascismo) e di coniugare le necessità della dottrina con i principi della sovranità popolare. La cultura cattolica fu dunque al centro della più intensa, duratura e travolgente esperienza di progresso economico, sociale e giuridico delle masse europee nella loro storia, coincisa con i “Trenta gloriosi”. Logico, dunque, che l’imposizione di nuovi paradigmi da Oltre Atlantico non poteva non destare preoccupazioni alla Chiesa Cattolica per la tenuta sociale dei Paesi occidentali e, soprattutto, per le conseguenze che i dogmi delle ideologie neoliberiste avrebbero potuto provocare in Paesi ove squilibri e sperequazioni sociali ed economiche erano estremamente più accentuate.

Non a caso Giovanni Paolo II amplificò negli anni di rafforzamento dell’egemonia neoliberista il retroterra teorico e culturale della dottrina sociale, che già Paolo VI aveva fortemente puntellando emanando l’enciclica Populorum progressio (1967). Nell’enciclica Sollicitudo rei socialis (1987) Giovanni Paolo II elevò a Stella Polare dell’azione civile dei cristiani la dottrina sociale, sottolineando che essa era da definire non come “un’ideologia”, ma bensì come “l’accurata formulazione dei risultati di un’attenta riflessione sulle complesse realtà dell’esistenza dell’uomo, nella società e nel contesto internazionale, alla luce della fede e della tradizione ecclesiale. Suo scopo principale è di interpretare tali realtà, esaminandone la conformità o difformità con le linee dell’insegnamento del Vangelo sull’uomo e sulla sua vocazione terrena e insieme trascendente; per orientare, quindi, il comportamento cristiano. Essa appartiene, perciò, non al campo dell’ideologia, ma della teologia e specialmente della teologia morale”. Negli anni della finanziarizzazione, dell’ascesa dell’individualismo, dell’atomizzazione delle società in precedenza Giovanni Paolo II aveva risposto con l’enciclica Laborem exercens(1981), in cui il lavoro era definito un bene prima ancora che un diritto, un dovere o, ancora, una merce, e presentato come la manifestazione dell’umanità del suo autore e come fonte di valorizzazione non solo individuale ma anche e soprattutto sociale.

Proprio nell’affossamento dell’elemento lavoro causato dallo sdoganamento del neoliberismo si può individuare la principale “manifestazione degenerata” che Wojtyla accusò nella sua intervista a La Stampa. Lo stesso Giovanni Paolo II approfondì la sua critica del 1993 sei anni più tardi, arrivando a denunciare quelle che riteneva essere le grandi fallacie di un’ideologia economica fortemente in contrasto con la dottrina cattolica (che all’individualismo contrappone il senso di comunità e sul piano sociale difende la tutela di poveri ed emarginati) nel corso di un viaggio apostolico in Messico, in cui fu presentato il rapporto del sinodo Ecclesia in America del 1997: “Sempre più in molti Paesi americani domina un sistema noto come neoliberismo, sistema che, facendo riferimento a una concezione economicistica dell’uomo, considera il profitto e le leggi del mercato come parametri assoluti a scapito della dignità e del rispetto della persona e del popolo. Tale sistema si è tramutato talvolta in giustificazione ideologica di alcuni atteggiamenti e modi di agire in campo sociale e politico che causano l’emarginazione dei più deboli. Di fatto i poveri sono sempre più numerosi, vittime di determinate politiche e strutture spesso ingiuste[3]”. L’anno precedente, nell’iconico scenario di Plaza de la Revolucion, a L’Avana, reduce dall’incontro con Fidel Castro il Papa aveva usato toni altrettanto duri, come ricordato da Gianni Minà.

Nel 1999 le tendenze indicate citate erano pienamente operative. La completa strutturazione dei dogmi neoliberisti era avvenuto con lo sdoganamento della globalizzazione sulla scia dei grandi accordi di libero scambio, della nascita della World Trade Organization (1995) e, soprattutto, dell’edificazione del “Washington consensus” ad opera dei grandi istituti finanziari aventi sede sulle rive del Potomac, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, intente a subordinare i programmi d’assistenza ai Paesi in difficoltà all’applicazione fedele dei dogmi del neoliberismo: “riforme strutturali”, tagli allo Stato sociale, privatizzazioni delle imprese pubbliche, aperture al mercato dei settori più appetibili dell’economia, tagli alla spesa pubblica in generale.

Ciò ha portato a uno sdoganamento dei dogmi neoliberisti in ogni campo dell’economia, a partire dai Paesi occidentali. In Europa il Trattato di Maastricht (1992) fissò capisaldi neoliberisti come i tetti al debito pubblico e la penalizzazione dell’intervento pubblico come punti chiave della costituenda Unione Europea; dagli USA all’Italia si assistette a riforme del welfare e del sistema pensionistico volte a favorire il workfare, la flessibilità, il risparmio. Ovunque la normativa del lavoro favorì la precarizzazione dei rapporti tra dipendenti e aziende, contribuendo a inaugurare una tendenza che i decenni successivi avrebbero amplificato: lo sdoganamento dell’ideologia economica neoliberista ha contribuito a una riformulazione dei diritti sociali che, molto spesso, ha comportato penalizzazioni per le fasce più deboli. L’altra faccia della medaglia della crescita economica, commerciale e finanziaria dell’era globalizzata, sempre meno equamente distribuita.

La dottrina sociale della Chiesa ha voluto farsi, anno dopo anno, forte antemurale agli eccessi del capitalismo, in Europa e nel resto del mondo (inclusi esempi controversi come quello della Teologia della Liberazione), individuando nell’ethos neoliberista una sfida a tutto campo, una battaglia per i cuori e per le menti in cui molti capisaldi dell’insegnamento cristiano venivano messi in discussione. Giovanni Paolo II e i suoi successori, Benedetto XVI e Francesco, non hanno mai mancato di notare la forte convergenza tra le pulsioni individualiste di matrice liberal-capitalista da un lato e la retorica liberal dominata dallo sdoganamento dei diritti individuali e “civili” a scapito dei più solidi e consolidati diritti sociali. Le prime attaccavano la costruzione materiale e economica frutto del grande compromesso politico tra cristiano-sociali e socialdemocratici nelle maggiori democrazie industriali; le seconde picconavano, sulla scia della laicizzazione delle società più prospere, l’istituzione Chiesa, messa alla berlina come centrale “reazionaria” e ostile alle varie forme di emancipazione via via presentate come manifestazione di progresso (liberalizzazione delle droghe, unioni omosessuali, aborto, fine vita, riforme dell’educazione).

La maggiore minaccia alla posizione e all’influenza globale della dottrina sociale e della Chiesa stessa è divenuta dunque la sinergia tra l’influenza politica ed economica di ideologie di matrice anglosassone, dunque forgiate sull’ethos protestante, sempre pronte a ammantarsi di progressismo per farsi egemoniche e lo scivolamento della difesa della centralità del lavoro e della sua natura di collante sociale alla periferia della dialettica sociale. Di questa minaccia Karol Wojtyla, Joseph Ratzinger e Jorge Mario Bergoglio sono stati da sempre estremamente coscienti: Giovanni Paolo II ha avuto indubbiamente il merito di rilanciare il discorso sulla dottrina sociale della Chiesa, rilanciandone il ruolo di istituzione emancipatrice. Su questo tracciato i suoi successori sono intervenuti alzando ulteriormente l’asticella della critica.


[1] Jas Gawronski, Intervista a Papa Giovanni Paolo II, La Stampa, 2 novembre 1993.

[2] Manlio Graziano, L’isola al centro del mondo, Il Mulino, Bologna, 2018, pag. 326

[3] Sebastian Dho,Neoliberismo inaccettabile, Gazzetta d’Alba, 17 marzo 1999.

Bresciano classe 1994, si è formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano. Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ha conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019. Il suo principale interesse di studio è la geoeconomia, ovvero l’analisi degli effetti dell’interdipendenza tra le grandi questioni geopolitiche e le dinamiche industriali, commerciali e produttive del mondo contemporaneo, con un focus particolare sull’impatto della rivoluzione tecnologica, sulla sfida Usa-Cina e sul ruolo dell’Europa nel mondo contemporaneo.

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