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La civiltà giudaico-cristiana – I

La civiltà giudaico-cristiana – I

Fino a qualche decennio fa termini come “giudeo-cristianesimo”, “giudeo-cristiano” o “giudaico-cristiano” erano per lo più utilizzati in ambito specialistico per indicare delle forme di religiosità sincretica del passato in cui si fondevano e confondevano, in combinazioni variabili ma con tratti comuni, elementi dottrinali e/o devozionali prettamente cristiani con elementi dottrinali e/o devozionali prettamente giudaici. Come possiamo apprendere da varie fonti, a partire dallo stesso Nuovo Testamento[1], questo fenomeno si manifestò sin dal principio della scissione fra cristianesimo e giudaismo post-veterotestamentario. Da parte di alcuni dei primi ebrei che divennero cristiani si poteva presentare come una reticenza ad abbandonare determinate usanze e credenze giudaiche incompatibili con l’universalità cristiana, da parte di non-ebrei che diventavano cristiani invece come un’ingiustificata adozione di elementi giudaici non necessari e non richiesti per divenire cristiani. Chi ricade in quest’ultima categoria allora come adesso – una certa attrazione verso questa componente della propria religione è per i cristiani una costante – viene propriamente definito con un termine sempre meno utilizzato come “giudaizzante”.

Specularmente dal punto di vista dei discendenti di quegli ebrei che non riconobbero Gesù come il messia atteso, e che quindi percepivano il cristianesimo come un’eresia e una minaccia, poteva manifestarsi come un’attrazione da parte di propri correligionari per elementi dottrinali e/o devozionali e/o sociali dei cristiani.

Il perché da parte cristiana queste forme di sincretismo siano state combattute sin dal principio è semplice quanto sempre più misconosciuto: il timore – concreto, in effetti – della confusione, della subordinazione e in definitiva dell’indebolimento e del decadimento della dottrina cristiana. Una vera e propria giudeofobia. Non a caso lo storico ebreo Mark R. Cohen afferma[2] che in passato gli ebrei soggetti all’autorità islamica furono meno oppressi rispetto agli ebrei soggetti all’autorità cristiana
perché l’islam non aveva la stessa esigenza del cristianesimo di marcare nettamente le distanze teologiche col giudaismo e le conseguenti ricadute sociali. Classicamente infatti dal punto di vista cristiano ciò che di giudaico c’è nel cristianesimo, come i testi dell’Antico Testamento o l’attesa messianica e l’impostazione monoteistica, è già considerato in tale prospettiva come appartenente alla suddetta tradizione, mentre elementi che le sono estranei, come il corpus talmudico o la negazione dell’Incarnazione e l’attesa di un altro messia ovvero ciò che è proprio del giudaismo post-veterotestamentario, no. L’opposizione teologica al giudaismo (da non confondere con la tendenza all’antisemitismo benché non siano l’una estranea all’altra) è per questo connaturata al cristianesimo, e lo è tanto quanto è un dato scontato nel giudaismo post-veterotestamentario l’opposizione alla dottrina e alla prassi cristiane.

Si pensi che Flavio Claudio Giuliano, nominalmente ultimo imperatore romano non-cristiano, promosse nel IV° secolo dopo Cristo una ricostruzione del Tempio di Gerusalemme, che tuttavia non si realizzò perché un terremoto interruppe i lavori appena iniziati e dopo la sua morte nessuno più li riprese. Ovviamente l’iniziativa di Giuliano non procedeva da un ipotetico filogiudaismo ma da un preciso calcolo politico per contenere il dilagante cristianesimo: rinnovare la religione giudaica avrebbe infatti indebolito la religione con questa in diretta competizione, quella cristiana, che a sua volta minava – o meglio, come abbiamo visto, assorbiva – quella degli avi. È interessante notare che per gli storici Sozomeno, cristiano, e Ammiano Marcellino, pagano ma non avverso al cristianesimo, il progetto di ricostruzione venne abbandonato perché ogni qual volta gli operai cercavano di riedificare il tempio venivano ustionati da terribili fiamme provenienti dalle viscere della terra, fino al suddetto terremoto che distrusse ciò che fino ad allora era stato fatto. Come se si volesse affermare che la volontà divina era effettivamente che il Tempio non fosse ricostruito. Perché, è evidente, un’eventuale ricostruzione di un terzo tempio a Gerusalemme avrebbe posto dei dubbi sulla distruzione del secondo annunciata da Gesù cioè sulla ricostruzione spirituale da lui operata in maniera del tutto inattesa[3].

Ugualmente i rabbini hanno combattuto l’assimilazione e la scomparsa della loro tradizione religiosa rimarcandone le peculiarità e limitando per quanto possibile le acquisizioni dall’esterno. L’attivista ebreo per i diritti umani Israel Shahak[4] definisce per questo la realtà dei ghetti ebrei in Europa come un’utopia chiusa, una sorta di Sparta ebraica perennemente in lotta con l’esterno. Se infatti nel cristianesimo possiamo riscontrare una sorta di giudeofobia intrinseca specularmente nel giudaismo post-veterotestamentario non possiamo non notare una critica radicale al cristianesimo.

Ma nonostante tale rivalità, nonostante l’incompatibilità teologica di fondo su alcuni punti-chiave (Gesù come messia e Dio, la Trinità, il culto mariano, la venerazione dei santi e dei simulacri, etc), nonostante da principio e per secoli le commistioni di cristianesimo e giudaismo post-veterotestamentario siano state interpretate dall’una e dall’altra religione come pericolose eresie e come tali combattute, nonostante questo e altro ancora nel corso della storia si sono periodicamente ripresentati dei sincretismi sotto svariate forme.

Un esempio ante litteram, precedente allo stesso cristianesimo, è quello dei Theosebeis o Sebomenoi(“timorati di Dio”, “credenti”), una corrente religiosa di ispirazione giudaica formata da non-ebrei che abitavano nella regione di Harran, un’area compresa tra l’Anatolia Sud Orientale e il nord della Siria. Tra le loro pratiche c’era ad esempio quella dell’iniziazione attraverso l’immersione rituale, a rievocazione dell’inondazione del mondo durante il Diluvio universale che ripulì la Terra dagli uomini dediti al peccato. Poiché non vi è traccia di continuità fra queste comunità e il cristianesimo il dato più significativo in merito è che esse sono forse alla base del misterioso termine coranico sabi’a, utilizzato in modo vago per indicare dei credenti non musulmani né ebrei né cristiani ma meritevoli di essere ricompresi nel novero dei monoteisti.

Sebbene facciano parte integrante della spiritualità occidentale, e sebbene non siano del tutto estranee al processo che stiamo analizzando, non ci occuperemo neanche di commistioni fra concetti cristiani ed esoterici/cabalistici come quelle massoniche. Benché non siano di certo trascurabili queste pratiche rimangono per definizione ad appannaggio di strette cerchie di persone, mentre quel che ci interessa riportare qui sono le forme di religiosità essoteriche, cioè esteriori, manifeste e abbastanza diffuse da poter essere definite come di popolo.

Per lo stesso motivo ha poco senso trattare degli apporti delle piccole comunità ebraiche presenti in Europa. Certamente ci furono, ma allora non si capisce perché, ad esempio, dato l’apporto dato dai contatti con la civiltà islamica nei campi della filosofia, della matematica, della scienza, non si parli allora anche delle “radici islamiche dell’Europa”, come in realtà più di un intellettuale ha suggerito sarebbe corretto fare[5].

Dato che quel che interessa qui capire è il perché si parli oggi diffusamente di “radici giudaico-cristiane dell’Occidente” dobbiamo esaminare piuttosto fenomeni di massa capaci di determinare, influenzare o sancire la trasformazione da negativo in positivo di questo essere “giudaizzante”.

Potremmo subito annoverare fra i sincretismi giudeo-cristiani, e addirittura come uno dei più antichi sopravvissuti e a noi giunto, quella religione che in questa trattazione torna continuamente insieme a giudaismo e cristianesimo, l’islam, che come  sistema abramitico dalla forte connotazione semitica ma universalista ha innumerevoli tratti in comune sia col primo che col secondo; ma ciò – ancor prima che potenzialmente fuorviante per questo passaggio dell’analisi – risulterebbe irrispettoso nei confronti della sua dottrina secondo cui esso è il frutto non di una commistione fra religioni bensì di una rivelazione divina. Certamente, proprio per queste vicinanze e in generale per la sua continua competizione/interconnessione sia col giudaismo che col cristianesimo, l’islam non è del tutto estraneo a queste dinamiche e c’è addirittura chi si è spinto a ricercare nelle commistioni fra questo e il cristianesimo, ancor prima che in quelle fra il cristianesimo e il giudaismo post-veterotestamentario, i semi della secolarizzazione ovvero della trasformazione della civiltà occidentale[6].

A tale processo di secolarizzazione non sono ovviamente estranei i confronti con le culture altre e la conseguente relativizzazione, e infatti ciò che più impegna da anni la Chiesa cattolica è, parallelamente all’affrontare la suddetta inesorabile trasformazione, il lavorio di armonizzazione fra la sua millenaria dottrina e la progressiva rilevanza delle altre religioni all’interno del suo tradizionale campo d’azione, giudaismo e islam in primis. La sequenza delle azioni messe in atto mostra chiaramente come anche il cattolicesimo, verosimilmente influenzato di rimando dal mondo protestante, non sfugga alla dinamica che stiamo trattando: partendo dalla modificazione della tradizionale Preghiera del Venerdì Santo e passando per le dichiarazioni conciliari Lumen Gentium e Nostra Aetate fino a documenti come il recente Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili (Rm 11,29) la revisione dell’atteggiamento e delle posizioni tradizionali della Chiesa verso gli ebrei è evidente. Non a caso Papa Giovanni Paolo II ha definito gli ebrei «fratelli maggiori»[7] e Papa Francesco, ad esempio nella sua lettera enciclica Laudato Si’, ha utilizzato proprio il termine «tradizione giudeo-cristiana»[8]. E anche Benedetto XVI ritiene evidentemente la questione di capitale importanza, ma non risolta, se dalla condizione di ritiro in cui si trova ha sentito l’urgenza di mandare in stampa lo scritto Gnade und Berufung ohne Reue dove spiega come il rapporto fra cristianesimo e giudaismo debba andare oltre le formule già espresse[9]. Non si pensi però che ciò riguardi solo la parte progressista o comunque moderata della Chiesa: il nome scelto per la scuola di formazione politica nata dalla collaborazione tra l’influente cardinale conservatore statunitense Raymond Burke e l’intellettuale di destra Steve Bannon, che si autodefinisce «cristiano sionista»[10], era proprio Academy for the Judeo-Christian West[11]; o si pensi al simil-evangelico LifeSiteNews, vero e proprio punto di riferimento on line per i cattolici pro-life di tutto il mondo, che tra i suoi obiettivi dichiara quello di difendere i «tradizionali valori giudeo-cristiani[12].

Dunque se apparentemente per la Chiesa cattolica le sfide più impellenti da affrontare sono la diserzione delle masse dalla vita ecclesiale, le problematiche connesse al celibato ecclesiastico, la crisi delle vocazioni e in generale la crisi della religione cristiana, non sfugge agli osservatori più attenti che tutte queste dinamiche marciano di pari passo con la trasformazione del senso del Sacro nella culla del cattolicesimo stesso. Tra le varie confessioni cristiane il cattolicesimo è infatti, insieme all’ortodossia, quella più vicina al pagano-cristianesimo originario, e dunque quella che più ha da perdere in una gestione sbagliata della suddetta transizione. Per questo è in continua crescita l’attenzione sul rapporto tra cristianesimo e giudaismo, e tra cristianesimo e islam oltre che con tutte le altre religioni, e per questo la Chiesa cattolica ormai ammette, con grande disappunto da parte degli irremovibili tradizionalisti, che la sua prospettiva ora possa e debba convivere con le altre.

Per dovere di cronaca, benché siano fenomeni marginali, riportiamo che per quanto riguarda il giudaismo post-veterotestamentario, in particolare le sue correnti riformate, ci sono piccoli movimenti che vedono positivamente la figura di Gesù e alcuni che arrivano a considerarlo assimilabile al Messia atteso. E costoro sono visti di buon occhio da quei cristiani che cercano in tali manifestazioni un’anticipazione della da loro auspicata conversione in massa degli ebrei al cristianesimo. Ma come detto si tratta di gruppi di nicchia per la cui trattazione approfondita rimandiamo, così come per i pur macroscopici fenomeni fin qui trattati, ad altri saggi specifici.

Ciò che dobbiamo arrivare infine a codificare, e che è ovviamente a tutte queste dinamiche connesso, è infatti qualcosa di meno evidente, meno definito, ma non per questo di minore portata. Anzi, è proprio il sincretismo di cui abbiamo parlato all’inizio ma portato a un livello tale da farlo ritenere da molti non più un’eterodossia ma l’ortodossia dei nostri tempi. Talmente pervasivo da essere quasi inavvertibile.

Ciò di cui ci occupiamo qui è insomma il perché dell’accezione divenuta oggi più comune di termini quali “giudaico-cristiano” o “giudeo-cristianesimo”, quella utilizzata per definire la civiltà occidentale in sé e le sue radici per le quali teoricamente si dovrebbe invece usare – come abbiamo visto – l’aggettivazione “pagano-cristiane”.

3 – continua

1 – La religione ufficiosa dell’Occidente: introduzione

2 – Le radici pagano-cristiane dell’Occidente

3 – La civiltà giudaico cristiana – prima parte

Tratto da: Alessio Pinna, Una benedizione in mezzo alla Terra, Streetlib 2019.

Dibattito sull’Occidente


[1] At 15,21; Gal 2; 1Tm 6; etc.

[2] The Neo-Lachrymose Conception of Jewish-Arab History (Tikkun 6.3, 1991); Under Crescent and Cross (Princeton University Press, 1994).

[3]Gv 2:19-21.

[4]Israel Shahak, Storia ebraica e giudaismo (Centro Librario Sodalitium, 1997).

[5]Massimo Jevolella, Le radici islamiche dell’Europa (Boroli Editore, 2005); https://www.mosaicodipace.it/mosaico/a/9228.html – consultato il 07/07/2019; https://www.monasterodibose.it/component/ohanah/le-radici-islamiche-dell-europa?Itemid=  – consultato il 08/07/2019.

[6]Lucetta Scaraffia, Rinnegati – Per una storia dell’identità occidentale (Laterza, 1993).

[7]http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1986/april/documents/hf_jp-ii_spe_19860413_sinagoga-roma.html – consultato il 07/06/2019.

[8]Papa Francesco, Laudato Si’ (LEV, 2015), 15 e 76.

[9]https://www.communio.de/pdf/vorabveroeffentlichung/Communio-Benedikt_XVI-2018.pdf – consultato il 24/05/2019.

[10]https://www.timesofisrael.com/at-zoa-event-bannon-asks-jews-to-join-his-war-on-gop-establishment/ – consultato il 25/05/2019.

[11]https://www.washingtonpost.com/world/europe/with-support-from-steve-bannon-a-medieval-monastery-could-become-a-populist-training-ground/2018/12/25/86dac38a-d3c4-11e8-a4db-184311d27129_story.html?noredirect=on&utm_term=.b52d37a0470e – consultato il 24/05/2019.

[12]https://www.lifesitenews.com/about – consultato il 13/07/2019.

Alessio Pinna è un ricercatore attivo nel campo degli studi sulle religioni, autore di diverse pubblicazioni e svariati articoli. È stato docente IRC nella scuola pubblica, docente di Teologia delle Religioni Non-Cristiane presso il Centro Diocesano di Teologia di Oristano e collaboratore del settimanale diocesano L'Arborense. Nei suoi lavori fa uso, oltre che della metodologia propria della saggistica, di uno stile narrativo a suo parere necessario per trattare adeguatamente materie in parte intangibili come quelle che coinvolgono la metafisica

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