Top

Derek Freeman: un antropologo tra natura e cultura

derek Freeman

Derek Freeman: un antropologo tra natura e cultura

In questo periodo stiamo assistendo a vivaci discussioni tra scienziati sia sulla degenerazione del nostro clima, sia sul progresso della recente epidemia di Covid. Quasi quotidianamente siamo spettatori di dibattiti televisivi e scambi di opinioni più o meno accese tra specialisti. Cogliendo questo contesto, il ritratto di questa settimana lo dedichiamo all’antropologo Derek Freeman e alla polemica che egli ebbe, postuma, con Margaret Maed.

Derek Freeman nasce a Wellington nel 1916, da padre australiano e madre neozelandese, nel 1934 entra al Victoria University College dove studia filosofia, psicologia e ottiene poi la licenza di insegnamento. Qui matura l’interesse per l’antropologia, studiando approfonditamente il lavoro di Margaret Mead del 1928 sull’adolescenza nelle isole Samoa: L’adolescenza in Samoa (Coming of age in Samoa). In questi primi anni di ricerche la sua posizione antropologica si attesta sul determinismo culturale, studiando lo sviluppo dei bambini a Wellington. Nel 1940 ottiene di poter studiare la cultura samoana, come fece la Mead venti anni prima: va come insegnante in Samoa e padroneggia perfettamente la lingua locale, conducendo anche studi archeologici e restandovi fino al 1943, anno in cui torna in patria, arruolandosi nella Riserva Navale Neozelandese. Quando si reca nel Borneo, per la ritirata delle truppe di occupazione giapponese nel 1945, entra in contatto con la cultura Iban. Dopo la fine della guerra decide di conseguire il dottorato, che ottiene a Oxford nel 1953, sulla agricoltura degli Iban. In questi anni di studio tra Samoa e Borneo muta la sua concezione antropologica di fondo: al determinismo culturale egli oppone ora un approccio che definisce come “interazionista”, che tiene conto anche di cause biologiche e psicologiche, che agiscono indipendentemente dal contesto culturale, facendo riferimento all’evoluzionismo e agli universali della psicanalisi. In particolare è lo studio della cultura Iban che porta Freeman ad abbandonare il paradigma della Mead, poiché lo lascia insoddisfatto sulle spiegazioni dei legami familiari di parentela. Nella sua visione antropologica riacquista un nuovo peso la Natura, a discapito della Cultura cercando di riportare in auge un approccio biologista, che sembrava essere sulla via del tramonto proprio grazie ai lavori di Margaret Mead.

Questo lo porta a criticare privatamente il lavoro della Mead e la sua concezione di fondo, soprattutto dopo due anni di studio della psicanalisi. Margaret Mead nel suo studio aveva cercato di dimostrare che le turbe adolescenziali tipiche della società occidentale, e americana in particolare, e che la psicologia riteneva essere un comportamento naturale, erano invece un prodotto culturale. Pertanto si era recata con questo intento in Samoa per studiare una cultura primitiva, che potesse confermare la sua tesi. La sua conclusione fu che la cultura della Samoa forniva una transizione relativamente morbida tra infanzia ed età adulta.

Freeman torna poi in Samoa dal 1965 al 1968 per confutare gli studi e i presupposti della teoria della Mead. Qui sostiene di aver incontrato molte testimoni che sconfessano le descrizioni della sessualità dell’antropologa americana, dicendo di averla ingannata per ischerzo. Freeman a quel tempo è una personalità tormentata con un esaurimento nervoso che lo aveva colpito nel 1961 e del quale ha una ricaduta probabile proprio nel 1968.

Il materiale raccolto nei suoi anni di studio viene organizzato da Freeman in un libro nel 1983: Margaret Mead e le Samoa: la fabbricazione di un mito antropologico. Margaret Mead è morta nel 1978 e fino ad allora le voci di dissenso erano state relativamente tranquille: molti non avevano il coraggio di sfidare il gigante dell’antropologia che sapeva rivelarsi imperiosa e insofferente e che soprattutto gestiva concessioni di fondi e posti di lavoro.

Il libro viene pubblicato dalla Harvard University Press ed emerge un ritratto che sconfessa completamente il lavoro della Mead. Freeman attribuisce ai samoani un comportamento del tutto opposto a quello riscontrato dalla Mead: competitività, religiosità fanatica, disciplina rigida, culto della verginità e biasimo dei rapporti pre ed extra coniugali. Ne sono indicatori empirici le faide familiari per motivi di adulterio e altre reazioni violente legate alla sfera sessuale. Freeman attribuisce l’opposizione di visione ad errori della Mead: in primo luogo era arrivata alla Samoa con l’intento di confermare la sua teoria pregressa da dimostrare e aveva fatto di tutto per cogliere nella società samoana ciò che cercava. In secondo luogo la mancata padronanza della lingua samoana e in terzo luogo le fonti che la Mead aveva utilizzato: si era informata prevalentemente da adolescenti che non potevano trasmetterle una piena dimensione politica della società.

Il mondo antropologico accademico americano, con Lowell Holmes in testa, si scaglia contro Freeman, sostenendo da un lato che negli anni di distanza tra gli studi della Mead e i suoi la società samoana avrebbe potuto anche cambiare radicalmente e che le testimoni prodotte da Freeman avevano già mentito, ammesso che lo avessero fatto, alla Mead, pertanto non sono affidabili.

A queste obiezioni Freeman ribatte che il lavoro della Mead era parziale, poiché aveva dimenticato di indagare anche la sfera pubblica e politica, cercando la sua tesi solo nell’ambito privato, per altro non notandosi aumenti nascite dovute alla libertà sessuale adolescenziale.

La polemica va avanti negli anni successivi con tante accuse anche personali e pochi progressi. Sicuramente la bomba sganciata da Freeman ha scosso il modo dell’antropologia culturale che forse si era adagiato troppo sia sul modello culturalista e induttivista, sia su un piano epistemologico, dimenticando come quella in oggetto fosse una scienza “molle” . L’opera di Freeman ha sicuramente ridestato il mondo antropologico da un certo torpore dando anche risalto ad una disciplina quasi mai balzata agli onori della cronaca, dato che le frecce polemiche vennero scagliate a mezzo niente meno che del NY Times.

Freeman muore per insufficienza cardiaca nel 2001.

  1. Edgar Morin: il filosofo della complessità.
  2. Sultan Galiev: il protagonista dimenticato della Rivoluzione Russa.
  3. Giacomo Brodolini, il padre dello Statuto dei Lavoratori.
  4. Pankraz Vorster, l’ultimo Principe-Abate.
  5. Jakob Moleschott: medico, filosofo e politico.
  6. Derek Freeman: un antropologo tra natura e cultura.
  7. Leslie Groves: da West Point al Progetto Manhattan.
  8. Walter Bonatti, l’ultimo gigante dell’avventura.
  9. Ciccilla, una brigantessa tra storia e letteratura
  10. La strada del coraggio di Gino Bartali

Clicca qui per vedere tutti gli altri “Ritratti” pubblicati dall’Osservatorio

Laureato magistrale in Scienze Filosofiche all'Università degli Studi di Milano, è attualmente consigliere comunale nel paese di Cesano Boscone.

Post a Comment


доступен плагин ATs Privacy Policy ©

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Questo sito fa uso di cookie, file di testo che vengono registrati sul terminale dell’utente oppure che consentono l’accesso ad informazioni sul terminale dell’utente. I cookie permettono di conservare informazioni sulle preferenze dei visitatori, sono utilizzati al fine di verificare il corretto funzionamento del sito e di migliorarne le funzionalità personalizzando il contenuto delle pagine in base al tipo del browser utilizzato, oppure per semplificarne la navigazione automatizzando le procedure ed infine per l’analisi dell’uso del sito da parte dei visitatori. Accettando i cookie oppure navigando il sito, il visitatore acconsente espressamente all’uso dei cookie e delle tecnologie similari, e in particolare alla registrazione di tali cookie sul suo terminale per le finalità sopra indicate, oppure all’accesso tramite i cookie ad informazioni sul suo terminale.