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Edgar Morin: il filosofo della complessità

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Edgar Morin: il filosofo della complessità

Debutta oggi sull’Osservatorio Andreas Massacra, nuovo collaboratore del nostro progetto, che curerà una rubrica settimanale di “ritratti”, raccontando la parabola umana e culturale di importanti protagonisti della cultura contemporanea, inaugurata oggi con il filosofo francese Edgar Morin. Morin, teorico del neoumanesimo e della centralità dell’uomo nell’economia, forte di una lunga carriera e di una militanza politica avviata nel campo della Resistenza e dell’esercito della Francia Libera durante la seconda guerra mondiale, compie oggi 99 anni.

Se vogliamo, se dobbiamo, se ci piace condurre una rubrica, un mini appuntamento settimanale su un personaggio da descrivere in maniera più o meno didascalica vorremmo iniziare con il filosofo francese Edgar Morin, nato l’8 luglio del 1921 a Parigi. Edgar Nahoum è di famiglia sefardita fin da giovane fa parte di gruppi socialisti e antifascisti (come la Solidarietà Internazionale Antifascista) e dopo aver conseguito due lauree (Storia e Geografia e Legge) si arruola nella resistenza di comunista raggiungendo il grado di tenente nell’esercito della Francia Libera, facendo parte del MNPGD (Movimento Nazionale dei Prigionieri di Guerra e Deportati) e rimarrà membro del PCF fino al 1951, anno in cui viene espulso per alcuni suoi articoli estremamente critici dello stalinismo su France Observateur. Nel 1950 Moorin entra intanto nel CNRS (Centro Nazionale di Ricerca Scientifica). Grazie al ruolo di ricercatore estende i suoi interessi oltre la politica e la storia, comprendendo etnologia, antropologia, sociologia e biologia, per da vita ad una filosofia estremamente varia e complessa, che cercheremo brevemente di illustrare e che potremmo chiamare come “Filosofia della Complessità”. In questa ottica Morin cerca di ricostruire e riformare il pensiero umano chiarificando e cercando i punti di contatto tra i saperi particolari frutto della specializzazione scientifica settecentesca. Segnatamente, a livello epistemologico, cerca di federare, se così si può dire le due grandi culture occidentali, quella umanistica e quella scientifica. Un percorso che porta Morin (pseudonimo che ha assunto durante la Resistenza) a guardare con occhio storico/evoluzionista la nascita del pensiero, del linguaggio e delle scienze stesse. A livello epistemologico l’opera principale di Morin è “Il metodo”, composta in 6 libri in cui analizza la logica, i paradigmi del pensiero delle scienze umane ed esatte, il linguaggio e la vita delle idee.  L’impegno ontologico, in realtà solo formale, del suo pensiero è espresso in due opere principalmente, “La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero” e “L’Intelligence de la complexité. Épistémologie et pratique”. Si compone grosso modo di sette punti: il principio sistemico, per cui il tutto è più della somma delle sue parti e che ha come corollario l’emergentismo anti riduzionista; il principio ologrammatico per cui la parte è nel tutto ma il tutto è nella parte (l’eredità genetica è in ogni singola cellula così come l’eredità sociale è in ogni individuo); il principio della causalità complessa o non lineare per cui l’effetto agisce sulla sua propria causa (come i termostati e l’omeostasi); il principio ricorsivo in virtù del quale gli effetti producono le proprie cause instaurando con esse rapporti di interdipendenza, per cui si assiste agli individui che producono la società che a sua volta, con la lingua e la cultura produce l’umanità degli individui; il principio di dipendenza ecologica, in base al quale ogni vivente, come sistema auto-organizzato deve attingere risorse dall’ambiente circostante esterno per mantenere la propria auto-organizzazione; il principio dialogico che coniuga gli opposti; il principio di reintroduzione della conoscenza per cui qualsiasi processo o macchina contiene il soggetto che li ha pensati, divenendo così ogni teoria scientifica, ogni conoscenza (volendo essere più larghi) una ricostruzione di una mente in una data cultura e tempo. Partendo da questi corposi presupposti, Morin analizza la contemporanea era globale e dell’informazione.

L’era globale dell’informazione (informazione che ha sempre carattere antropomorfo perché da noi mediata e che è una materia prima che la conoscenza deve padroneggiare e integrare) e del capitalismo è affetta da diversi difetti: il primo è la trasformazione dell’uomo in mezzo dell’economia e non in fine di essa; il secondo è un futuro in cui le crisi ambientali, economiche, finanziarie e politiche si susseguiranno con rapidità e interdipendenza; il terzo è il transumanesimo che affida ai robot e alle AI i compiti più gravosi ma che porta ad una quantitivizzazione dell’uomo ignorando la necessità dei progressi morali e intellettuali. In altre parole la frammentazione della cultura contemporanea e la sua specializzazione che con la cultura scientifica (che è vista ora in antitesi con quella umanistica che affronta la riflessione sui prolmei umani e l’integrazione delle conoscenze) ha suscitato straordinarie scoperte, geniali teorie, ma non una riflessione sul destino umano e sul divenire della scienza stessa, non dà la necessaria visione globale d’insieme e ciò conduce ad una debilitazione sia della responsabilità, perché ognuno si ritiene responsabile solo del suo stretto campo, sia della solidarietà perché la conoscenza tecnica viene riservata agli esperti mentre al cittadino è quasi negato il diritto alla conoscenza.

La risposta di Morin è quella di un neoumanesimo, di una nuova Politica della Civiltà: una riunione delle due culture che porti l’uomo ad essere fine della sua azione, ristabilendo solidarietà e responsabilità tra le diverse civiltà planetarie (la civiltà per Morin è il processo attraverso il quale si trasmettono da una comunità all’altra: le tecniche, i saperi, le scienze; laddove la cultura è l’insieme delle credenze e dei valori tipici di una determinata comunità). La globalizzazione ha puntato sul “di più”, mentre la nuova politica deve puntare sul “meglio”.

Altri 99 di questi anni.

  1. Edgar Morin: il filosofo della complessità.
  2. Sultan Galiev: il protagonista dimenticato della Rivoluzione Russa.
  3. Giacomo Brodolini, il padre dello Statuto dei Lavoratori.
  4. Pankraz Vorster, l’ultimo Principe-Abate.
  5. Jakob Moleschott: medico, filosofo e politico.
  6. Derek Freeman: un antropologo tra natura e cultura.
  7. Leslie Groves: da West Point al Progetto Manhattan.
  8. Walter Bonatti, l’ultimo gigante dell’avventura.
  9. Ciccilla, una brigantessa tra storia e letteratura
  10. La strada del coraggio di Gino Bartali

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Laureato magistrale in Scienze Filosofiche all'Università degli Studi di Milano, è attualmente consigliere comunale nel paese di Cesano Boscone.

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