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Esclusione, rabbia e rancore: il problema della povertà bianca negli Usa

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Esclusione, rabbia e rancore: il problema della povertà bianca negli Usa

Iniziamo dalla fine. La conclusione di questo articolo, nonché la sua tesi, è che alla base delle proteste di Capitol Hill avvenute nella giornata del 6 gennaio ci sia il malcontento delle classi basse e bassissime della popolazione bianca statunitensi. In altre parole, l’elefante nella stanza della società statunitense, cioè l’endemica povertà che colpisce i diseredati bianchi, ha reagito alla sconfitta di colui nel quale riponevano le speranze di una vita migliore. Speranze mal riposte ovviamente. Si è giustamente parlato molto della polarizzazione che sta falcidiando gli USA e del fatto che ciò che è successo al Campidoglio sia un atto sintomatico della “crisi dell’impero” a stelle e strisce. Tutto vero ma poi le analisi si restringono nella definizione della folla trumpista come complottista, antisemita, nazionalista e altri aggettivi che nascondono quella che è la vera domanda: chi sono coloro che sono scesi in piazza? La risposta non può essere i Proud Boys o i complottisti di QAnon perché non è la realtà. Dietro a quelle sigle c’è il malcontento di chi si sente trascurato e tradito da chi doveva aiutarlo durante la tempesta che in questo caso è la dura crisi economica che ha investito gli Stati Uniti. Una crisi che sembrava alle spalle ma è stata acuita e rintuzzata dalla pandemia le cui conseguenze saranno particolarmente nefaste.

Quando il movimento del Black Lives Matter fece il suo dirompente ingresso nelle città americane la stampa mondiale si prodigò in analisi più o meno approfondite, più o meno azzeccate delle ragioni per cui queste manifestazioni avvenivano. E queste ragioni, più che legittime e corrette, vennero individuate nella brutalità poliziesca e nel razzismo ancora oggi sistemico e ben presente nella società americana. Questo doveroso passaggio è stato totalmente dimenticato per quanto riguarda le manifestazioni pro-Trump del 6 gennaio. Ci si è affrettati a dare delle etichette: qanonisti, terroristi, golpisti, suprematisti, manifestanti folkloristici quando di folkloristico non c’è proprio nulla. Tutto ciò per evitare di chiedersi le ragioni per la quale persone appartenenti alle classi sociali più povere siano scese in piazza e abbiano assaltato il Campidoglio in difesa di un miliardario.

Perché quello che sta accadendo negli USA, sotto gli occhi esterrefatti di un mondo che per la prima volta dopo molto tempo vede il re nudo, è pura lotta di classe. Che si manifesta come una guerra tra poveri, ignari del fatto che nonostante le differenze epidermiche la loro condizione è ugualmente misera.

Il convitato di pietra della società statunitense ha battuto un colpo per farsi sentire ed è rimasto ancora inascoltato. L’attenzione era tutta su sciamani ridicoli. Come reagirà?

La povertà, un problema di tutte le etnie

Il numero di poveri negli Stati Uniti è difficilmente quantificabile a causa dei dati non ancora completi dovuti agli effetti della pandemia. Il tasso di povertà dovrebbe attestarsi al’11.7%, un dato molto simile al 11.8% del 2018. Prima di addentrarci nei numeri una breve riflessioni su un dato interessante. Il coefficiente di Gini, un sistema buono per farsi un’idea del peso della disuguaglianza, degli Stati Uniti segna 0.485. Per inquadrare meglio questa cifra che così risulta arida si tenga conto che se il valore del coefficiente è compreso tra 0 e 0.2 la disuguaglianza è praticamente nulla, tra 0.2 e 0.3 è contenuta, tra 0.3 e 0.4 è sufficiente, tra 0.4 e 0.5 la disuguaglianza è notevole, sopra lo 0.5 è grave. E la disuguaglianza non ha etnia negli USA. Tra l’altro la pandemia ha colpito duro su tutta la popolazione con il tasso di povertà aumentato in maniera piuttosto incisiva con 8 milioni di persone in più che si ritrovate in questo stato. Ma quanti sono i poveri bianchi? Rispondere a questa domanda aiuta a inquadrare dinamiche che influiscono anche sulla politica. Innanzitutto la popolazione caucasica negli Stati Uniti è il 60% del totale e corrisponde a 197 milioni di persone. Il numero dei poveri di questa etnia corrisponde al 10.1% secondo i dati elaborati da una ricerca delle università di Chicago e Notre Dame. Questo significa che i poveri bianchi sono 19.7 milioni, come un terzo della popolazione italiana. La situazione sarebbe ancora peggiore se non ci fossero stati gli aiuti statali. Infatti, per quanto essi siano stati insufficienti, hanno permesso a quasi altre 8 milioni di persone di evitare la povertà. Di queste 8, 4.2 sarebbero stati bianchi.

Conseguenze politiche

Le ricadute politiche di questi dati sono spesso analizzati in maniera superficiale. Prendendo in considerazione i dieci stati più poveri degli USA, ben nove hanno votato Trump nelle ultime elezioni. Il candidato repubblicano ha sempre vinto con un distacco cospicuo soprattutto in West Virginia, primo stato americano più povero, dove ha preso il 69% e in Alabama che si posiziona sesto in questa triste classifica dove The Donald ha ottenuto il 62%. In questi Stati la crisi economica ha picchiato particolarmente duro. Tra il 2000 e il 2016 la Louisiana ha perso il 6% dei posti di lavoro, l’Alabama l’8.4% e il Mississippi il 6.5%. Sia la Louisiana sia il Mississippi sono stati territori di conquista dell’oramai ex presidente. Cosa possiamo ricavare da questi dati? Si può dedurre che Trump ha fatto breccia nella popolazione che più ha subito gli effetti della devastante crisi economica del 2008.

I poveri si sono consegnati anima e corpo a Trump ammaliati dalla sua retorica vuota ma riconoscendogli, e lo si deve riconoscere, che ha teso un orecchio a un settore della società escluso dall’analisi economica-sociale-politica: i poveri bianchi. Biden si è imposto nel solo Nuovo Messico con un distacco abbastanza contenuto soprattutto se paragonato ai risultati di Trump.

 Percentuale di voti presi da TrumpPercentuale di bianchi
Tennessee61%77.5%
Carolina del Sud55%68.5%
Oklahoma65%72%
Kentucky62%86%
Alabama62%68.5%
Louisiana58.5%62.5%
Nuovo Messico43.5%68.5%
Arkansas62.5%77%
Mississippi57.5%59%
Virginia Occidentale68.5%94%

Il caso del Midwest

Il Midwest è sempre stato un terreno importante dal punto di vista politico. Tra Stati tradizionalmente repubblicani come Nord e Sud Dakota e Stati più vicini al Partito Democratico come l’Illinois, questa zona è economicamente e politicamente fondamentale per gli Stati Uniti. Per prima cosa bisogna capire quali sono gli Stati che compongono questa zona, quindi ecco un piccolo elenco: Illinois, Indiana, Iowa, Michigan, Nebraska, Minnesota, Missouri, Ohio, Nord Dakota, Sud Dakota, Wisconsin e Kansas formano il Midwest.

Nelle elezioni del 2020 otto di questi dodici Stati hanno votato Trump. Tra i quattro dove ha vinto Biden c’è il Wisconsin dove la gara è stata particolarmente serrata con il candidato democratico che ha battuto il repubblicano per 49.6% a 48.9%. Inoltre quando a vincere è Sleepy Joe la spaccatura tra città e mondo rurale è evidente. Il Midwest è una delle zone degli USA che ha più subito la crisi economica. La disoccupazione ha toccato l’11.8% nel 2019 e il dato è destinato ad aumentare con il contraccolpo dovuto al Covid. Ciò porterà una cifra già superiore alla media nazionale a livelli ancora più alti. I poveri in questa zona sono 7 milioni su una popolazione di 67.5 milioni di persone. Il tasso di povertà varia di Stato in Stato e si passa dal 7.5% del Kansas al 12.4% del Missouri. Ma in generale la disoccupazione è aumentata dappertutto e i lavori persi sono stati solo parzialmente recuperati nonostante le promesse di Trump.

Dal 2000 al 2016 l’Illinois ha perso il 3.6% dei posti di lavoro, l’Ohio il 4.5% e il Michigan il 5.5% e il trend accomuna tutti gli Stati di questa zona. Questo significa che ci sono milioni di persone che si sono impoverite nel corso degli anni e che hanno perso certezze. La maggior parte di loro, arrabbiate e scontente, sono di razza caucasica. Difatti il 77% della popolazione del Midwest è bianca. Quindi, ricapitolando, una zona tradizionalmente benestante e bianca è stata falcidiata da una dura crisi economica che ha portato disoccupazione e una generale diminuzione della ricchezza. Come ha reagito la popolazione? Lo ha fatto votando Trump che ha proposto di rilanciare l’industria manifatturiera e agricola, spina dorsale di questi Stati. Così ha convinto, ad esempio, i cittadini di Indiana e Iowa a votare repubblicano, cosa che non avevano fatto nel 2008 quando diedero fiducia a Obama. Questi due Stati hanno perso il 2.7% e il 2.3% dei posti di lavoro per la crisi. Quella in Barack è stata una fiducia mal ripagata. Tuttavia anche Trump ha disatteso le sue promesse. Dei dodici Stati del Midwest solo Kansas, Minnesota e Wisconsin hanno recuperato i posti di lavoro persi. In generale questa zona degli USA sembra in un tunnel da cui fa fatica a uscire tenendo conto che in questa regione la flessione di lavori e crescita è cominciata nel 2001. I lavori nell’ambito manifatturiero non crescono oppure lo fanno troppo lentamente e in generale la zona sembra esclusa dal boom tecnologico che interessato la costa ovest e dalla ripresa economica che ha coinvolto la costa est. La correlazione tra perdita di posti di lavoro, impoverimento e voto per Trump sembra stretta e difficilmente opinabile. Tra parentesi la Louisiana, l’Alabama e il Mississippi che sono feudi trumpiani hanno perso rispettivamente il 2.6%, l’8.4% e il 6.5% dei posti di lavoro.

L’esempio dell’Illinois

Per inquadrare meglio il fenomeno occorre andare nello specifico e si prenda in esame il caso dell’Illinois. Uno Stato appartenente al Midwest che ha visto trionfare Biden nel 2020, la Clinton nel 2016 e Obama nel 2012. Si può quindi affermare che sia uno Stato democratico politicamente. I posti di lavoro persi sono stati il 3.5%, quelli recuperati solo il 2.5%. Il tasso di povertà è all’11% ed è destinato a crescere per i nefasti effetti del Covid. Prendendo in considerazione le dieci contee più povere, Trump ha vinto in nove di queste. In tutte queste dieci l’etnia caucasica è dominante. Questo fenomeno si ripresenta uguale in Wisconsin, Ohio, Michigan e in generale in tutto il Midwest. In Michigan, dove si trova la città simbolo della gravissima crisi del settore automobilistico cioè Detroit, Trump ha vinto in tutte le dieci contee più povere. In Ohio il tycoon ha trionfato in nove di esse e in Wisconsin otto tra le contee che hanno più sofferto la crisi hanno scelto Trump come nuovo presidente. Chi è bianco e si è impoverito vota Trump e non sono pochi quelli che lo hanno fatto.

 Percentuale presa da TrumpPercentuale di bianchi
Lawrence76%87%
Jackson48%78%
Hardin78%97%
Franklin73%98%
Pulanski64%64%
McDounough57%90%
Perry72%88%
Brown76%76%
Johnson78%89%
Alexander57%69%

Conclusioni

Il problema della povertà negli Stati Uniti non conosce etnia. Ispanici, bianchi e afro-americani, i quali sono il 13.5% della popolazione totale ma hanno un taso di povertà del 20%, devono fare i conti con questo problema ma l’élites che governano dal 1776 la “più grande democrazia del mondo” non sembrano granché interessate. Sia i democratici sia i repubblicani, questi ultimi soprattutto attraverso Trump, hanno strumentalizzato i due settori della popolazione più in crisi: i poveri bianchi e i poveri afroamericani.

Tuttavia quando sono giustamente scesi in piazza solo i secondi hanno trovato l’appoggio della stampa. Un favore totalmente strumentale agli interessi della parte liberal dell’intellighenzia statunitense che in quel momento aveva solo da guadagnare nel dare il proprio appoggio a quelle proteste per mettere pressione a Trump, già in emorragia di voti a causa della pessima gestione dell’epidemia da Covid-19. In realtà i democratici si sono raramente impegnati ad aiutare concretamente le masse diseredate di colore e non hanno nemmeno fatto finta di interessarsi alle masse caucasiche in povertà. Così Trump ha avuto gioco facile nell’ottenere il loro appoggio e nel favorire la guerra tra poveri.

Dietro alla retorica del “Make America Great Again” c’è lo scientifico volere di The Donald. Lui è stato furbo abbastanza da rendersi conto di poter sfruttare il malcontento di una parte della società che si è impoverita e di conseguenza si è arrabbiata. Un settore che si concentra soprattutto nel Midwest dove infatti Trump ha fatto incetta di voti tra i poveri bianchi. E i democratici non hanno fatto nulla per contrastarlo. Trump si è servito di loro per fini elettorali. Tuttavia non si è impegnato per invertire il trend negativo. L’economia è migliorata ma il Covid ha provocato una pesantissima ricaduta i cui effetti non sono, per ora, ancora tangibili ma saranno devastanti. Chi manifestava con il movimento Blacks Lives Matter è stato usato dai democratici, chi è sceso in piazza con Trump è stato usato dall’oramai ex presidente.

I primi protestavano per una discriminazione politica, economica e politica centenaria mentre i secondi reagivano a una mancanza di ricchezza che dura da molto tempo, è pesante e soprattutto in larga parte ignorata. I vertici politici ed economici statunitensi hanno chiamato in causa le masse, fatto abbastanza nuovo, con il solo scopo di portare avanti gli interessi della propria fazione. Questa mobilitazione non ha portato alcun miglioramento agli strati sociali bassi ma è servita a una parte dell’élite per imporsi sulla propria avversaria. In conclusione, è facile e sicuramente comodo derubricare l’azione clamorosa del 6 gennaio come l’atto violento di una masnada di qanonisti e suprematisti. Più difficile è indagare le ragioni per cui hanno portato i poveri bianchi a votare Trump e ad appoggiarlo in maniera così convinta da accogliere le sue provocazioni e a scendere in piazza per lui. In attesa che un’inchiesta spieghi come mai la polizia è stata così arrendevole, l’analisi dei fatti dell’Epifania deve andare oltre agli sciamani esibizionisti. Occorre ragionare sulle cause del malcontento delle classi basse che rischia di diventare una guerra tra poveri solo perché dell’élite arroganti si rifiutano di comprenderle ma soffiano sulla divisione razziale. I colpevoli negli USA sono facili da identificare perché hanno una sola anima e due simboli: l’asino e l’elefante.

Brianzolo nato nel 2000. Studente di Storia presso la Statale di Milano, appassionato di politica nazionale e internazionale. La sua attenzione maggiore si concentra sui rapporti tra Nazioni. Nutre un particolare interesse per le questioni sociali ed economiche che legano i vari Stati e tiene sempre un occhio fisso sulla storia. Collabora anche con L’Antidiplomatico dove gestisce lo spazio “Un altro punto di vista”.

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