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Gas naturale, verso il futuro: tra geopolitica e competizione globale

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Gas naturale, verso il futuro: tra geopolitica e competizione globale

Più volte, sulle colonne dell’Osservatorio Globalizzazione, ci siamo confrontati con l’analista specializzato in questioni geopolitiche ed energetiche e consigliere regionale dell’Emilia-Romagna Gianni Bessi sulle rotte della “guerra fredda” del gas e sulle prospettive globali di una competizione economica che si fa sempre più forte. Oggi presentiamo la prima parte di un nuovo dialogo che abbiamo avuto con Bessi e che si articolerà in un primo capitolo, di seguito riportato, dedicato alle prospettive della partita globale per il controllo delle rotte del gas naturale e una seconda dedicata alle sfide che l’Italia dovrà affrontare per sviluppare una coerente politica energetica.

Consigliere Bessi, negli ultimi anni lei è stato in prima fila nello studiare e nell’approfondire le principali questioni relative alla politica energetica internazionale e alle sue conseguenze geopolitiche. Da questo impegno è nato il libro “House of zar”.

House of zar non è solo un libro ma anche un network di persone a conoscenza di quello che sta succedendo nel mondo dell’energia che forniscono le informazioni che trasformo in una narrazione che punta a essere divulgativa. Perché le questioni dell’energia riguardano tutti. In quanto al libro, come suggeriscono titolo e copertina, prende come spunto le mosse geopolitiche di Putin nella guerra all’accaparramento della produzione di energia per ampliare e moltiplicare i fronti, il primo dei quali è ovviamente la rivalità tra Russia e USA.

Quali sono stati gli ultimi sviluppi di questi fronti dell’energia?

Intanto si conferma l’attivismo di Erdogan che non lascia scoperta nessuna casella dello scacchiere energetico, basta pensare ai rapporti con gli amici/nemici o soci/rivali degli ayatollah di Teheran che sono buoni o tesi a seconda delle convenienze. Sono mosse che riguardano anche noi vista la presenza di Eni nel Mediterraneo, dal Medio Oriente alla Libia passando dall’Egitto. Le tensioni geopolitiche impattano sull’efficacia dei suoi investimenti. Insomma, diciamo che stanno succedendo “cose turche” e non a caso, perché la penisola dell’Anatolia è il nuovo crocevia delle rotte del gas, sia quello proveniente dal Mar Caspio sia dal Mar Nero, che sia trasportato dalle pipeline del Tanap e del Tap o del TurkStream poco importa. Questi nuovi flussi sono destinati a raggiungere le coste pugliesi o l’Europa balcanica. Altro fronte caldo che vede la Turchia protagonista è il Mediterraneo orientale tra Cipro, la Grecia e l’Anatolia.

Insomma, una partita apertissima. E in un recente report Bloomberg ci conferma che per il post-pandemia, anche in ottica di maggiore sostenibilità, il gas naturale è come lei ha scritto “l’energia del futuro”. In questo contesto, a livello aggregato, quali ritiene siano le sfide maggiori che l’industria del settore dovrà affrontare? Quali le aree in cui il picco di domanda si concentrerà? Sarà ancora l’Asia a guidare la corsa?

La geopolitica del gas è intricata e in continuo movimento. La politica americana, al di là del periodo Covid, ha puntato sul GNL, mentre tra Europa e Asia i gasdotti sono oggetto di alleanze politiche e scontri senza quartiere. Il completamento del Tanap, destinato a trasportare le forniture di gas in Europa e in Italia tramite il Tap, al netto di ritardi o incertezze di conflitti locali, apre le porte non solo alle riserve dell’Arzerbaigian ma anche al possibile trasferimento di gas dal Turkmenistan e…dall’Iran. Forse gli Americani avranno qualcosa da obiettare… Il conflitto, giocato tutto sulla tattica politica, ha come oggetto il North Stream 2, che è infrastruttura strategica per la Germania e non solo, i grandi giacimenti del Mediterraneo orientale, l’accesso alle riserve artiche. Lo scenario è complesso, tra l’attesa per le mosse di Trump o Biden, quelle di Xi Jinping e le ormai tipiche incertezze dell’Europa, con l’Italia a giocare il ruolo di “grande assente”. E per finire il rapporto tra Putin ed Erdogan.

Potrebbe essere il gas a riavvicinare i due storici nemici…

Turchia e Russia, nonostante le diffidenze di cinque secoli di guerra, alleate sul fronte energetico: possibile. Ma anche: chi l’avrebbe mai detto? Per affrontare queste dinamiche servirebbe un romanzo, perché da esse dipenderà un pezzo importante della nostra prosperità futura. “House of zar” cerca di essere se non il romanzo almeno un ben informato storytelling della geopolitica dell’energia, con la sua vocazione a intrufolarsi, metaforicamente beninteso, nelle stanze dove i potenti decidono il destino dei popoli. Mettendo insieme elementi economici, storici, geografici e culturali per saperne di più, per capirne di più proprio dove o come si concentrerà non solo la domanda di energia, ma anche le possibili risposte e le possibili soluzioni.

La strutturazione di una politica energetica europea integrata appare, ora più che mai, fondamentale in una fase in cui la guerra fredda del gas appare più attiva che mai. Negli Usa Trump e Biden ascoltano, con toni diversi ma attentamente, i big dell’energia e non sembrano voler abdicare alla strategia di Energy Dominance; in Russia, Gazprom si avvia al primo rosso dopo anni e questa la rende sempre più agguerrita. Possiamo mettere le reti energetiche a fianco di quelle digitali come importanza per la “sovranità” dell’Europa?

Il tema dell’innovazione tecnologica resta sempre la questione delle questioni. In House of Zar la racconto dal fronte energetico, proponendo come chiave di lettura l’esistenza di una “guerra fredda del gas”, con gli Stati Uniti che da semplici clienti sono diventati competitor dei petrostati tradizionali, grazie allo sviluppo della produzione, reso possibile dall’innovazione tecnologica che permette di sfruttare giacimenti prima “dormienti” e realizzare nuovi progetti e nuove infrastrutture. Tutto ciò non è iniziato per caso. Nel libro prendo in analisi le decisioni di tre politici americani, diversissimi tra loro che, prendendo a prestito il titolo di un film di Sergio Leone, sono il buono, il brutto e il cattivo. Barack Obama, è “il buono”, quello che ha rimosso il divieto di esportazione di idrocarburi. Un blocco introdotto nel 1973 da Richard Nixon, a cui, visto quello di cui si è reso colpevole, possiamo assegnare il titolo di “brutto” della politica. A suo tempo quella di Tricky Dicky fu una mossa storica per rilanciare le compagnie petrolifere nazionali e di conseguenza anche l’industria. Oggi tutti guardano a Donald Trump – che, va da sé, si becca l’appellativo di “cattivo” della politica – che può continuare a sostenere una strategia geopolitica aggressiva usando le risorse energetiche nazionali, dalle sabbie bituminose al petrolio e, soprattutto, al gas di scisto. È lui che nell’ultimo discorso dell’Unione ha dichiarato che gli USA non solo hanno una ritrovata indipendenza energetica, ma che sono tornati a dominare il mercato. Make America Great  Again. Se sarà lui a prevalere nelle prossime elezioni presidenziali non credo che cambierà strategia. Se vince Biden forse muterà la forma, non credo la sostanza. Tale indirizzo quindi non è un’idea originale di The Donald, ma appartiene al concetto di ‘capitalismo politico’ di Max Weber, come ha ben raccontato Alessandro Aresu nel libro ‘Le potenze del capitalismo politico’. Questa Dominance prevede un deep state che traccia tendenze più profonde e durature di una singola ‘amministrazione politica’.

Su Gazprom solo una battuta: attenzione a vendere la pelle dell’Orso russo prima di averlo ucciso. La cosiddetta Madre Russia è grande: è una terra che ha resistito alla gloria e alla caduta di imperi, ultimo dei quali quello dei soviet. Il viaggio di House of zar parte dall’analisi politica e geopolitica di Vladimir Putin e il lettore troverà tante sorprese.

Nella seconda parte della nostra conversazione, il consigliere Bessi tornerà a discutere con l’Osservatorio presentando la sua visione sugli scenari che riguardano direttamente la politica energetica italiana. Qui potete leggere il proseguimento della conversazione.

Clicca qui per leggere tutte le interviste realizzate dall’Osservatorio Globalizzazione.

Bresciano classe 1994, si è formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano. Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ha conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019. Il suo principale interesse di studio è la geoeconomia, ovvero l’analisi degli effetti dell’interdipendenza tra le grandi questioni geopolitiche e le dinamiche industriali, commerciali e produttive del mondo contemporaneo, con un focus particolare sull’impatto della rivoluzione tecnologica, sulla sfida Usa-Cina e sul ruolo dell’Europa nel mondo contemporaneo.

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