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La Nuova destra italiana fra crisi di sistema e crisi istituzionale

La Nuova destra italiana fra crisi di sistema e crisi istituzionale

Dopo l’uscita della nuova edizione del suo saggio “La nuova destra in Europa”,  torna ad occuparsi del tema sulle nostre colonne Matteo Luca Andriola, che oggi inaugura un dossier sulla storia della nuova destra italiana nel decisivo passaggio politico tra Anni Settanta e Anni Ottanta.

Per capire le ragioni dell’ascesa culturale nel dibattito politico fra la fine degli anni Settanta e l’inizio del decennio successivo della cosiddetta “nuova destra metapolitica”, corrente filosofica che fa a capo in Francia al Grece (Groupement de recherche et d’études pour la civilisation européenne), «società di pensiero a vocazione intellettuale» o «comunità di lavoro e di pensiero»,

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ufficialmente fondata nel gennaio 1969 da una quarantina di giovani militanti della galassia nazional-europeista francese, incarnata nei movimenti come il circolo Europe-Action (attorno all’omonima rivista, animata da Dominique Venner e Jean Mabire), la Fédération des étudiants nationalistes (Fen), il Mouvement national du progrès (Mnp) e il Rassemblement européen pour la liberté,

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bisogna puntare i riflettori non solo sull’effettiva fortuna della strategia di quel “gramscismo di destra”, che mette al centro la necessità di costruire l’egemonia culturale, tattica lungimirante perché vede nel radicamento nell’immaginario collettivo l’arma vincente per l’affermazione prima metaculturale e in seguito politica, ma fare un’analisi dettagliata del contesto sovrastrutturale dell’Europa e dell’Italia dell’epoca. Va detto che la Nouvelle droite – anche a prezzo di diluire le sue riflessioni nelle pieghe di un versante nazional-conservatore che ha senza dubbio concorso a ringiovanire e rinforzare senza modificarne radicalmente l’essenza – ha dato spessore culturale a certi settori della destra nazional-populista che si è nutrita delle sue riflessioni, rafforzando l’immagine di se stessa come unica alternativa al pensiero unico neoliberale, cosa fatta palesemente oggi, con l’ascesa dei movimenti nazional-populisti.

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Se, come scrive Pierre Milza «la “nuova destra” ideologica non è figlia né della crisi che ha interessato le economie dei paesi industriali a partire dal 1974» «né della reazione agli avvenimenti del 1968», colpisce però che «il suo emergere mediatico si iscrive in un contesto di ritorno alla guerra fredda e di marasma persistente». Milza si riferisce alla querelle dell’estate del 1979 che lancia alla ribalta mediatica il Grece e spinge i giornalisti di sinistra a coniare il neologismo “Nouvelle droite”.

La sovraesposizione mediatica avviene in un preciso contesto culturale, la seconda metà degli anni Settanta, che toglie «agli occidentali le illusioni della distensione e sostituendo a questa un clima di guerra fredda propizio alla radicalizzazione del discorso anticomunista. La minaccia degli SS 20, i timori suscitati dall’ampiezza dell’ondata pacifista e l’effetto Solženicyn [per il bestseller antisovietico Arcipelago Gulag, ndr] vanno nella stessa direzione: l’idea di crociata riprende dunque corpo in alcuni settori dell’opinione pubblica, e con essa la volontà di reinserire il passato nazista nella storia dell’Occidente e la sua resistenza millenaria ai pericoli venuti dall’Est».

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È sempre del 1979 la polemica sul negazionismo sull’Olocausto iniziata da Robert Faurisson su «Le Monde», che s’innesta nella breccia mediatica della querelle contro la Nouvelle droite, anch’essa favorevole alla storicizzazione del nazismo,

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segno di una stampa che ricercava lo scoop e la spettacolarizzazione di fenomeni, anche marginali, incurante delle conseguenze politiche sul lungo termine, operazione che culminerà magistralmente a metà del decennio successivo col dibattito sull’Historikerstreit, la “querelle degli storici tedeschi” che portò storici revisionisti come Ernst Nolte e Joachim Fest non solo a storicizzare il nazismo ma a giustificarlo, facendo della soluzione finale nazista alla questione ebraica una risposta “coerente” ma eccessiva alla “barbarie” bolscevica e alla “dichiarazione di guerra sionista”.

Nonostante la Nouvelle droite non nasca dalla crisi economico-energetica del 1973-74 dopo la guerra dello Yom Kippur, è pur vero che tale conflitto avrà conseguenze sulla situazione “strutturale” dell’Occidente  e sulle riflessioni economiche della corrente filosofica grecista, spingendo nel 1981 Guillaume Faye a pubblicare una delle prime analisi sul mondialismo, Il sistema per uccidere i popoli, e Alain de Benoist a sostenere che con la crisi petrolifera del 1973 il mondo si trova davanti all’evoluzione del capitalismo, il turbocapitalismo, la cui maggiore caratteristica risiede nella straordinaria crescita di peso dei mercati finanziari, con la distorsione endemica fra economia reale ed economia finanziaria, tesi che combacia con  l’interpretazione che Luc Boltanski ed Eve Chiapello fanno del neocapitalismo.

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È con la crisi petrolifera che tutto il mondo occidentale viene scosso da una grave crisi che mette fine al boom economico iniziato dopo la seconda guerra mondiale. Per la prima volta vengono attivati piani di austerity economica che colpirono anche il sistema industriale e vengono avviate riforme energetiche, anche se il sistema capitalista occidentale aveva già subito avvisaglie di una scossa nel 1971 con gli Accordi di Bretton Woods, grazie ai quali il sistema monetario internazionale cambia radicalmente con la fine della convertibilità del dollaro in oro e sostituto con un sistema di cambi fissi basato sulla moneta statunitense; l’instabilità si manifestò però proprio dopo lo scoppio del conflitto del 1973, ponendo fine al ciclo di sviluppo che aveva caratterizzato i Paesi occidentali dal 1945 in poi, i “gloriosi trenta” (1945-1975), che lo storico marxista britannico Eric J. Hobsbawm ha definito l’Età dell’oro, dove, con un inedito «compromesso tra politica ed economia» e grazie al meccanismo di cambi fissi, erano i governi a regolare l’economia mondiale. Il relativo shock petrolifero accentua le contraddizioni sistemiche e il relativo rallentamento dell’economia era già in atto in Occidente sin dalla seconda metà degli anni Sessanta. La produzione subisce un rallentamento, i profitti imprenditoriali calano e il prezzo delle merci aumentano rapidamente: ci si avvia verso un ciclo inflazionistico di stagnazione. I Paesi si ritrovano in stagflazione, fenomeno in cui contemporaneamente sono presenti l’inflazione e una mancanza di crescita dell’economia in termini reali. Soffermandoci all’Italia, il paese presenta, all’inizio degli anni Settanta, i più alti livelli di inflazione tra i principali paesi europei (con punte superiori al 20%) i più alti livelli di disavanzo pubblico e disoccupazione.

La “politica del cambio” è lo strumento della politica industriale italiana, la quale, non punta ad un “profondo ammodernamento”, ma cerca piuttosto di aumentare le esportazioni attraverso la svalutazione della moneta nazionale. «Come al solito, la maggior parte dei politici, degli economisti e degli imprenditori – spiega Hobsbawm – non ha saputo riconoscere dentro la congiuntura i cambiamenti permanenti. La linea politica della maggior parte dei governi e degli stati durante gli anni ‘70 di basò sul presupposto che le difficoltà economiche fossero solo temporanee. In un anno o due si sarebbe ritornati alla prosperità e alla crescita degli anni precedenti. Non c’era alcuna necessità di modificare le politiche che si erano rivelate così efficaci per una generazione. La storia degli anni ‘70 fu essenzialmente la storia di governi che guadagnavano tempo […]».

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La stagflazione infatti, porterà ad un cambio di paradigmi in campo economico, cioè ad una messa in discussione delle teorie economiche fino ad allora accettate, dal momento che il keynesismo sembrava risultare inefficace a risolverla; si osservò il passaggio da un’economia prettamente basata sulle teorie keynesiane a una neoliberista in cui furono riscoperte le teorie della Scuola Austriaca (Bawerk, Von Mises e Hayek) e dove assunse sempre più importanza la Scuola di Chicago (Friedman e Harberger), che condiziona a fine decennio anche i Club de l’Horloge, circoli culturali gravitanti attorno all’area della Nouvelle Droite, determinando una spaccatura col Grece, antiliberale e solidarista. Non deve sorprendere quindi che nel 1979 nel Regno Unito viene eletta Margaret Thatcher e nel 1981 negli Stati Uniti Ronald Reagan, i due principali attori della “rivoluzione neoliberista” occidentale. Infatti per tutto il corso degli anni Settanta il Pil di tali nazioni subì un notevole rallentamento e l’aumento della disoccupazione, accompagnato dalla crescita dell’inflazione, causò un forte malcontento popolare e lo slittamento a destra dell’opinione pubblica.

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La crisi del 1974 porta in tutto l’Occidente il processo di terziarizzazione e di delocalizzazione delle strutture industriali, qualcosa che sarà molto più chiaro successivamente negli anni Ottanta; è appena all’inizio, in quegli anni, il processo di informatizzazione. È negli anni Settanta infatti che nasce l’information technology. Si avvicina la fase del riflusso, della società post industriale caratterizzata dalla fine del modello fordista/taylorista basato sulla centralità operaia e sulla produzione industriale di massa fondato sull’impiego di lavoro ripetitivo, in nome di una fondata sullo sviluppo del terziario avanzato che si caratterizza per l’adozione di tecnologie e criteri organizzativi che pongono nuova enfasi sulla specializzazione, qualificazione e flessibilità dei lavoratori. L’industria, abbandonata la produzione di massa, acquista maggiore flessibilità produttiva e organizzativa, adeguando la propria offerta a una domanda, in particolare di beni di consumo, sempre più diversificata e soggetta a cambiamenti anche molto repentini.

In Italia il cambiamento si palesa platealmente nella cocente sconfitta che i sindacati nell’autunno del 1980 avranno alla Fiat: i vertici dell’impresa automobilistica, volendo razionalizzare la produttività aziendale, decidono di licenziare 15.000 lavoratori, incontrando una decisa opposizione operaia che, sotto la guida dei sindacati, occupa gli stabilimenti torinesi di Mirafiori. La cosiddetta “marcia dei quarantamila” segna la fine della vertenza, a svantaggio ovviamente della classe lavoratrice.

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La “rivoluzione neoliberista” degli anni Ottanta non coinvolge però solo politici conservatori come Reagan e la Thatcher, ma muterà anche la genetica della sinistra europea. È il caso in Italia del Psi di Bettino Craxi, che in questi anni inizia la sua lenta ma inesorabile ascesa nel partito, una segreteria – retta da un socialista ma sostenitore di un’intransigente anticomunismo –, che coincide con la progressiva crescita del suo Psi, che slitterà sempre più al centro, come già avvenuto al Psdi di Saragat nel decennio precedente,

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e una graduale apertura ai vari paradigmi post-modernisti che all’epoca iniziano ad affacciarsi nella politica di quegli anni, con l’aumento della spettacolarizzazione della politica e la messa in discussione del marxismo, un tempo un tratto costitutivo dei socialisti italiani alla pari dei comunisti, con l’approdo ad un blando, pragmatico e teoricamente ideologico «liberalsocialismo», una svolta a mio dire non meno importante di quella della Bolognina del 1989/1991 che coinvolgerà il Pci, e che non comporterà solo il graduale cambio dello stemma del partito, col restringimento della falce e martello e l’inserimento del garofano, ma trasformerà il Psi in referente n° 1 dei ceti medi emergenti, tipici dei rampanti anni Ottanta, un partito del tutto postmoderno: eticamente laico, progressista e di sinistra, economicamente di destra, cioè aperto al libero mercato (ma non alle privatizzazioni, va detto per onestà intellettuale) e istituzionalmente sempre più centrista, favorevole cioè a svolte presidenzialiste capaci di aumentare il potere dell’esecutivo. È l’era della fine delle grandi narrazioni dell’età moderna (illuminismo, idealismo, marxismo) che avevano giustificato ideologicamente la coesione sociale ispirando le utopie rivoluzionarie, e si apre un’era fluida che mette in crisi il pensiero totalizzante, e che apre interrogativi sul problema di reperire criteri di giudizio e legittimazione locale e non più universale; teorie che trovano in Italia un fertile campo di dibattito

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e sdoganano un graduale slittamento a destra della società nel segno dell’individualismo.

È in quel contesto – spiegavo in altra sede – che si tenta una rottura degli schemi dicotomici destra/sinistra con un dialogo fra intellettuali provenienti da sinistra e quelli vicini alla Nuova destra, da poco fuoriusciti dal Msi (dopo che Marco Tarchi, capofila della corrente, era stato radiato nel 1981). «Ricordo come fosse ieri Massimo Cacciari e io andavamo per Roma quasi rasente ai muri, accompagnati da un Marcello Veneziani che non era ancora il notissimo e rispettato intellettuale di destra che è oggi, per poi recarci a casa di Gianfranco de Turris, altro intellettuale di destra. A cena conclusa e per un paio d’ore ci confrontammo civilmente loro due e noi due per esporre le nostre rispettive posizioni ideali. Negli anni Settanta un tale colloquio sarebbe stato umanamente impossibile», scrive Giampiero Mughini in Memorie di un rinnegato (Bompiani 2019), riferendosi all’incontro avvenuto l’inverno del 1981 che lasciò traccia sul numero unico della rivista «Omnibus», edita dall’editore di destra Volpe. Uno dei protagonisti della stagione, il filosofo Marcello Veneziani, ricorda su «Panorama.it»:

«Dai primi anni Ottanta in poi ci furono tanti dialoghi e aperture. Riguardarono intellettuali di frontiera, come allora si disse, ma anche editori e giornali. Si confrontavano intellettuali di destra e di sinistra, anche provenienti dal neofascismo e dal comunismo, evoliani e operaisti. Oltre Cacciari e Mughini, ricordo dialoghi aperti con Giacomo Marramao, Pietro Barcellona, Beppe Vacca, Costanzo Preve, Biagio de Giovanni, Giorgio Galli ma anche con Enrico Filippini, Giorgio Bocca, Michele Serra, perfino Gad Lerner, alcuni direttori de “l’Unità”, e potrei continuare. Sul versante destro, c’erano Giano Accame, Franco Cardini, Marco Tarchi e il gruppo della nuova destra, i rautiani ma anche Beppe Niccolai, poi Pietrangelo Buttafuoco e altri giovani provenienti dal “Secolo d’Italia”. Per dirvi solo la mia esperienza, oggi sarebbe impensabile per uno di destra scrivere su “la Repubblica”, intervenire su “l’Unità” e su “l’Espresso”, pubblicare con Laterza, collaborare con l’Istituto Gramsci… Ma all’epoca accadde. Dopo un paginone di “Repubblica” su Pasolini reazionario antimoderno, fui criticato da sinistra sul “Corriere della sera” da Maria Antonietta Macciocchi… Ricordo un dialogo epistolare col neosegretario del Pds Walter Veltroni sul comunitarismo, e poi dialoghi su “la Repubblica” con Ralph Dahrendorf e sul “Corriere” con Norberto Bobbio, con un lungo carteggio a seguire, con Luciano Violante… Giorni fa Luca Ricolfi sul “Messaggero” mi ricordava ospite al Salone di Torino; ma succedeva perfino nei festival dell’Unità. Parliamo di un’epoca in cui il comunismo e il neofascismo erano ancora presenti; i partigiani, i combattenti della Rsi e i reduci dai campi di concentramento erano ancora vivi. Ma c’era stata la scottatura degli anni di piombo, poi il Riflusso nel privato con le sue insulsaggini; ci accomunava la critica al consumismo e all’«edonismo reaganiano», ma c’era sullo sfondo la scoperta a sinistra di autori «reazionari» come Schmitt, Junger e Heidegger, il riaffiorare di Gentile, per non dire del futurismo e altre esperienze poetico-letterarie. C’era curiosità, attenzione, rispetto. Superammo gli anni di piombo e la guerra civile.»

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Lo sviluppo della “coincidentia oppositorum” (il superamento dell’antinomia destra/sinistra) che porta al confronto con “l’altro da sé” è fatta in risposta alla “crisi d’identità” dell’ordine sociale dominante e che tocca, come ora vedremo, l’ordine istituzionale. Un dibattito di tipo “socratico” fra intellettuali di sinistra, marxisti o provenienti dall’operaismo, o da quel Psi in piena mutazione liberalsocialista e dal Pci, e da intellettuali di destra, alcuni vicini alle tesi di Alain de Benoist.

Ma mentre i neodestristi, pur eclettici, avevano alle spalle un “pensiero forte” di matrice rivoluzionario-conservatore che pescava dal pre-moderno e da valori trascendenti, il grosso dei loro interlocutori di sinistra – eccetto Costanzo Preve, fautore di un comunitarismo comunista, nonostante non condivida né la sua lettura idealista del pensiero di Marx né il suo totale rifiuto della dicotomia destra/sinistra,

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o Giorgio Galli, tutt’oggi capace di critiche dure al capitalismo, e sostenitore di un aggiornamento di taglio anticapitalista di tale antinomia, sulla base dei cambi paradigmatici del capitalismo finanziario –

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saranno gli sdoganatori del citato “pensiero debole”, ovvero di un “postmodernismo di sinistra”, una lettura fluida del marxismo che dall’operaismo si apriva ad una rilettura marxisteggiante di Heidegger, Jünger, Schmitt ecc. ma soprattutto di Friedrich Nietzsche, cantore dell'”oltreuomo” che archiviava le vecchie convenzioni borghesi e si faceva egli stesso “volontà di potenza”,  si veda Vattimo e la sua rilettura titanista di Marx.

Non si rendevano conto che tale fluidità postmodernista neo-marxista sdoganava nientemeno che una funzionalità al sistema liberale individualista. Nel 1980 viene infatti pubblicato un libro, Tramonto dell’ideologia, del filosofo dal passato comunista Lucio Colletti che, fin dal titolo, propone la tesi del fallimento del marxismo-leninismo e apre la strada a uno scenario in cui non si fa più riferimento alla lotta di classe, ma alle aspirazioni dei singoli, slegati da ideologie politiche particolari, la conferma dell’affermazione di quel fenomeno storiografico, il cosiddetto “riflusso”, che si affermerà non solo con l’allontanamento delle persone dalla politica, ma col rifiuto di considerare la politica stessa come perno attorno al quale far ruotare il resto della propria esistenza.

Ergo il confronto e il dialogo fra opposti ha senso – sempre meglio della nichilistica violenza politica fra giovani che caratterizzò gli anni Settanta, anche se qualcuno pare tutt’oggi esserne nostalgico – ma solo se si è fra pari, cioè entrambi provvisti di un “pensiero forte”, e nel caso della sinistra capace di mettere realmente in discussione la struttura capitalistica e il vigente “totalitarismo liberale” post-modernista (come se i populisti di destra fossero il problema, e non la malattia degenerativa generata dall’accondiscenza della sinistra al pensiero unico). L’eclettismo, infine, porta al rivalutare da sinistra intellettuali nati a destra (come alcuni oggi vorrebbero fare sdoganando l’antimodernità di Aleksandr Dugin e la sua “Quarta Teoria Politica”, interessantissima, ma pur sempre un comunitarismo reazionario) ma che non fa altro che favorire un’egemonia di segno opposto.

1 – Continua

Nella prossima puntata del dossier Andriola parlerà approfonditamente della relazione tra Sinistra e Nuova Destra in termini dialettici.

Note

  1. J.-C.
    Valla, Pour une renaissance culturelle, in Dix ans de combat culturel pour une renaissance, Grece, Parigi
    1977, p. 61.
  2. Cfr. A. Chebel
    d’Apollonia, L’Extrême-droite en France.
    De Maurras à Le Pen
    , Éditions Complexe, Bruxelles 1996, p. 461, nt. 16 e
    P.-A. Taguieff, Sulla Nuova Destra. Itinerario di un intellettuale atipico,
    Vallecchi, Firenze 2003 (ed. orig. Sur la Nouvelle Droite. Jalons d’une analyse critique, Descartes
    et Cie, Paris 1994).
  3. Rimando al mio volume La
    Nuova destra in Europa. Il populismo e il pensiero di Alain de Benoist

    [2014], Edizioni Paginauno, Vedano al Lambro (MB) 2019.
  4. P.
    Milza, Europa estrema. Il radicalismo di destra dal 1945 a oggi, Carocci,
    Roma 2003
    , pp. 196 e 170 (ed. orig. L’Europe en chemise noire. Les extrêmes
    droites de 1945 à aujourd’hui
    , Fayard,
    Parigi 2002).
  5. Cfr. per quanto riguarda
    il discorso nel Grece e nelle altre associazioni metapolitiche francesi
    (Synergies européennes e Terre et Peuple), S. François, La Nouvelle Droite et le nazisme.
    Retour sur un débat historiographique, in «Revue Française d’Histoire des Idées Politiques», n. 46, 2°
    semestre 2017, pp. 93-115.
    Sul versante italiano si veda D. Cofrancesco, La nuova
    destra dinanzi al fascismo
    , in
    Aa. Vv. Fascismo
    oggi. Nuova Destra e cultura reazionaria negli anni Ottanta
    , atti
    del convegno di Cuneo, 19-21 novembre 1982, in «Notiziario dell’Istituto
    Storico della Resistenza in Cuneo e provincia», n. 23, giugno 1983, pp, 75-144.
  6. Cfr. A. de Benoist, La terza età del capitalismo, in A. de Benoist, Comunità e decrescita. Critica della Ragion
    Mercantile. Dal sistema dei consumi globali alla civiltà dell’economia locale
    ,
    Arianna Editrice, Casalecchio di Reno (BO) 2006, pp. 21, 22 e L. Boltanski, E.
    Chiapello, Le Nouvel esprit du
    capitalisme
    , Gallimard, Parigi 1999.
  7. E. J. Hobsbawm, Il
    secolo breve, 1914-1991
    , Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 2007, p.
    477.

  8. Per una storia generale sul neoliberismo rimando al saggio di David Harvey, Breve
    storia
    del neoliberismo
    , Il
    Saggiatore, Milano 2007 (ed. orig. A
    Brief History
    of Neoliberalism
    , Oxford
    University Press, London 2005).
  9. Cfr.
    T. Giglio, La classe operaia va all’inferno. I quarantamila di Torino,
    Sperling & Kupfer, Milano 1981; P. Perotti, M. Revelli, FIAT autunno 80.
    Per non dimenticare. Immagini e documenti di una lotta operaia
    , in
    «Quaderni del Cric. Centro di ricerca e iniziativa comunista», 1986; A.
    Baldissera, La svolta dei quarantamila. Dai quadri Fiat ai Cobas, Edizioni
    di Comunità, Milano 1988 e G. Polo e C. Sabattini, Restaurazione italiana.
    FIAT, la sconfitta operaia dell’autunno 1980. Alle origini della
    controrivoluzione liberista
    , Manifestolibri, Roma 2000.
  10. Cfr.
    S. Colarizi, M. Gervasoni, La cruna
    dell’ago. Craxi, il partito socialista e la crisi della Repubblica
    , Laterza,
    Roma-Bari 2005.
  11. Cfr. G. Vattimo, P. A. Rovatti
    (a cura di), Il pensiero debole,
    Feltrinelli, Milano 1983.
  12.  M. Veneziani, Dall’ideologia all’odiologia,
    in «Panorama.it», 7 giugno 2019, https://www.panorama.it/news/politica/ideologia-odio-destra-sinistra-comunisti-fascisti-salvini/
  13. A
    riguardo segnalo il dibattito filosofico fra i due intellettuali di scuola
    marxista Costanzo Preve e Domenico Losurdo sul concetto di destra e di
    sinistra, che indicherò con ordine: D. Losurdo, Ma cos’è la destra, cos’è la
    sinistra
    ; C. Preve, Note su un’importante intervista a Domenico Losurdo;
    D. Losurdo, Destra e sinistra: Domenico Losurdo risponde a Costanzo Preve
    e C. Preve, Sempre su Sinistra e Destra. Rilievi
    fraterni alla risposta a Costanzo Preve di Domenico Losurdo
    , consultabili dai link posti al sito
    http://domenicolosurdo.blogspot.com/2013/11/costanzo-preve.html. Sull’argomento si veda
    D. Losurdo, Progresso/reazione
    o emancipazione/de-emancipazione?
    , in
    «Critica Marxista», n. 3; maggio-giugno 1999, pp. 55-65 (ed. tedesca, Fortschritt, Emanzipation und «Ernst des
    Negativen». Zur Rehabilitierung einer heute verrufenen Idee
    , in «Das
    Argument», n. 230, 1999) e C. Preve, Religione Politica Dualista Destra/Sinistra.
    Considerazioni preliminari sulla genesi storica passata, sulla funzionalità
    sistemica presente e sulle prospettive future di questa moderna Religione
    ,
    in C. Preve, E. Orso, Nuovi signori e nuovi sudditi. Ipotesi sulla struttura
    di classe del capitalismo contemporaneo
    , Petite Plaisance, Pistoia 2010.
  14.  Il politologo Giorgio Galli fa queste
    riflessioni in occasione della nascita dell’inedito, e sconcertante, governo giallo-verde
    fra M5S e Lega: «Stiamo vivendo un’epoca di
    grande interesse culturale e politico: se non siamo ancora alla svolta di un
    cambiamento radicale, questa svolta è però in preparazione e merita una attenta
    analisi e molta attenzione», spiega lo studioso
    . Secondo quest’ultimo l’Italia risultava essere un’interessante e
    inedito laboratorio culturale e politico italiano che si appresta a rilasciare
    l’inedito, originale prototipo de
    l populismo al
    potere
    . «Questa
    svolta epocale in preparazione, che riguarda tutti, può essere, e deve essere

    precisa l’anziano Galli
    l’occasione storica per
    ricostruire una nuova sinistra in declino: il flagello del neoliberismo dice
    che il marxismo serve ancora come serve la critica al capitalismo abbandonata
    dalla sinistra dopo il crollo dell’impero sovietico».
    Per Galli bisogna
    rifarsi a chi, come l’esponente della sinistra del Psi Riccardo Lombardi,
    nella Prima Repubblica capì per tempo che il capitalismo stava cambiando “pelle”
    da industriale a finanziario e ‘direzione di marcia’ dal profitto a medio-lungo
    termine alla più immediata rendita finanziaria. E parallelamente mutava la
    produzione: meno beni e consumi collettivi, più beni e consumi superflui e non
    durevoli. Oggi la
    distinzione tra destra e sinistra, secondo Galli, va aggiornata e rivista
    :
    ai valori di uguaglianza, libertà, giustizia politica e sociale ne va aggiunto
    un altro: l’anticapitalismo che, come sosteneva negli anni Settanta
    Lombardi, è la «discriminante minima al di là della quale si può parlare di tutto, si
    può parlare di amici, di possibili alleati, di compagni di strada, di quello
    che volete, ma non si può parlare di Sinistra
    », rilanciando le critiche di Lombardi
    all’unità europea su basi liberiste il quale dirà «
    il marxismo
    [per me] è prassi rivoluzionaria difronte al marxismo ridotto
    – nella nota Lettera a monsignor
    Bettazzi di Enrico Berlinguer
    il
    teorico del
    compromesso storico e della politica di austerità –
    a puro canone di interpretazione della Storia, che era la posizione di Benedetto
    Croce, poco meno di un secolo fa
    »  (G.
    Galli, cit. in C. Patrignani,
    L’anticapitalismo, discriminante minima per chi si
    dice a sinistra
    , in
    altritaliani.net, 25 maggio 2018,
    https://altritaliani.net/lanticapitalismo-discriminante-minima-per-chi-si-dice-a-sinistra/). Cfr. inoltre G. Galli e F. Bochiccio,
    Il populismo anticapitalistico. Ruolo
    storico-politico e suoi limiti. Due voci critiche (diverse) sul rapporto tra
    populismo e sinistra radicale
    , Edizioni Punto Rosso, Milano 2019.

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