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L’impero informatico americano, mezzo secolo dopo

L’impero informatico americano, mezzo secolo dopo

Il 29 ottobre scorso si sono celebrati i 50 anni di Internet. O meglio, i 50 anni dalla prima trasmissione dati da un computer dell’UCLA ad un computer di Stanford. Attraverso diversi successivi passaggi, quella prima primitiva trasmissione, divenne la base di Internet come oggi lo conosciamo e tra non molto conosceremo in senso sempre più ampio. Repubblica, in piena “excusatio non petita”, titolava “Auguri Internet, sono 50 anni: non fu pensato per la guerra”. Repubblica, che è l’organo ufficiale della rivoluzione digitale in Italia, ci teneva a ripulire l’immagine di Internet dall’ombra lanciata sulla sua origine. Al festival dell’innovazione digitale che si è tenuto a Milano, sponsorizzato proprio da Repubblica, uno degli ingegneri-ginecologi presenti al primo parto di cinquanta anni fa, Leonard Kleinrock, ha raccontato l’ambiente molto scientifico-informale ed assai poco militare, da cui nacque e poi si sviluppò l’intera avventura. Il punto specifico in questione è se è vero o no, come molti sostengono, quei primi esperimenti furono promossi dai militari per creare una rete di comunicazione resistente in caso di attacco nucleare.

Ma posta così la questione rischia di non far comprendere cosa è e come opera la dimensione di potenza. Gli Stati Uniti sono indubbiamente “la” potenza, ancora oggi, così come cinquanta anni fa ed anche prima. L’URSS era l’altra potenza. I sovietici, nel 1957, senza che nessuno ne avesse avviso, mandano nello spazio lo Sputnik 1. A seguire sparano satelliti verso la Luna e poi Venere. Agli americani cade la mascella e l’allora presidente Dwight Eisenhower, dà ordine di lanciarsi in tutta fretta nella rincorsa ai russi. Ne nasce ARPA oggi DARPA, un secondo snodo operativo di quello che lo stesso Eisenhower definirà, nel famoso discorso radiofonico di commiato alla nazione, “il complesso militare-industriale-politico”. Quel “politico”, nella prima bozza del discorso era in realtà “congressuale”, chi delibera, chi fa le leggi.

DARPA sopraggiungeva alla RAND Corporation, il primo snodo, fondata dal Dipartimento di stato nel 1948 e che avrà un ruolo decisivo nella nascita di Arpanet la “prima rete”. Il primo computer programmabile a software e basato sull’architettura di von Neumann (l’autore della Teoria dei Giochi) che realizzava così le intuizioni di Alan Turing, l’EDVAC, era del 1949, realizzato nei laboratori dell’Esercito USA. La cibernetica proveniva da un fisico matematico, N. Wiener prestato dagli USA ai britannici che non riuscivano ad intercettare i V2. Wiener rimise in collimazione radar intercettori, piattaforme missilistiche, verifica di centratura del lancio, retroazione dell’informazione fino alla perfetta collimanza tra missile e target. Questo è il primo sistema “cibernetico”. La teoria dell’informazione, invece, viene dai Bell Laboratories (C.Shannon, poi W.Weaver) ma subito integrata nella conoscenza tecno-scientifica dell’ambiente militar-industriale. Nel 1971 viene lanciato il NASDAQ, l’indice di quotazione della compagnie tecnologiche, indice che precede l’esistenza di un vero e proprio mercato -ai tempi- praticamente inesistente. Per lo sviluppo che porterà dal primo ARPANET ad INTERNET, in seguito, compare un’altra istituzione pubblica americana la National Science Foundation. Nel 2002, la NSF commissiona un rapporto ad una cinquantina di scienziati e tecnici sul problema della convergenze tra Nano-Bio-Info-Cognitive (NBIC). A.I., biotech, realtà virtuale, manipolazione genetica, IoT e molto e molto altro “per migliorare le prestazioni umane”, da cui poi i deliri transumanisti e post umanisti. Come recita l’introduzione del voluminoso rapporto “”La tecnologia dominerà sempre più il mondo, con l’aumentare della popolazione, il sempre più problematico sfruttamento delle risorse e il potenziale conflitto sociale. Pertanto, il successo di questa area prioritaria di tecnologie convergenti è essenziale per il futuro dell’umanità” Dove “umanità” si intende il rapporto tra “popolazione americana” e resto del mondo.

Quindi, per la dimensione di potenza ci vuole una “potenza” ovvero uno Stato sovrano molto forte in termini economici, militari, tecno-scientifici, politici che promuove e pianifica condizioni di possibilità per lo sviluppo di tecniche soggette a quadri strategici pre-ordinati. L’ambiente creato dallo stato americano (ma quello cinese gli è -in parte- speculare), amalgama militari dotati di enormi budget di “difesa” che altrimenti il Congresso non approverebbe, tecno-scienziati provenienti dalle università d’eccellenza seguiti da venture capitalist che ne finanziano generosamente i sogni, ingegneri ingenui che tutti intenti a risolvere problemi non si curano dei contesti e fini per cui operano, le grandi corporation che apportano ricerca applicata e sviluppo pratico dalle teorie alle innovazioni, fondazioni e think tank che prima indicano le strade di sviluppo strategico e poi ne giustificano il perseguimento con convegni, pubblicazioni, articoli, formazione d’opinione e creazione dei concetti, giù giù fino ai narratori che divulgano i concetti fino a collegarli ai fatti. Tutto questo forma l’intenzionalità di potenza ed è con questa che si doma il futuro. Come sintetizza Douglas Rushkoff “se non programmi, sarai programmato”.

Forse, i teorici della sovranità astratta, dovrebbero fare i conti con la potenza concreta. Nei prossimi trenta anni, senza un minimo di potenza, si diventerà sempre più una stringa del codice di chi ha la potenza di programmare il proprio futuro facendolo diventare il tuo futuro. Tale condizione può idealmente non piacere, ma qui il piacere c’entra poco, il gioco e le sue regole fanno parte della potenza, chi la ha, le impone e se non si gioca a quel gioco, si verrà giocati. Tutto il resto è moto browniano che spesso prende l’impotente forma di scritture, appelli, articoli, fondazione di micro-partitini che soddisfano l’egomania di chi vi si dedica, lamenti ed invettive, veicolate dall’infrastruttura progettata e realizzata dalla potenza americana cinquanta anni fa. Incluso questo pezzo.

61 anni, professionista ed imprenditore per 23 anni. Da più di quindici anni ritirato a "confuciana vita di studio", svolge attività di ricerca da indipendente.Si occupa di "complessità", nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica, culturale e soprattutto filosofica. L'applicazione più estesa è in geopolitica. Nel 2017 ha pubblicato il libro: Verso un mondo multipolare, Fazi editore. Ogni tanto commenta notizie di politica internazionale su i principali media (Rai3, la7, Rai RadioTre Mondo, Radio Blackout ed altre testate on line). Fa parte dello staff che organizza l'annuale Festival della Complessità.

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