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Record di voti e mobilitazione, l’exploit dei democratici Usa

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Record di voti e mobilitazione, l’exploit dei democratici Usa

Gli ultimi sofferti dati sembrano aprire a Joe Biden e ai democratici le porte della Casa Bianca. Agli ormai certi 253 grandi elettori conquistati dal candidato democratico l’ex vicepresidente di Barack Obama ha aggiunto quelli della Pennsylvania, Stato in bilico fino all’ultimo nella sfida con Donald Trump, sufficienti a raggiungere e superare la soglia necessaria dei 270 voti.

Sarebbe quindi vittoria per Joe Biden. Eppure in vasti ambienti vicini ai democratici si diffonde un entusiasmo soporifero pericoloso e capace di adombrare le luci del successo. Una affermazione debole e sciapa, non coinvolgente, destinata a segnare una presidenza che già nasce stanca, sono alcune delle reazioni che rimbalzano tra le principali testate giornalistiche e le pagine social di simpatie progressiste.

Una pallida soddisfazione emergente in molti liberal e socialdemocratici non può, e tantomeno, non dovrebbe, però, spingere a scambiare una vittoria per una sconfitta.

Innanzitutto perché una vittoria, seppur risicata (al momento), è sempre una vittoria. Quando nel giugno 2019 il coronavirus era ancora un nemico lontano, e un sondaggio commissionato da Washington Post-Abc News stimava tra gli americani il consenso di Donald Trump al 44%, mai così alto prima, una sua sconfitta sembrava impossibile anche ai più ottimisti. Nessuno infatti avrebbe scommesso allora su una non rielezione del tycoon.

L’affermazione di Biden, se così sarà, acquista perciò ancora più valore dal momento che Trump, nonostante la sconfitta, incrementa il suo consenso popolare, aggiudicandosi almeno cinque milioni di voti in più rispetto al 2016 (63 milioni contro circa 68 oggi). Sapendo quanto velocemente e in che profondità si radica e si estende il potere tra coloro che occupano posizioni di privilegio, una vittoria democratica oggi tutto può essere tranne che insoddisfacente. Ancora di più se si considera che Trump sarà, con ogni probabilità, il primo presidente uscente a perdere la rielezione da 28 anni. Ecco che anche un successo non largo e persuasivo come quello democratico, se può essere oggetto di critica amica e stimolo di miglioramento, non deve essere sinonimo di una sconfitta.

Il cartello Biden-Harris ottiene più di 70 milioni di voti. Nessuno prima nella storia americana si era spinto a raccogliere così tanto consenso popolare. Biden e il Partito democratico coniugano perciò suffragi e mobilitazione, quando si raggiunge il più alto tasso di affluenza degli ultimi 120 anni (66,9%) con più di 160 milioni di americani votanti. Non poco per un candidato definito anche da molti progressisti troppo moderato, centrista e conciliatorio.

La delusione in campo democratico per la venuta meno della tanto attesa Onda Blu rischia di offrire una visione sfuocata attraverso lenti opache. Se come sembra i dati dovessero essere confermati, Joe Biden riprendere gli stati del Midwest industriale trascurati e persi da Hillary Clinton nel 2016. Wisconsin e Michigan, i due stati dell’Upper Midwest, cuore operaio, tornano infatti nella casella democratica, così come probabilmente l’Arizona, che non si schierava dalla parte di un democratico dal 1996, e il Nevada. Più combattuti, anche se con buone speranze per i democratici, rimangono gli stati della Pennsylvania, North Carolina e Georgia. Seppur in modo parziale Joe Biden ottiene quindi roccaforti operaie sfuggite al suo partito nelle scorse presidenziali, e grandi elettori in stati cari a Trump.

Per vedere il bicchiere mezzo vuoto un occhio prudente fisserebbe piuttosto la nuova distribuzione di forze al Congresso e il timido successo tra gli ispanici. Una risicata vittoria alla Camera, dove i democratici mantengono la maggioranza ma perdono seggi, e la probabile sconfitta al Senato nel rinnovo dei 33 senatori, potrebbe infatti costringerebbe Biden a compromessi al centro per scongiurare il rischio di un governo da “anatra zoppa” in attesa delle elezioni di metà mandato. I latinos invece si dividono, scegliendo Trump in Texas e Florida e i democratici in Arizona, con Biden più abile a ottenere consensi tra i bianchi e gli afroamericani.

Prove comunque insufficienti per oscurare la portata della vittoria democratica.

L’affermazione di Biden segna un certo cambio di rotta nella politica americana, nella forma e nella sostanza.

Il linguaggio sdoganato da Trump con i discorsi più beceri, le parole peggiori e i comportamenti più scorretti non troveranno più il megafono della Casa Bianca. La cooperazione internazionale e il multilateralismo dovrebbero sostituire una condotta isolazionista e protezionista, serbatoio di divisione e competizione. L’ambiente troverebbe respiro, con Biden pronto a firmare le carte per riportare gli Stati Uniti nell’accordo di Parigi sul clima. Un piano nazionale per la lotta al coronavirus insieme a un importante pacchetto di aiuti a famiglie e imprese in difficoltà con più investimenti infrastrutturali finanziati con imposte sui redditi elevati piuttosto che con nuovo debito sulle generazioni future. L’estensione dell’Obamacare a milioni di cittadini americani e la riforma della polizia. L’aumento del salario minimo a 15 dollari l’ora, e un piano di 10 milioni di posti di lavoro nella rivoluzione verso la “clean-economy”. L’aumento dei finanziamenti alle scuole nelle aree a basso reddito e i college gratuiti per i giovani di famiglie con redditi inferiori ai 125 mila dollari dovrebbero essere le strade che saranno percorse da Biden. Un cambio di passo fino a poco tempo fa insperato e inimmaginato che potrebbe oggi invece trovare riscontro.

Soffermarsi a osservare il dito e non la Luna rischia di tradursi in un atteggiamento troppo superficiale sinonimo del peggiore moralismo che si lascia sfuggire l’arte del fare. Se gli Stati Uniti sono lo specchio di un mondo sempre più polarizzato, riuscire a sconfiggere una politica che fa dell’intimidazione, del divisionismo e dell’egoismo i suoi cardini non era cosa scontata. That’s not all folks!

Simone Galli, nato a Fivizzano (MS) nel 1993, dopo una laurea triennale in Scienze Politiche consegue sempre presso l'Università di Parma una laurea magistrale in Relazioni Internazionali ed Europee. Appassionato di storia contemporanea e politica internazionale, si interessa principalmente della Geopolitica e degli Affari Europei, con attenzione alle politiche economiche europee, al fenomeno migratorio e alle vicende storiche della Sinistra italiana ed europea. Attualmente impegnato nel conseguire un diploma in Affari Europei presso ISPI, collabora con l'Istituto storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Parma.

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