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La “dottrina Mattarella” in azione

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La “dottrina Mattarella” in azione

Sergio Mattarella parla attraverso i silenzi e gli sguardi. Le pause sono brevi e cariche di pensieri e gli sguardi profondi, a tratto cupi, dopo la fine delle consultazioni seguite alla crisi di governo che ha archiviato l’esperienza del secondo esecutivo di Giuseppe Conte, nato per lo scivolone di un Matteo (Salvini) e finito dopo la rottura del premier con un altro Matteo (Renzi) e l’implosione della maggioranza Pd-M5S-Leu-Italia Viva.

Fallita la mediazione sulla maggioranza del presidente della Camera Roberto Fico, Mattarella parla con gravità in un discorso avulso da qualsiasi riferimento retorico, che riflette il clima teso vissuto dalla nazione. Non chiude la porta alle elezioni, pur sottolineando i rischi legati a una loro organizzazione in tempo di pandemia, ma richiama alla necessità di un governo legittimato nel pieno delle sue funzioni per affrontare la cruciale fase della campagna vaccinale e della stesura definitiva del piano per il Recovery Fund. E in questo contesto si inserisce l’iniziativa di convocare Mario Draghi al Quirinale per programmare la successione a Conte alla carica di Presidente del Consiglio.

Il percorso della crisi di governo del Conte II ha messo in luce appieno la dottrina presidenziale con cui Mattarella ha mediato con le crisi intercorse nei sei, lunghi anni da presidente della Repubblica: la predilezione esplicita per le soluzioni eminentemente politiche alle crisi di governo lo ha portato, in passato, a seguire un’opera di vera e propria “maieutica” nel processo di formazione delle maggioranze che sostenevano i governi da lui nominati. Così è stato per il governo Conte I, così per il Conte II, così anche per il tentativo raffazonato affidato la scorsa settimana a Fico. Processi a cui Mattarella non ha mai voluto sovrapporre un demiurgico processo di interventismo parlamentare, preoccupato di attenersi scrupolosamente al dettato costituzionale.

Ma il potere del Quirinale non è nè cerimoniale nè di mera rappresentanza, ma rappresenta altresì una sorta di “fisarmonica” che si espande e si contrae a seconda delle necessità e delle emergenze del sistema-Paese. Nel solco del dettato costituzionale, dunque, Mattarella, al cui rispetto ha più volte richiamato anche l’esecutivo e gli enti locali durante la pandemia, Mattarella ha aspettato l’esaurimento della fase negoziale tra la compagine giallorossa per prendere l’iniziativa della chiamata al Colle dell’ex governatore della Banca centrale europea. Esaurite le alternative, il Colle agisce: dimostrando sia di voler rispettare le prassi che di non adottare un mero atteggiamento notarile in una fase di acuta crisi per la Repubblica.

Il tatto presidenziale e rifiuto di avvallare politiche “interventiste” sul Parlamento sono legati al timore di vedere l’apertura di crisi al buio capaci di scaraventare il Paese in preda a problematiche politiche e finanziarie. Da questa impostazione sono sorti sia il dietrofront che ha permesso la costituzione del primo governo Conte dopo il rifiuto della nomina di Paolo Savona al Mef nel maggio 2018 e la temporanea chiamata di Carlo Cottarelli come premier incaricato “neutrale” sia la paziente tessitura delle consultazioni che nell’estate 2019 hanno dato vita al governo M5S-Pd, pensato per evitare che un voto anticipato portasse l’Italia al 2020 in esercizio provvisorio di bilancio.

Parimenti, però, il rifiuto di crisi al buio impone la volontà di prendere scelte capaci di produrre risultati effettivi. Nominare Draghi alla guida di un governo significa nello scenario peggiore, nell’ottica del Quirinale, prevenire l’arrivo delle urne con il Paese guidato da un governo dimissionario e privo di slancio in una fase critica per l’Italia e, nel caso ritenuto ideale, spronare le forze politiche a mettere in campo un “governo di alto profilo che non debba identificarsi con alcuna formula politica”, come dichiarato da Mattarella dopo il colloquio con Fico, capace di fare fronte “con tempestività alle gravi emergenze non rinviabili” con prospettive di durata per il resto della Legislatura.

Draghi è la figura su cui si saldano, inoltre, gli altri principi-chiave della “dottrina Mattarella”: l’opera di diplomazia personale e di moral suasion politica sulle forze alternatesi nelle maggioranze dei governi da lui nominati per mantenere dritta la barra del collocamento italiano nel campo europeo ed atlantico, da Mattarella ritenuto presupposto fondamentale per la stabilità del Paese nel quadro internazionale e a cui ha condizionato la sua approvazione dei ministeri-chiave (Economia, Esteri, Difesa).

Lo standing del personaggio, in quest’ottica, è senza ambiguità. “Vorrei avere Draghi al suo posto”. Con questa semplice frase Donald Trump nel giugno 2019 stigmatizzò il comportamento politico del governatore della Fed Jerome Powell, chiedendogli di prendere ad esempio l’allora governatore della Bce. “Un protagonista della storia d’Europa” ha definito Draghi la Civiltà Cattolicarivista edita dai gesuiti e considerata estremamente vicina a Papa Francesco, dopo la fine del suo mandato da governatore nell’ottobre successivo. 

Nella cerimonia di passaggio di consegna a Christine Lagarde Draghi è stato salutato, più che come un banchiere, come un imperatore al momento dell’abdicazione: Sergio Mattarella, Emmanuel Macron e Angela Merkel gli hanno tributato grandi onori nella sua cerimonia di congedo, e anche l’ex ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble, falco dell’austerity, ha applaudito quello che ai tempi del varo del quantitative easing era considerato un suo rivale. Draghi nelle classi dirigenti internazionali suscita consensi unanimi, per quanto riteniamo che una sua misurazione sul terreno elettorale darebbe invece risultati ben diversi. A questo credito Mattarella deve aver pensato prima di contattare l’uomo più evocato, temuto e citato nel dibattito politico.

Ma basterà lo standing internazionale di Draghi a compattare una maggioranza e un governo capaci di dare risposte al Paese? Dal Recovery Plan al lavoro, dal piano vaccinale al posizionamento italiano nel Mediterraneo, passando per la difesa di asset strategici e finanziari contesi in una partita geoeconomica globale smepre più attiva le sfide sono molteplici. Non riteniamo le elezioni un’ordalia nè un impedimento a qualsiasi ragionamento per la costruzione di un’agenda politica di ampia prospettiva, ma se da un lato chiamando Draghi Mattarella ha voluto mettere in campo la sua dottrina di fronte all’evaporazione della capacità della maggioranza giallorossa di produrre risposte, dall’altro ha mostrato che il proseguio della legislatura che tra un anno dovrà eleggere il suo successore è la sua opzione favorita. Perché in quanto arbitro l’inquilino del Colle più alto della Repubblica deve compiere delle scelte. Le sfide esistenziali che la Repubblica deve affrontare lo chiamano ad agire, in un modo o nell’altro, per dare alla crisi una soluzione certa e univoca dopo il flop della mediazione nella maggioranza. Nella speranza che sul lungo periodo possa esser la politica a riprendersi gli spazi che legittimamente le competono.

Bresciano classe 1994, si è formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano. Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ha conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019. Attualmente è analista geopolitico ed economico per "Inside Over" e "Kritica Economica" e svolge attività di ricerca presso il CISINT - Centro Italia di Strategia e Intelligence.

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