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La Grande Crisi e il fallimento del neoliberismo

La Grande Crisi e il fallimento del neoliberismo

Quarto capitolo del lavoro di Giuseppe Gagliano su “Finanzcapitalismo” di Luciano Gallino. In questa parte dell’analisi, Gagliano spiega le teorie di Gallino sul fallimento del pensiero mainstream neoliberista in seguito alla determinazione e allo scoppio della Grande Recessione che ne ha destabilizzato i pilastri ideologici.

Se il neoliberismo è la dottrina politica, posta a fondamento della civiltà-mondo, che ha determinato una serie di recessioni e crisi cicliche del sistema economico e sociale globale, la causa principale della crisi potrebbe essere insita nel finanzcapitalismo o capitalismo dei mercati finanziari e in questo caso la crisi sarebbe una naturale e inevitabile conseguenza delle dinamiche dell’attuale sistema economico, della sua fragilità sistemica e delle distorsioni che questo impone all’economia reale, ma è possibile andare ancora più a fondo nella comprensione delle cause della crisi iniziata nel 2007-2008.

Dato che un fenomeno simile non può venire spiegato in modo semplicistico, poiché in esso operano numerosi meccanismi complessi e interrelati, centinaia di saggi pubblicati tra il 2007 ed il 2010 hanno provveduto a costruire degli schemi esplicativi, riconducibili schematicamente a tre varianti fondamentali, oltre a quella sopraccitata: la crisi è dovuta a una sorta di psicologia speculativa che ha portato sia famiglie che istituzioni a contrarre mutui e debiti, senza essere poi in grado realmente di pagare; un potente motore di consumi privati è la costruzione di case, pertanto il governo americano, allora presieduto da Bush Jr e la Fed (Federal Reserve System), ovvero un sistema di dodici banche private americane, cui in Usa è affidato il ruolo di banca centrale, decisero di incentivare l’edilizia residenziale, portando le famiglie a contrarre debiti per l’acquisto di case, garantiti dal valore della casa stessa, ossia sottoscrivendo con una banca o un altro ente finanziario un mutuo gravato da ipoteca. Da parte loro le banche favorirono la trasformazione di strumenti di debito in titoli commerciali, ciò significa che il credito concesso da una banca a una famiglia o a una impresa veniva trasformato in un titolo commerciabile, con la conseguenza nefasta che nessuna banca si curò più di verificare in via preliminare la duratura solvibilità del mutuatario visto che il rischio di insolvenza veniva subito trasferito su un altro ente e poi agli investitori.

I risultati di questa campagna governativo-bancaria a favore dei mutui concessi con interessata facilità e a tassi variabili avrebbero portato alla fine ad un’ondata di sequestri, a una svalutazione del valore degli immobili, alla crisi di tutti quegli enti finanziari e quelle società che avevano assicurato i mutui dal rischio di insolvenza e persino delle banche che avevano venduto a società-veicolo (Siv) i titoli di debito facendoli uscire dal perimetro del loro bilancio consolidato.

 Date le perdite subite e la contrazione degli attivi rimasti sui bilanci, le banche ridussero al minimo i prestiti di denaro e tutte quelle operazioni su cui si fonda in gran parte il sistema bancario. Partita dagli Usa, la crisi si sarebbe rapidamente diffusa nella Ue; un’altro schema esplicativo della crisi verte sull’importanza dello sviluppo patologico della finanza mondiale che oltre a raggiungere, come si è detto precedentemente, una dimensione sproporzionata rispetto all’economia reale, ha generato un gigantesco sistema finanziario ombra, sottratto a qualunque regolamentazione.

La finanza rischia l’osso del collo

Il sistema finanziario è uno strumento indispensabile per il buon funzionamento dell’economia reale, nondimeno, quando il suo valore complessivo arriva a superare di parecchie volte il valore di quest’ultima, significa che la maggior parte delle sue operazioni hanno una finalità speculativa e non produttiva (gli attivi finanziari globali hanno superato nel 2007 di 4,4 volte il Pil mondiale), persino gli altissimi compensi destinati ai dirigenti e ai trader delle banche indicano chiaramente che l’attività di queste banche è eminentemente speculativa, poiché nessun tipo di investimento nell’economia reale permetterebbe di erogare simili compensi (stipendi, bonus etc.); infine una frazione elevatissima dei movimenti di capitale che hanno luogo nel sistema sono deliberatamente sottratti a ogni forma di effettiva regolazione da parte delle autorità che per legge dovrebbero vigilare su di esso, per questi motivi l’attuale sviluppo del sistema finanziario non  può che dirsi malato: la dimensione delle voci fuori bilancio delle banche comportava che esse fossero capaci di operare e muovere con un effetto leva una quantità denaro, sotto forma di titoli ed altri effetti, enormemente più alta di quella effettivamente disposta in soldi veri.

Il sistema bancario internazionale ha radicalmente trasformato le proprie funzioni e forme organizzative, costruendo intorno a sé a tale scopo, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, il sistema finanziario ombra con il quale intrattiene strettissimi rapporti. È stata la legislazione de-regolatrice e liberalizzatrice intervenuta negli anni ’80 del Novecento in poi a consentire agli enti finanziari di svolgere nell’ombra, ossia al di fuori della visibilità e della presa normativa delle autorità di sorveglianza, ma in modo legale, una massa colossale di attività finanziarie.

I motivi principali che hanno spinto le banche Usa e Ue a sviluppare un gigantesco sistema finanziario ombra sono stati anzitutto quello di massimizzare i ricavi derivanti dai crediti concessi e al tempo stesso quello di aggirare le disposizioni e gli accordi relativi alla quota da tenere in riserva, denominato in Italia patrimonio di vigilanza: un mutuo ad esempio è un capitale dato a credito che per decenni rimane immobilizzato e rende unicamente un tot di interessi; per contro se esso viene trasformato in un titolo commerciabile e quindi venduto a un Siv, una società-veicolo, quello stesso capitale, sottratte le rate del mutuo già pagate dal debitore, ridiventa disponibile per concedere un altro mutuo, cioè un altro credito, e questo può avvenire più di una volta. Un mutuo venduto a un Siv presenta poi un altro vantaggio: anche se la vendita è in realtà fittizia, perché la banca controlla pur sempre i suoi veicoli, le norme contabili di diversi paesi permettono di portare fuori bilancio i crediti venduti. Questo significa che il capitale costituito dai questi ultimi non grava più sul capitale da tenere in cassa quale garanzia a fronte delle proprie attività. Una banca ha infatti l’obbligo di tenere in cassa come fondi propri una certa percentuale dei suoi depositi, che sono debiti, e dei suoi attivi, incluso ogni prestito che concede (nei paesi dell’Ue 8% del totale, ossia 8 euro per ogni 100 che un ente presta).

Se viene registrato in bilancio come attività, qualunque credito o prestito concesso fa crescere il patrimonio da far figurare come riserva e crescono così patologicamente anche gli attivi fuori bilancio. Quando una quota di attività finanziarie si svolge per lungo tempo nell’ombra, accade che non solo le autorità di sorveglianza, ma persino coloro che tali attività svolgono non riescano più a scorgere né le attività stesse, né le loro conseguenze. Purtroppo nel sistema finanziario ombra nemmeno i suoi creatori riuscivano più a conoscere le informazioni riguardanti i titoli di debito (Cdo), pertanto il risultato fu che nel 2008 il sistema finanziario globale rischiò di andare in frantumi.

L’abiura alla “deregulation”

Solo un massiccio intervento dello stato, in Usa e Ue, riuscì a salvarlo. Un altro schema esplicativo attribuisce un notevole peso alla crescita delle disuguaglianze economiche, ma tuttavia va rilevato che la crescita delle disuguaglianze è anch’essa un carattere costitutivo del finanzcapitalismo ed andrebbe pertanto considerata come una causa indiretta. Sebbene non si possano trascurare tutti questi fattori, certamente la realtà della finanza globale non sarebbe mai cambiata tanto radicalmente se in Europa ed Usa non fossero state progressivamente abolite le regole in vigore, mentre nuove leggi e normative venivano introdotte per consentire il massimo sviluppo dei mercati finanziari e dei loro prodotti. La storia economico-finanziaria degli ultimi trent’anni è caratterizzata da un processo di deregolazione accompagnata da uno sviluppo della tecnologia, dell’informatica e delle telecomunicazioni tale da consentire di spostare liberamente da un paese ad un altro masse ingenti di capitali in modo quasi istantaneo. Questa spinta alla liberalizzazione dei movimenti di capitale è stata in gran parte incoraggiata dall’Europa occidentale: la globalizzazione finanziaria è decollata grazie ai contributi dei partiti e dei politici che si reputavano di sinistra, fatto che costituisce un paradosso clamoroso a fronte di un processo mondiale che è stato condotto in funzione antioperaia e volto allo smantellamento dello stato sociale. Di questo parleremo nel prossimo capitolo dell’analisi.

4 – continua

1 – Il finanzcapitalismo secondo Luciano Gallino

2 – Le strutture del finanzcapitalismo

3 – Ascesa e declino del neoliberismo

4 – La Grande Crisi: il fallimento del neoliberismo

Nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, centro studi iscritto all'Anagrafe della Ricerca dal 2015. La finalità del centro è quella di studiare, in una ottica realistica, le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali ponendo l'enfasi sulla dimensione della intelligence e della geopolitica alla luce delle riflessioni di Christian Harbulot fondatore e direttore della Scuola di guerra economica(Ege) di Parigi

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