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“Lo Stato e la guerra di Krippendorf” – Guerriglia e istituzioni militari dopo Napoleone

“Lo Stato e la guerra di Krippendorf” – Guerriglia e istituzioni militari dopo Napoleone

Si conclude oggi con l’ottavo capitolo la lunga analisi di Giuseppe Gagliano sull’opera più importante di Ekkehart Krippendorf.

L’espansione napoleonica provocò reazioni da parte delle popolazioni  occupate, vittime di spoliazione da parte dei soldati francesi. Una volta dissoltosi l’equivoco, secondo cui la Grande Armé sarebbe stata portatrice di indipendenza e libertà (equivoco che aveva inizialmente procurato simpatie agli occupanti francesi da parte di consistenti settori della borghesia europea) si sviluppò in alcuni Paesi occupati (Spagna, Russia e Prussia) una resistenza popolare verso l’armata napoleonica. Tale forma di resistenza militare assunse le forme della guerriglia ed ebbe origine in Spagna. Malgrado tali forme di lotta si fossero messe al servizio delle vecchie dinastie spodestate ed operassero in favore di una restaurazione monarchica e legittimista, il loro carattere era, secondo Krippendorf, obiettivamente rivoluzionario, poiché la guerriglia  in quanto guerra popolare non è soltanto guerra contro il dominio straniero ma, per esteso, anche contro il dominio repressivo dello Stato. Si tratta di una guerra popolare che si sottrae alle regole del gioco tradizionali, rifiutando organizzazione e gerarchie. L’insita pericolosità politica della guerriglia non sfuggì né ai Borboni né ai Romanov, che pure se ne servirono in chiave anti-francese: come sarebbe stato possibile che il popolo, protagonista della resistenza anti-bonapartista, non facesse in seguito pesare le proprie richieste di fronte ai restaurati sovrani?!

La casa reale spagnola, in particolare, una volta diminuita l’utilità dei guerrilleros dal punto di vista puramente militare di fronte all’importanza sempre crescente dell’armata di Wellington cercò di disfarsene, dopo gli inutili tentativi – da parte della Junta militare – di disciplinarne l’azione.  Krippendorff, a tale proposito, fa un parallelo fra i legittimisti borbonici spagnoli del XIX secolo ed i partigiani italiani, che combatterono i nazifascisti nel corso della Seconda Guerra Mondiale:

Se al posto della Spagna dell’anno 1808 si prende l’Italia degli anni 1943-45 e al posto del duca inglese di Wellington, il comandante in capo delle truppe alleate generale Alexander, ecco che si evidenzia anche in questo caso la diretta attualità della guerra: i partigiani italiani, divenuti non più necessari, a causa del loro potenziale sociale rivoluzionario, vennero sostenuti pochissimo, in molti casi di fatto abbandonati nelle mani delle truppe tedesche e fasciste, e subito dopo la fine della guerra immediatamente privati delle armi.

Anche in Prussia, la Lega della Virtù, guidata dal maggiore Schill, incarnò qualcosa di simile alla guerriglia spagnola, sebbene con ampiezza e consistenza numerica minore; a differenza di quanto avrebbero fatto, almeno in un primo tempo i Borboni, però, la casa reale prussiana, a favore della quale questo movimento di liberazione dal basso pensava di combattere e congiurare, ne prese subito le distanze: di conseguenza i combattenti fatti prigionieri dai Francesi poterono essere fucilati come banditi.

Una volta sconfitto Napoleone, l’ordine europeo venne restaurato : gli Stati e le loro dinastie nuove-vecchie si confermarono reciprocamente, ribadendo i loro possedimenti territoriali, secondo una nuova distribuzione. Sulla scorta dello storiografo Taylor, Krippendorff nega qualsiasi originalità al principio dell’equilibrio europeo, formula partorita in seno al Congresso di Vienna del 1814-15 ed elaborata da Metternich.  

Come già Taylor, anche Krippendorff asserisce che non fu Metternich a sviluppare il sistema dell’equilibrio delle forze, né egli avrebbe fornito un particolare contributo per svilupparlo: le grandi potenze esistevano anche senza questo equilibrio ed alla teoria della politica internazionale, egli avrebbe offerto solo una serie di banalità. L’autore sottolinea come l’intera personalità dello statista austriaco, oggetto di ambigua rivalutazione da parte dei liberali contemporanei, fosse assolutamente mediocre. Molte delle famose massime del diplomatico viennese (“deve tutto peggiorare, prima che migliori” o “dopo la guerra l’Europa ha bisogno della pace”) sono improntate ad una sconfortante convenzionalità e molti osservatori a lui coevi hanno messo in rilievo la vanità e l’autocompiacimento dell’uomo. Del resto la stessa teoria dell’equilibrio delle forze, cui sono dedicate intere biblioteche, non è forse anch’essa un prodotto intellettuale assai poco sofisticato: è banale come la personalità di Metternich e nonostante questo, anzi forse proprio per la sua semplicità, ha avuto grande influenza.

La cosa più rimarchevole, dal punto di vista culturale, nei decenni dopo il 1815, fu la popolarizzazione dell’esercito: quasi dappertutto fu introdotta la coscrizione obbligatoria per l’intera popolazione maschile; la funzione repressiva dell’esercito venne mascherata attraverso il velo  della nazionalizzazione, che ne occultò il carattere di strumento di dominio.

Tale operazione non poté funzionare ovunque: l’impopolarità del governo zarista impedì ad esempio che qui potesse essere introdotta la leva obbligatoria; per ragioni diverse essa fu abolita in Francia, in cui i restaurati Borboni temevano che un esercito nazionale potesse divenire un pericolo per loro e per le classi al potere, data la perdurante simpatia nei confronti dell’ormai sconfitto Napoleone. L’esercito francese rimase durante tutto il XIX secolo un “vero esercito di caserma”, che conduceva una vita isolata al di fuori della Nazione. Aveva un numero di effettivi abbastanza esiguo (240.000 unità), in quanto la sua funzione non era quella di strumento di politica estera, quanto di polizia interna.

Tolstoj – guerra e Stato

Il romanzo Guerra e Pace di Leone Tolstoj è considerato unanimemente una delle maggiori opere letterarie. Tuttavia l’opera tolstoiana è molto più di un romanzo; essa costituisce anche un tentativo di affrontare il problema della verità storica. La critica letteraria ha comunque ritenuto irrilevanti ed artificiose la filosofia della storia e la spiegazione della guerra che sono alla base dell’opera. Si è trattato di temi che hanno impegnato lo scrittore russo anche decenni dopo la stesura del proprio capolavoro ed ai quali alla fine Tolstoj giunse a trovare una risposta per lui soddisfacente: “Finché continueranno ad esistere governi ed eserciti, la fine delle guerre non è possibile.” Egli espose tali conclusioni in numerosi volantini, pamphlet, lettere (tra le altri a Gandhi) e saggi. La condotta di Tolstoj finirà per dividere i suoi ammiratori, alcuni dei quali chiederanno invano allo scrittore di tornare alla pura letteratura. Al contrario, Rosa Luxembourg e Lenin si occuperanno di lui e della sua importanza per la futura rivoluzione. La sostanza circa il nesso tra guerra e Stato per Tolstoj può essere esemplificato da questa frase: “(…) ogni governo ed a maggior ragione un governo al quale viene lasciato il potere militare è un’istituzione terribile, anzi la più pericolosa del Mondo

8 – fine

  1. La ragion di Stato
  2. Antropologia della guerra
  3. La nascita di Usa e Urss
  4. La Grande Guerra
  5. Max Weber e il concetto di guerra
  6. La guerre c’est moi! Lo Stato moderno e il concetto di guerra
  7. Guerra e Rivoluzione
  8. Guerriglia e istituzioni militari dopo Napoleone

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Nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, centro studi iscritto all'Anagrafe della Ricerca dal 2015. La finalità del centro è quella di studiare, in una ottica realistica, le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali ponendo l'enfasi sulla dimensione della intelligence e della geopolitica alla luce delle riflessioni di Christian Harbulot fondatore e direttore della Scuola di guerra economica(Ege) di Parigi

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