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L’eredità indimenticabile di Enrico Mattei

Mattei

L’eredità indimenticabile di Enrico Mattei

Il 27 ottobre 1962 Enrico Mattei, il padre dell’Eni e tra i maggiori protagonisti dell’epopea politica ed economica della Prima Repubblica, moriva nel misterioso incidente aereo di Bascapè: in occasione dell’anniversario della sua scomparsa, abbiamo voluto discutere dell’eredità politica e umana di Mattei con Alessandro Aresu, direttore scientifico della Scuola di Politiche, consigliere scientifico di Limes e autore del libro “Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina” (La Nave di Teseo), sempre graditissimo ospite delle nostre colonne.

Enrico Mattei è divenuto, nel corso dei decenni, l’idealtipo del membro della classe dirigente italiana, una figura capace di acquisire popolarità trasversale a schieramenti politici e generazioni. Ma, a quasi sessant’anni dalla sua morte, quali possiamo indicare come le sue qualità politiche e manageriali che più lo hanno contraddistinto?

Mattei è amato dagli italiani. Da chi ne ha conservato la memoria, negli omaggi e nelle testimonianze, come ha fatto Giuseppe Accorinti nei suoi libri, che sono i miei preferiti in materia. Quelli che hanno conosciuto Mattei anche attraverso la lettura di un discorso o la visione di un suo intervento su YouTube, lo amano. Perché? Perché ha incarnato il miracolo italiano, qualcosa che parla a tutti noi, qualcosa per cui proviamo nostalgia. In termini letterali e in termini di impeto. Era un uomo impetuoso, quindi in grado di rappresentare una stagione impetuoso della storia d’Italia, sicuramente il momento migliore dell’Italia unita. Era anche un uomo molto ambizioso, e ossessionato da un’idea: la liberazione di un complesso di inferiorità del nostro Paese rispetto al mondo. Questa idea fu molto importante per un Paese sconfitto nella Seconda Guerra Mondiale e dove ci fu una guerra civile, dove Mattei si schierò apertamente, come partigiano “bianco”. Nel costruire una nuova Italia, Mattei non si limitò a esercitare la continuità amministrativa che ha caratterizzato in vasta parte la relazione della Repubblica col fascismo, ma coinvolse alcuni fascisti (e socialisti, in parte anche comunisti contro i quali fu sempre molto duro a livello ideologico) in un progetto nazionale nuovo. In questo c’è un suo genio politico, manageriale ma anche umano. Sono cose con cui si costruisce una nazione, che in Italia non vengono mai fatte.

Mattei, uomo formatosi al di fuori delle accademie, seppe far fronte comune e sinergia con i migliori talenti della cultura e della politica dell’area cui faceva riferimento nel campo democristiano. Quali sono i tratti salienti della sua visione ideologica? Cosa gli ha permesso di lavorare con profitto al fianco di figure come Giorgio La Pira e Amintore Fanfani?

Mattei conosceva i suoi limiti intellettuali, e li accentuava apposta, in modo simile al discorso che faceva sulla sua povertà. Sapeva che l’uomo d’azione e l’uomo di pensiero si completano. La politica e gli affari dello Stato sono l’ambito per eccellenza di questo completamento.

Franco Amatori ha scritto che l’Eni di Mattei è stata “la più completa espressione della filosofia imprenditoriale dell’impresa pubblica”. Quale innovazione e quali nuovi paradigmi nel rapporto tra politica ed economia ha portato Mattei dopo la sua ascesa nel mondo degli idrocarburi?

Mattei aveva un’idea ampia del ruolo dello Stato. C’è uno scritto del 1958, in cui si sofferma sul rapporto tra capitalismo e socialismo. Più che fornire una dissertazione teorica, il suo obiettivo è duplice: da un lato il chiarimento sull’identità dell’Eni e sul suo protagonismo nel contesto italiano, dall’altro l’identificazione dell’ambito dell’economia mista come ponte tra le nazioni occidentali e le economie pianificate.

Mattei critica il capitalismo privato italiano, che “spesso non disdegna gli interventi dello Stato, anzi talvolta persino li sollecita”, e si muove in dinamiche di organizzazione e di burocratizzazione. Nell’ambito del “capitalismo statale”, invece, pone la differenza tra l’Istituto per la Ricostruzione Industriale e l’Eni. Essi si distinguono per le loro origini, ricorda Mattei: mentre la nascita dell’Iri si deve alla necessità di rispondere alla Grande Depressione, la creazione dell’Eni avviene “con la chiara visione di fini sociali”. Pertanto, l’Eni è “la punta avanzata di un movimento, il quale propone come fine dell’attività economica piuttosto il bene pubblico che il profitto ed assume, a seconda dei casi, una funzione sostitutiva oppure integratrice dell’impresa privata”.

Le moderne fonti di energia, la ricerca e l’innovazione in materia, sono per Mattei il cuore dell’economia mista. In questo ruolo svolto nell’impresa pubblica, Mattei comunque rimane sempre molto diffidente verso lo Stato e verso la burocrazia. Il successo dell’Eni è anche sfida all’incapacità amministrativa italiana, secondo il modello che Cassese, formatosi peraltro all’Eni, ha definito “amministrazioni parallele”.

E che ruolo, invece, ha avuto Mattei nel promuovere la riflessione politica sull’interesse nazionale e la proiezione nel Mediterraneo nell’Italia a sovranità limitata del secondo dopoguerra?

Mattei era profondamente anticolonialista. L’anticolonialismo gli conveniva, per rafforzare il suo profilo e la sua ambizione, ma ci credeva davvero. Quindi costruisce una sorta di “falange” anticolonialista per rafforzare il coinvolgimento, il profilo e gli interessi di Eni in Mediterraneo e in Medio Oriente. Nel caso algerino, fa molto di più, perché a finanziamenti e armi per gli indipendentisti affianca anche la consulenza legale sulle trattative con la Francia.

In un recente saggio su Mattei lei ha messo l’accento sull’interesse del grande manager marchigiano per la “futurologia”, ovvero per lo studio degli scenari di lungo periodo. In che modo questa visione inficiò la formazione nel mondo Eni prima e dopo la sua morte? Che eredità ha lasciato questa impronta sulla cultura aziendale del gruppo?

Ci sono tre aspetti. Il primo riguarda la ricerca scientifica e la capacità tecnologica. Da questo punto di vista era fondamentale per l’ultimo Mattei la scelta italiana per il nucleare, la costruzione di una classe dirigente e di una competenza specifica italiana su questo. La scelta democratica dell’Italia di distaccarsi dal nucleare quindi è stata, tra le altre cose, un tradimento dello spirito di Mattei. 

Secondo aspetto: la futurologia non è solo la capacità di previsione dei mercati (ovviamente importante in un settore come quello degli idrocarburi) ma anche lo studio dell’evoluzione dei processi globali, quindi la costruzione di apparati aziendali che svolgano queste funzioni.

Terzo aspetto: la creazione di scuole che sappiano essere nel futuro non solo della propria comunità (formare i propri tecnici) ma anche delle altre classi dirigenti (formarle, per mantenere rapporti).  

La morte di Mattei è tuttora un grande mistero italiano e una ferita aperta nella storia recente del Paese. Tra le varie tesi sulla scomparsa di Mattei, quali ritiene abbiano la maggiore credibilità?

Non avremo mai una “confessione” dell’omicidio di Mattei, quindi quella ferita non sarà mai chiusa e immagino che anche tra qualche decennio ci sarà ancora la curiosità sulla morte di Mattei. Quindi a mio avviso dobbiamo considerarlo un omicidio, e lo dobbiamo alla memoria di Mattei, come scrive Giuseppe Accorinti, ma non abbiamo elementi chiari per dire chi sia stato il mandante.

Clicca qui per leggere tutte le interviste realizzate dall’Osservatorio Globalizzazione.

Bresciano classe 1994, si è formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano. Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ha conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019. Attualmente è analista geopolitico ed economico per "Inside Over" e "Kritica Economica" e svolge attività di ricerca presso il CISINT - Centro Italia di Strategia e Intelligence.

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