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Una sinistra che sdogana l’estrema destra

Una sinistra che sdogana l’estrema destra

Continuiamo con la seconda parte dell’analisi di Matteo Luca Andriola: “Fra postmodernità, crisi del marxismo e affermazione delle nuove destre metapolitiche: il caso italiano”. Buona Lettura! (Qui la prima parte)

Va detto che, ideologicamente, la crisi della spinta propulsiva della sinistra italiana va vista alla luce dell’affermazione di nuove tendenze provenienti dalla Francia. In particolare, i Nouveaux Philosophes, nome che negli anni ’70 venne dato a un gruppo di intellettuali francesi provenienti dagli ambienti maoisti della Gauche prolétarienne (J.M. Benoist, C. Her- vé, J.P. Dollé, André Gluksmann, Ch. Jambet, G. Lardreu, Bernard-Hen- ry Lévy, Ph. Némo) i quali, partendo dalla critica al marxismo, giudicato totalitario, e a tutte le ideologie ‘di massa’, intendevano svolgere una meditazione filosofica libera da ogni conformismo politico-culturale, puntando sulla difesa della dignità e della libertà dell’individuo, mettendo al centro del discorso l’interiorità, l’individuo, l’irrazionalismo, rifacendosi al post strutturalismo, a Nietzsche, Heidegger, Albert Camus e Michel Foucault[1].

Il ritorno in auge in campo storiografico di categorie quali il totalitarismo, fino alla graduale affermazione in campo filosofico dell’ideologia postmoderna nel mondo del dissenso, un tempo capitanato dal marxismo, favorisce la nascita di un ‘postmodernismo di sinistra’ che dà vita a una sorta di marxismo fluido, flessibile, pronto a spalancare le porte e a contaminarsi. Nascono i ‘nietzscheani di sinistra’, una tendenza postmoderna che si regge sulla distorsione del pensiero di Nietzsche, che viene recuperato per andare oltre – tendenza alla base del neodestrismo – le categorie destra/sinistra.

Si “arruola Nietzsche nei ranghi dei movimenti anticapitalisti dell’epoca” scrive Vladimiro Giacché[2], e ovviamente “l’oltreuomo” (così Vattimo traduce l’Übermensch di Così parlo Zarathustra, per non evocare con ‘superuomo’ lo spettro del tanto negato Nietzsche proto-nazista) diventa l’uomo nuovo che si è liberato dell’alienazione, il rivoluzionario che – proprio in quanto riesce a spogliarsi dei valori imposti dalla vecchia società – può superare il capitalismo; mentre la critica nietzscheana alla modernità – che Habermas considerava rivolta anche contro il “contenuto emancipativo” della modernità stessa, una rivolta contro il mondo moderno, parafrasando Julius Evola – è trasfigurata da Vattimo come una “contestazione rivoluzionaria del capitalismo e dei suoi meccanismi di sottomissione reale”[3]

È entro tale sdoganamento della cultura di destra che avviene l’apertura al dialogo, in Italia, non solo con la corrente italiana gravitante attorno a Marco Tarchi ma anche, da parte di figure legate al Psi o al Pci e provenienti dalla ‘nuova sinistra’ sessantottina e postmoderna, con alcune personalità della ‘sinistra nazionale’ del Msi. È il caso del dibattito tenutosi il 27 novembre 1982 a Firenze tra il filosofo Massimo Cacciari, all’epoca deputato del Pci, il cattolico di sinistra e firma de Il manifesto, Giovanni Tassani, e numerosi esponenti della neonata corrente neodestrista italiana come Tarchi e Giuseppe Del Ninno, moderati dal repubblicano di destra (ed ex missino di sinistra, poi teorico della destra sociale di An), Giano Accame.

Tema dell’incontro: “Sinistra e nuova destra. Appunti per un dibattito”. È organizzato da Diorama letterario e pubblicato nei numeri 56-57 del febbraio-marzo 1983, anche se un primo confronto era già avvenuto un anno prima, nella primavera del 1982, con un dibattito dal tema “La tolleranza della cultura”, a cui avevano partecipato Massimo Cacciari, Gennaro Malgieri, Giampiero Mughini (ex direttore di Lotta Continua, poi craxiano) e Marcello Veneziani, moderati da Gianfranco De Turris, e i cui atti furono pubblicati nella rivista Omnibus, diretta da Veneziani. Al centro delle riflessioni filosofiche di Cacciari – che inizia la sua carriera politica sposando le tesi dell’operaismo e militando in Potere operaio e collaborando con Mario Tronti, Alberto Asor Rosa e Toni Negri, prima di transitare nel Pci – vi è “la fine della razionalità classica e dialettica e l’emergere pieno, costruttivo, rifondativo e non distruttivo […] del ‘pensiero negativo’”[4].

C’è un rifiuto, “sempre e attivamente”, a ogni soluzione alla crisi, una riflessione che muove non a caso dal pensiero di Nietzsche, Heidegger e Ludwig Wittgenstein, per risalire ai presupposti di alcuni aspetti della tradizione religiosa e del pensiero filosofico occidentali, e che porta al dibattito con la nuova destra italiana, reso possibile dai “molti punti di contatto”, dato che Cacciari, “che aveva avuto per maestro a Padova Toni Negri si era abbeverato anche a Nietzsche, Ernst Jünger, Carl Schmitt, Heidegger, Evola e Pound ed era quindi ben consapevole della cultura di chi aveva dinnanzi[5]. Dal convegno fiorentino l’interesse si sviluppa anche fra altri intellettuali di sinistra, e coinvolge personalità come Giacomo Marramao, Ferruccio Masini, Alexander Langer, Salvatore Sechi, Dino Cofrancesco, Giorgio Galli, Sabino Acquaviva, Costanzo Preve e molti altri, al punto che una parte di loro partecipa ai successivi seminari di quell’area intellettuale[6], a partire da due convegni veneziani con la presenza dello stesso Cacciari. 

Questa fase di attenzione per la cultura di destra da parte dell’intellighenzia di sinistra produce anche la trasmissione televisiva trasmessa su Rai 2 il 4 dicembre 1980, “Nero è bello”, curata da Mughini, mandata in onda a soli quattro mesi dalla strage di Bologna, e incentrata sulle novità politiche e culturali della destra neofascista – dal Msi al radicalismo di destra (l’universo della ‘musica alternativa’ o quello delle case editrici ‘non conformi’), passando per quella metapolitica nata dai Campi Hobbit e finita per rifarsi alle tesi di Alain de Benoist – ; lo speciale di Mario Accolti Gil e Gianni Emilio Simonetti sulla “Cultura e simboli della nuova destra”, pubblicato sulla rivista del Psi MondOperaio a fine 1980; l’interesse per cui l’Istituto Gramsci del Pci organizza convegni, impensabili fino a qualche anno prima, su Fiederich Nietzsche, Carl Schmitt o Ernst Jünger; fino ad arrivare alla redazione di Pagina, rivista gestita da un gruppo di giovani intellettuali vicini al craxismo abbeveratisi alle acque libertarie del ’68 e dell’operaismo – Ernesto Galli della Loggia, Massimo Fini, Pierluigi Battista, Paolo Mieli e Aldo Canale – le cui pagine costituiranno uno dei luoghi privilegiati del dialogo con le nuove espressioni della cultura di destra[7].

È quello che Marco Revelli definirà “aperture di credito da parte socialista nei confronti della ‘nuova destra’”[8]e di quella missina, con anche il Comune di Milano, guidato dal socialista Carlo Tognoli, che allestisce a Palazzo Reale, dal 27 gennaio al 30 aprile 1982, la mostra “Anni ’30. Arte e cultura in Italia”, curata da Giordano Bruno Guerri, primo tentativo di cancellare la diatriba fascismo/antifascismo storicizzando il Ventennio sui fasti dell’opera ‘revisionista’ di Renzo De Felice; una mostra inconcepibile pochi anni prima. Aperture che culmineranno con la presenza, nel catalogo della Sugar-Co, casa editrice gravitante attorno al Psi, di esponenti dell’area tarchiana (Marcello Veneziani in testa, che darà alle stampe nel 1987 La rivoluzione conservatrice in Italia. Genesi e sviluppo dell’“ideologia italiana”, oltre a opere di Spengler e Jünger).

C’erano già stati gli accrediti al Msi durante la fase del ‘socialismo tricolore’, con Bettino Craxi che, per ovviare al ripudio del marxismo, riscopre le radici socialiste del Risorgimento, da Pisacane a Mazzini passando per Garibaldi e, nel formare il suo primo governo nel 1983, farà trovare la destra missina, sia pure flebilmente, nel cono di luce del tentativo di una strategia dell’attenzione e di recupero al gioco democratico, con Almirante che invitato alle consultazioni da Craxi, promette un’opposizione costruttiva.

È in quel periodo che Giano Accame pubblica Socialismo tricolore, vera e propria apologia del craxismo ‘da destra’, una ricerca che registrava l’evoluzione culturale espressa dal vento del ‘nuovo’ Psi. Accame partecipa il 31 maggio 1983 a un dibattito a Roma, promosso dall’associazione Italia e Civiltà, che mette attorno allo stesso tavolo laici, socialisti e missini, come il radicale Francesco Rutelli, il senatore socialista Antonio Landolfi, l’avvocato Luciano Lucci Chiarissi e Pacifico D’Eramo (due ‘fascisti di sinistra’ rappresentanti il circolo l’Orologio, gruppo fascista antimissino e addirittura filovietnamita che sostenne il ’68)[9], lo scrittore Enrico Landolfi e, per il Msi, Beppe Niccolai e Umberto Croppi, vicino a Marco Tarchi. Sulla scia di questi incontri Veneziani pubblica per le Edizioni Ciarrapico Socialismo e nazione, dove il socialista Landolfi e il missino Franz Maria D’Asaro si confrontano sul ritorno ai valori nazionali che stava caratterizzando quella stagione politica.

Non è casuale il fatto che il politologo Giorgio Galli, in La Destra in Italia, libro del 1983 edito per la casa editrice radicale Gammalibri e che aggiornava sue riflessioni fatte nel 1969, sottolineando l’importanza delle novità che stavano emergendo nella destra di quegli anni (compresa quella ‘nuova’ a vocazione metapolitica), scrive: “La cultura della Destra e le sue proposte politiche non sono un’escrescenza anomala del corpo socioculturale dell’Occidente. Ne sono una componente da tre secoli minoritaria, che ciclicamente riaffiora come alternativa all’illuminismo riformista (compresa la sua componete cristiana), ogni volta che questa forma culturale basilare all’Ovest dal XVII secolo a oggi incontra difficoltà di riflessione o di progetto. La difficoltà dell’Occidente in questo scorcio di secolo consiste nel problema irrisolto del rapporto fra sviluppo e arretratezza in singoli ambiti nazionali, ma soprattutto a livello mondiale.

I ‘limiti dello sviluppo’, per usare un’espressione tipica degli anni Settanta, coesistono col sottosviluppo. È decisivo sottolineare […] che il problema della ‘fame nel mondo’, sul quale si sono ultimamente impegnati i radicali, è un aspetto di questo dramma dell’Occidente. È nella famosa ‘misura in cui’ l’illuminismo riformista (filone nel quale si colloca l’esperienza radicale) non trova a questo problema una ‘sua’ soluzione, che la cultura e la proposta di una gerarchizzazione mondiale del radicalismo di destra potrebbe trovare spazio e consenso […] Se l’illuminismo non è l’ultimo orizzonte del sapere la ricerca culturale da perseguire ha per campo privilegiato le culture alternative, da ritrovare nel nostro passato per scoprire se ci indicano il futuro.

In questa prospettiva, anche le parziali novità che la cultura di destra esprime possono essere colte come uno dei pochi segni positivi dei nostri tempi recenti[10]. Se la crisi del riformismo, coi “limiti dello sviluppo”, apriva spazio a una cultura reazionaria con proposte di “gerarchizzazione mondiale”, le aperture culturali della sinistra a favore della cultura di destra – il che non significa ovviamente negare l’esistenza di una cultura di destra, come scritto ampiamente in questa rubrica – hanno favorito il suo sdoganamento. 


[1]Tendenza introdotta in Italia dal libro scritto da Aa.Vv., I nuovi filosofi, introduzione di W. Pedullà, con una nota di M. D’Eramo, Lerici, Cosenza, 1978; sul dibattito in Italia si veda M. Di Maggio, I Nouveaux Philosophes nella stampa italiana, in E. Taviani, G. Vacca (a cura di), Gli intellettuali nella crisi della Repubblica (1968-1980), Viella, Roma, 2016, pp. 311-32.

[2]V. Giacché, L’antidoto omeopatico alla sconfitta, Il manifesto, 9 dicembre 2011.

[3]Ibidem.

[4]F. Restaino, Il dibattito filosofico in Italia (1925-1990), in N. Abbagnano, Storia della filosofia, vol. IV, t. II, Torino, Einaudi, 1994 p. 739.

[5]A. Griffini, Effemeridi. Quando a Firenze sinistra e nuova destra discutevano il futuro. Era il 1982, in http://www.barbadillo.it/16375-effemeridi-quando-a-firenze-si- nistra-e-nuova-destra-discutevano-di-nuova-italia-era-il-1982/, 28 novembre 2013.

[6]Cfr. il quarto seminario nazionale della Nuova destra, tenutosi il 21-23 ottobre 1983, con M. Cacciari, S. Acquaviva, C. Finzi, F. Gentile, P. Nanni, M. Tarchi, A. de Benoist e G. Faye, ora in A più Mani, Le forme del politico, Firenze, La Roccia di Erec, 1984.

[7]Si pensi, a titolo esemplificativo, all’articolo scritto da Giampiero Mughini, Da destra venite, pubblicato su Pagina dell’agosto-settembre 1982.

[8]M. Revelli, Le due destre. Le derive politiche del postfordismo, Torino, Bollati Boringhieri, 1996, p. 44.

[9]Cfr. a riguardo l’articolo di Loredana Guerrieri, Il gruppo de “L’Orologio”. La giovane destra neofascista italiana e il ‘68, in Storicamente, n. 5, dicembre 2009.

[10]G. Galli, La Destra in Italia, Milano, Gammalibri, 1983, pp. 15, 16

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