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L’impatto delle disuguaglianze in Italia

L’impatto delle disuguaglianze in Italia

Torna sulle nostre colonne Matteo Samarani, che ci accompagnerà in un’analisi in tre puntate sulla storia recente delle disuguaglianze economiche in Italia, di cui oggi vi proponiamo la prima parte sul contesto della loro evoluzione. Buona lettura!

In tema di disuguaglianze di reddito, oltre a individuare le dinamiche che le hanno caratterizzate negli ultimi anni, è opportuno mettere le lenti adeguate e cercare di comprendere i fattori che le hanno spinte, sia a livello globale, che a livello nazionale. Durante questa analisi si proverà a fornire una spiegazione al fenomeno procedendo mediante questi passi:

  1. Dapprima si cercherà di spiegare l’evoluzione strutturale del sistema economico mondiale avvenuta all’inizio degli anni ’80, caratterizzati dall’affermarsi della dottrina neoliberista che ha portato all’accelerazione del fenomeno della globalizzazione con conseguenze non indifferenti sulla distribuzione dei redditi e della ricchezza. In questo primo passo ci occuperemo quindi dei driver internazionali delle disuguaglianze.
  2. Con il secondo passo ci si concentrerà sui driver nazionali, ossia, i fenomeni caratteristici del “Bel paese” che hanno inciso sulla dinamica nazionale della distribuzione dei redditi.
  3. Con il terzo passo, partendo dalla questione della c.d. wage share e concentrandosi ancora sul caso Italia, si proverà a capire se e in che modo l’evoluzione della quota dei redditi da lavoro che viene remunerata dal Pil possa incidere sulla domanda aggregata e sulla crescita economica.
  4. Infine, a seguito delle conclusioni ottenute al punto tre, si cercherà di spiegare in che misura una riforma fiscale con finalità redistributive possa incidere positivamente sia sulla distribuzione dei redditi che sulla crescita, senza tralasciare i possibili rischi da essa derivanti.

NEOLIBERISMO E GLOBALIZZAZIONE

Per quanto riguarda i driver internazionali che hanno spinto al rialzo le disuguaglianze nel contesto italiano e, più in generale, nelle principali economie occidentali, rimando il lettore al lavoro che ho pubblicato su queste colonne la scorsa estate. Di seguito allego i link alla prima e alla seconda parte del lavoro:

1. http://osservatorioglobalizzazione.it/osservatorio/vincenti-e-perdenti-della-globalizzazione-le-tre-fasi-delleconomia-globale/?fbclid=IwAR12mYoqPfVzYYx6kU6iclHgYPMiIuiBLRxpHqtHo9EpJFf0iGLEZ3Rtsh0

2. http://osservatorioglobalizzazione.it/osservatorio/vincenti-e-perdenti-della-globalizzazione-commercio-e-disuguaglianze/?fbclid=IwAR1ZPJW6JR7OG9xzVh2jEgfxvWQK9_xFdc02dO0e07Z-VgdBBDSbUYdemLI

Per semplicità e per agevolare i lettori che per qualsiasi motivo non possono prendere in visione il suddetto lavoro, provvederò a implementare un riassunto del contenuto.

A partire dagli anni ‘80, l’economia mondiale è stata guidata da politiche economiche di impronta liberista che si sono concretizzate nelle deregolamentazioni del mercato finanziario, del mercato dei beni e del mercato del lavoro, in una maggiore apertura agli scambi internazionali, alla mobilità delle imprese e ai flussi di capitale finanziario (Canelli & Realfonzo, 2018). In questo periodo si viene ad instaurare così quella che è conosciuta come la terza fase della globalizzazione, fase caratterizzata da una sempre maggiore interdipendenza tra le economie mondiali.

Anche se tali politiche hanno consentito una più marcata crescita del prodotto mondiale, esse hanno portato la maggior parte dei vantaggi perlopiù alle grandi multinazionali sfavorendo il fattore lavoro. Il commercio perfettamente libero, il processo di terziarizzazione, il progresso tecnico e l’indebolimento del potere contrattuale derivante dalla rivoluzione “Thatcher-Reagan”, hanno contribuito a spingere al ribasso la domanda di lavoro con conseguenze infauste in termini di retribuzioni per i lavoratori. Inoltre, il clima di concorrenza fiscale e la finanziarizzazione dell’economia, hanno contribuito ad accrescere le disuguaglianze. Il primo ha inciso sul gettito degli stati con conseguente ridimensionamento della spesa atta a finanziare i sistemi di welfare. La seconda, oltre a causare instabilità finanziaria, ha dato vita ad un circolo di autoalimentazione della ricchezza, favorendo i più ricchi e sfavorendo la parte meno abbiente della popolazione.

DRIVER NAZIONALI

Per analizzare le cause che hanno inciso sulle crescenti disuguaglianze, che hanno avuto origine in Italia tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, è opportuno mostrare la dinamica aggregata dei redditi famigliari.

Nella figura 2 viene mostrato come sino agli inizi degli anni ’90 il reddito disponibile delle famiglie ha visto un incremento costante e in linea con la tendenza del Pil e della spesa per consumi. Questa tendenza cambia in corrispondenza della crisi valutaria del 1992: il reddito disponibile cessa la sua ascesa, mentre i consumi continuano a crescere seguendo l’andamento della produzione. La suddetta divergenza tra reddito disponibile e produzione viene inoltre accompagnata da un calo della propensione al risparmio, dovuta principalmente al calo dei tassi d’interesse, calo che ha ridotto drasticamente la loro convenienza. Inoltre, è opportuno evidenziare come la doppia recessione abbia gravato pesantemente sui redditi delle famiglie che sono stati protagonisti di un ulteriore livellamento verso il basso che li ha riportati ai livelli degli anni ’80.

Nonostante la doppia crisi abbia sicuramente inciso sul benessere delle famiglie italiane, la nostra analisi suggerisce come in realtà lo spartiacque che segna l’inizio del loro malessere possa essere inquadrato nella crisi valutaria del 1992. Le origini della suddetta crisi possono essere imputate, oltre ad una profonda crisi politico-istituzionale, agli squilibri nelle finanze pubbliche italiane caratterizzate nel 1992 da un indebitamento netto di circa il 10%. Queste condizioni alimentarono il timore che l’Italia non potesse rispettare i rigidi impegni assunti con la firma del c.d. Trattato di Maastricht.

Il consolidamento fiscale che seguì la crisi valutaria può essere considerato come primo fattore alla base dell’incremento del divario tra Pil e reddito disponibile (Brandolini et al., 2019). Tale consolidamento prevedeva infatti: i) prelievi una tantum sui depositi bancari e postali e sugli immobili; ii) tagli alla spesa e aumenti di entrate pari a circa il 6% del Pil; iii) misure strutturali per attenuare le tendenze espansive delle principali voci di spesa. Il consolidamento è proseguito, sebbene in misura minore, anche negli anni successivi con il fine di rispettare i suddetti parametri.

Sempre in quegli anni si è assistito ad un drastico calo dei rendimenti dei titoli pubblici che ha, da un lato compresso la spesa per il servizio del debito pubblico, dall’altro attenuato le rendite finanziarie nei portafogli delle famiglie che erano composti per lo più da tali attività. Tutto ciò ha spostato risorse dalle famiglie al settore delle amministrazioni pubbliche come evidenziato dalla figura 3.

Un secondo fattore che ha avuto un ruolo nell’influenzare il divario tra redditi famigliari e Pil è l’evoluzione del mercato del lavoro. La sequenza delle riforme del mercato del lavoro italiano, dal c.d. pacchetto Treu (legge n. 196 del 24 Giugno 1997), alla c.d. riforma Biagi (legge n. 30 del 14 Febbraio 2003) sino alla legge 183/2014 e l’insieme dei provvedimenti noti come jobs act, attuate dalla metà degli anni ’90 per rallentare la dinamica dei prezzi nominali e stimolare la competitività in un mercato del lavoro più flessibile, hanno contribuito a sostenere la crescita dell’occupazione, in particolare quella femminile, e a ridurre i tassi di disoccupazione, frenando la crescita delle retribuzioni.

La figura 4 mostra i principali indicatori del mercato del lavoro dal 1970 sino al 2016. Si noti come a partire dalla metà degli anni ’90 vi è una netta crescita dell’occupazione totale che passa da circa il 39% nel 1995 sino a circa il 43% nel 2007. Il tasso di occupazione totale vede poi una caduta durante la doppia recessione. Per quanto riguarda il tasso di occupazione femminile esso è aumentato da circa il 35% degli anni ’70 al 60% nel 2015. Il tasso di occupazione maschile è sceso da circa il 90% sino a circa l’80% a metà degli anni ’90 e da allora è rimasto stabile attorno a questo valore.

Le suddette riforme anche se, come mostrano i dati, hanno consentito di migliorare le performance nel mercato del lavoro italiano, hanno portato ad un forte rallentamento dei redditi da lavoro. Infatti dal 1992 al 2016 i redditi per ULA (unità da lavoro dipendente) sono complessivamente aumentati solo del 2%, dopo essere cresciuti di oltre il 2% l’anno tra il 1970 e il 1992. Questo ha comportato un calo della quota dei redditi da lavoro sul totale del valore aggiunto e uno spostamento di risorse dalle famiglie al settore delle imprese (Brandolini et al., 2019).

Possiamo quindi concludere sostenendo che gli anni ’90 hanno rappresentato per l’Italia una sorta di spartiacque in tema di disuguaglianze. Infatti, a partire da quel periodo si è visto un sempre più crescente divario tra Pil e reddito disponibile per le famiglie. I due principali driver che hanno contribuito a tale risultato sono stati: i) le politiche restrittive resasi necessarie dopo la crisi valutaria del 1992 per rispettare i c.d. parametri di Maastricht che, assieme al calo dei rendimenti sui titoli pubblici, hanno contribuito a spostare risorse dalle famiglie alla pubblica amministrazione; ii) le riforme del mercato del lavoro che, attraverso un forte rallentamento dei rediti da lavoro, hanno comportato uno spostamento di risorse dalle famiglie alle imprese.

Classe 1995, nato a Brescia e residente a Coccaglio (BS), è studente presso l'Università degli Studi di Brescia dove frequenta il corso triennale in Economia. Si interessa principalmente di economia politica e politica economia.

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