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Il virus peggiore è il neoliberismo

Il virus peggiore è il neoliberismo

La pandemia di coronavirus ha oramai raggiunto il suo ottavo mese di diffusione globale dopo l’uscita dei primi focolai al di fuori del territorio cinese nel febbraio scorso, e la cifra del milione di morti accertati è stata superata.

Con oltre 35 milioni di contagi nel mondo, risulta possibile iniziare a delineare alcune linee di tendenza e vedere confermati dei trend che all’inizio della disastrosa galoppata del Covid-19 apparivano come abbozzati.

In primo luogo, è risultato fallace, come prevedibile, il pensiero di coloro che pensavano di poter mettere in conto una sopportazione di quote crescenti di contagio col fine di preservare i sistemi economici. Molti governi hanno ritardato la risposta a un potenziale disastro sanitario pensando di poter salvare l’economia da uno shock senza precedenti: hanno avuto l’uno e l’altro.

In secondo luogo, al netto dello “tsunami” iniziale che ha investito, impreparata, l’Europa, risulta confermata l’idea che a presentare gli indici peggiori in termini di impatto del virus e mortalità sarebbero stati quei Paesi in cui la sanità pubblica risulta un diritto tutelato in forme incerte o nulle, mentre al netto di macellerie sociali, crollo dei finanziamenti legati alle misure di austerità e mala gestio i modelli sanitari a conduzione pubblica hanno consentito una gestione più equilibrata della pandemia.

Infine, nel contesto di una crisi senza precedenti per le società contemporanee abituate all’iperconnessione e a una globalizzazione economica e politica fattasi sempre più complessa, ha avuto ragione chi prevedeva all’inizio che sarebbe stato impossibile sostenere la validità di una complessa serie di dogmi ideologici di matrice politica ed economica che hanno profondamente coinvolto le nostre società.

Insomma, a conti fatti, il “virus acceleratore” che ha messo in crisi la globalizzazione è stato a sua volta velocizzato, nello sdoganamento dei suoi effetti, da quell’ideologia neoliberista che predica individualismo, competitività, una visione quasi “darwinista” dell’agire sociale, privatizzazione dei servizi essenziali. Il neoliberismo è stato un untore formidabile e devastante e per comprenderlo basta guardare uno dei dati più significativi della triste sequela di statistiche connesse alla pandemia di Covid-19: quello dei morti per milione di abitanti.

Concentriamoci, sulla base dei dati di Worldometer, su questa statistica e guardiamo i primi venti Paesi della classifica. Scartiamo tre di essi (San Marino, Andorra e Sint Marteen) in quanto abitati da poche decine di migliaia di persone. Restano sostanzialmente tre categorie di Stati: i Paesi europei travolti dalla prima ondata di contagio (il Belgio, terzo , la Spagna, sesta, l’Italia, tredicesima con 595 decessi per milione di abitanti e la Francia, diciottesima), gli Stati del Vecchio Continente che hanno adottato le strategie più lasche di prevenzione in una prima fase (Svezia, Regno Unito e Olanda) e i Paesi delle Americhe (Stati Uniti, Perù, Bolivia, Brasile, Cile, Argentina, Ecuador, Messico, Panama, Colombia), il continente-martire della pandemia.

I dieci Paesi col maggior numero di morti per milione di abitanti al 5 ottobre 2020.
I Paesi tra l’undicesimo e il ventesimo posto.

Nella seconda e nella terza categoria la risposta politica è stata in diversi casi ispirata ai dogmi del neoliberismo, la sanità ha dovuto affrontare le croniche mancanze connesse all’affondamento dei servizi pubblici a scapito di un sistema privatistico oppure si sono verificate entrambe le fattispecie.

In Perù, ci ricorda Pierluigi Fagan, la sanità pubblica contava prima della pandemia su un letto di terapia intensiva ogni 330mila abitanti: 100 posti per 33 milioni di abitanti. 32mila morti in circa sei mesi si spiegano anche per questi motivi. E vogliamo parlare di Brasile e Cile? Il presidente Jair Bolsonaro, appoggiato dai potentati economici e agrari che hanno il loro referente nell’ultimo dei Chicago Boys, il ministro dell’Economia Paulo Guedes, ha a lungo negato il fatto stesso che il contagio potesse essere pericoloso, anche mentre nelle principali città del Paese i morti venivano seppelliti nelle fosse comuni e il religioso Frei Betto accusava il governo di Brasilia di un vero e proprio “genocidio”. In Brasile Bolsonaro ha silurato in piena pandemia il Ministro della Sanità Henrique Mandetta, che ne aveva contestato il catastrofico lassismo, sottolineando che “La soluzione è integrare il sistema sanitario nazionale con quello privato” . Come scritto da Paolo Manzo su Aspenia, nel Paese “solo un 15% della popolazione, quella più ricca, può permettersi assicurazioni private che costano in media centinaia di euro al mese”. E sulla presidenza di Bolsonaro pende l’accusa dell’allontanamento dei medici volontari cubani che nei villaggi più remoti dell’Amazzonia fornivano un sostegno essenziale.

In Cile, invece, il Presidente Sebastian Pinera, fratello di un economista dei Chicago Boys, ha a lungo ritardato lockdown e chiusure temendo il tracollo economico del Paese. 677 morti per milione di abitanti fanno del Paese uno dei dieci più colpiti al mondo e, al contempo, il Cile, che aveva affrontato mesi di dure manifestazioni nel 2019, vede il tasso di disoccupazione al 13%.

Per l’ampiezza dei loro sistemi economici e la loro rilevanza politica globale i casi di Regno Unito e Stati Uniti sono stati tra i più discussi a livello globale. Donald Trump e Boris Johnson hanno avuto modo, come Bolsonaro, di subire in prima persona il contagio da Covid-19, e hanno al contempo portato al limite, nel novero dei Paesi più sviluppati del pianeta, l’ambiguità nella risposta all’annoso quesito “la borsa o la vita?”. Sicuramente le responsabilità non sono da imputare esclusivamente ai soli leader dei due Paesi: anche l’impronta stessa delle società gioca un ruolo di grande portata, dato che sia Londra che Washington hanno avuto tutto da perdere nel negare il mito della perfetta efficienza della società di mercato, individualista e senza restrizioni.

Analogo discorso per Olanda e Svezia, Paesi in cui a lungo concetti come “contagio graduale” e “immunità di gregge”, nonostante i morti si siano contati oramai a migliaia (583 decessi per milione di abitanti per Stoccolma, 376 per L’Aja), nascondono in realtà una mentalità ben precisa: l’impossibilità, per società ferocemente individualiste, competitive e radicate nel principio del dominio dell’economico sulla sfera pubblica, di accettare le misure del lock-down sistemico, con conseguente emersione del calcolo costi/benefici sulla vita umana. Negli Usa, nel Regno Unito, in Svezia, in Olanda a pagare la pandemia sono stati gli ultimi, i più vulnerabili: gli abitanti delle periferie e gli esclusi dal servizio sanitario nel caso americano, i pazienti nelle case di riposo in Europa.

In nessun caso, comunque, la morte di migliaia di persone è valsa alcun risultato sul fronte della “borsa”: gli Stati Uniti hanno fatto segnare un secondo trimestre in profondo rosso e perso circa il 30% di Pil; -20% il tracollo britannico; il Brasile prevede un -6,5% di Pil nel 2020. Gestioni scriteriate di questo tipo hanno solo portato a un’aggravarsi di entrambe le crisi: il virus non guarda le statistiche del Pil nè i dati sull’occupazione prima di colpire, ma è estremamente classista e asimmetrico nel colpire, portando alla divaricazione delle disuguaglianze e delle problematiche già esistenti. Specie se aiutate da quell’acceleratore di caos che è il neoliberismo.

Come in un’analisi Fagan ha opportunamente segnalato, ” l’attuale catastrofe“, pur non avendo affatto i “caratteri di macabra contabilità” delle Pesti medievali o della Spagnola, né “ipotetica dinamica dei tempi“, potrebbe generare un’analoga dinamica strutturale, facendo cadere la sua struttura ordinatrice:Il nostro ordinatore moderno non è più il religioso ma l’economico, le nostre società sono ordinate dal fare economico. Tutte le società umane hanno al loro interno la funzione economica, ovviamente, ma raramente nella storia l’economico ha svolto la funzione ordinatrice” come ai nostri tempi. Ebbene, il sistema neoliberista è oggi in crisi di fronte alla marea montante di un contagio arrivato come un vero e proprio “cigno nero”. E chi ha voluto a tutti i costi preservarne le strutture ha fatto pagare alle sue popolazioni il prezzo più caro.

Bresciano classe 1994, si è formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano. Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ha conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019. Attualmente è analista geopolitico ed economico per "Inside Over" e "Kritica Economica" e svolge attività di ricerca presso il CISINT - Centro Italia di Strategia e Intelligence.

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