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Il finanzcapitalismo secondo Luciano Gallino

Il finanzcapitalismo secondo Luciano Gallino

Giuseppe Gagliano inizia oggi una dettagliata analisi sulla riflessione di Luciano Gallino, uno dei maggiori sociologi italiani della nostra epoca, riguardante le influenze del capitalismo finanziario sulle dinamiche sociali, politiche ed economiche del contemporaneo contesto occidentale.

Nel corso della storia umana sono sempre esistite grandi organizzazioni gerarchiche che usano masse di esseri umani come componenti o unità servili; ad esse il sociologo americano L. Mumford ha dato il nome di “mega-macchine sociali”. Esempi classici di tali grandi organizzazioni sono l’apparato amministrativo-militare dell’impero romano o, nel Novecento, quello militare e burocratico dell’Unione Sovietica. Appartiene alla specie delle mega-macchine anche il finanzcapitalismo, sistema sviluppatosi nel corso degli ultimi decenni allo scopo di massimizzare e accumulare, sotto forma di capitale e potere, il valore estraibile sia dal maggior numero possibile di esseri umani, sia dagli ecosistemi, penetrando tutti gli strati della società, della persona e della natura.

E proprio al tema dello sviluppo incontrollato del capitalismo finanziario è dedicata una delle principali opere del grande sociologo torinese Luciano Gallino (1927-2015), intitolata Finanzcapitalismo – La civiltà del denaro in crisi (Einaudi, 2011).

Per pervasività, fa notare Gallino, il finanzcapitalismo ha superato ciascuna delle precedenti forme di mega-macchine, ivi compreso il capitalismo industriale, basato sulla produzione di valore. L’estrazione di valore è un processo diverso dalla produzione di valore, che si concreta nel far venire alla luce un bene, che prima non esisteva: si costruisce una scuola, si piantano alberi, si lancia sul mercato una nuova medicina. L’estrazione è invece un processo finalizzato ad aumentare il valore di una merce, anche in maniera artificiosa: si aumenta il prezzo delle case, manipolando i tassi di interesse o le condizioni del mutuo, si aumentano i ritmi di lavoro a parità di salario o si impedisce ad un sistema operativo concorrente di affermarsi, vincolando la vendita di un pc al concomitante acquisto di quel sistema. Capitale e potere sono le due forme di accumulazione di valore del finanzcapitalismo, si tratta in realtà di due termini di identico significato, nella misura in cui il capitale è potere

La presente trattazione mira, in forma sintetica, a riassumere ed analizzare alcuni elementi che aiutano a comprendere a fondo un fenomeno assai complesso come il capitalismo finanziario, partendo dalle sue radici storiche e dalla sua matrice ideologica e teorica, analizzandone attentamente la fenomenologia evolutiva fino ai nostri giorni. Si passeranno in rassegna, partendo dai fondamentali, ragionamenti di Gallino, le cause profonde e quelle immediate che hanno portato all’affermazione del finanzcapitalismo e i meccanismi, più o meno visibili, attraverso cui quest’ultimo ha radicalmente modificato il paradigma culturale e la società in cui viviamo, fino a determinare una nuova civiltà dai caratteri sostanzialmente omogenei e unitari: la civiltà-mondo, in cui non esiste di fatto cittadinanza attiva e democrazia. Infine, si analizzeranno i possibili scenari futuri, le conseguenze devastanti che la massimizzazione del profitto ha avuto sul mondo del lavoro e sull’umanità in genere, nonché le possibili riforme, impossibili, ma necessarie, che possano porre definitivamente un argine a un processo senza limiti e senza regole che potrebbe definitivamente portare al collasso l’intero sistema.   

Alle radici del finanzcapitalismo

La finanziarizzazione dell’impresa industriale ha ricevuto un forte impulso a partire dagli anni ’80 del Novecento: gli investitori istituzionali, parecchi dei quali facenti capo alle banche, sono giunti a possedere al presente il 55% del capitale di tutte le società quotate nelle borse, pertanto in forza di questo ruolo di proprietari universali il loro potere diretto e indiretto nel governo delle imprese è diventato sempre più determinante.

Questi investitori hanno imposto ai dirigenti d’azienda il paradigma per cui il governo dell’impresa deve avere come scopo dominante la massimizzazione del valore a favore degli azionisti: il capitale va creato soprattutto facendo salire il corso delle azioni in borsa, infatti il corso quotidiano delle azioni, da cui dipende il valore di mercato dell’impresa è uno dei fattori ai quali gli investitori assegnano maggiore importanza assieme ai flussi di cassa dichiarati da una società.

L’ossequio forzato al paradigma della massimizzazione del valore per gli azionisti ha comportato l’adozione di una nuova concezione dell’impresa. Essa non viene più concepita come un’organizzazione fortemente legata agli interessi della comunità locale e al territorio in cui opera, ma come un conglomerato di mezzi di produzione e uffici di cui ogni pezzo deve essere monitorato di continuo al fine di stabilire se il suo rendimento finanziario, il suo flusso di cassa, sia pari o superiore a quello dei pezzi migliori della concorrenza.

Se tale rendimento è in sé elevato, ma è comunque inferiore anche solo di poco a quello della concorrenza, quel pezzo di impresa va ristrutturato, venduto, oppure definitivamente chiuso. Ciascuno di questi interventi determina com’è ovvio il licenziamento di gran parte dei relativi addetti, e talora di tutti. La sola finalità che l’impresa deve perseguire è quella di creare valore per gli azionisti. Il modo in cui lo crea è un elemento secondario, lo scopo principale è fare salire il valore di mercato dell’impresa, rispetto a questo fine il fatturato, le dimensioni produttive, l’occupazione sono elementi del tutto secondari. In effetti le valutazioni finanziarie sono alla base delle strategie di ristrutturazione aziendale. Queste ultime mirano a ridurre l’occupazione e a moltiplicare il lavoro precario o informale mediante l’esternalizzazione della produzione.

Tre casi di studio: Kraft, Nestlè, Unilever

Un caso esemplare per comprendere l’impatto economico e sociale di tali strategie è rappresentato dall’industria alimentare, a cominciare dalle tre maggiori società operanti nel settore, Kraft, Nestlè, Unilever. La Unilever, terza industria alimentare del mondo, grazie alla strategia chiamata La via della crescita ha ridotto drasticamente il numero dei dipendenti tra i 2000 e il 2009. Ai dipendenti scomparsi dai ruoli paga dell’Unilever come lavoratori a tempo indeterminato ha fatto riscontro l’aumento dei lavoratori informali. I procedimenti di ristrutturazione e le loro ricadute sono ben illustrate da questo genere di piani.

Un altro caso emblematico di esternalizzazione della produzione è rappresentato dalla Mirafiori di Torino: in questa fabbrica venivano prodotti quattro quinti dei componenti delle auto Fiat. Oggi oltre il 75% di un automobile Fiat viene fabbricato da centinaia di fornitori esterni.

In Italia si è conservata soprattutto la funzione di coordinare la produzione di migliaia di fornitori, piccoli medi e grandi, collocati in quattro diversi continenti, convogliandone poi il flusso verso un numero ridotto di assemblatoti finali. L’esternalizzazione globale tende a generare effetti negativi sull’occupazione, sulle relazioni industriali e sui rapporti tra le grandi imprese, dalle quali originano le commesse, e i diversi livelli di cui si servono. Nell’insieme, l’esternalizzazione ha comportato una conflittualità tra fornitori, lavoratori, regioni, sia entro lo stesso paese, sia tra paesi diversi. Una ricetta efficace per migliorare il bilancio finanziario, quanto micidiale per l’occupazione, sia in termini di quantità che di qualità, livelli di salari e protezione sociale.

Tale processo di concentrazione viene da lontano e risale addirittura alla fine dell’Ottocento inizi del Novecento, raggiungendo oggi dimensioni inquietanti: le fusioni e acquisizioni di maggior entità avvenute durante gli anni ’90 e primi del 2000 in Usa e Ue hanno radicalmente cambiato il volto dell’industria mondiale. Ma con quali capitali avvengono dette fusioni? Poiché nemmeno i grandi gruppi economici sono in condizione di mettere sul tavolo decine di miliardi di denaro proprio, tale genere di operazioni vengono finanziate facendo ampio ricorso al debito e contraendo larghi prestiti con le banche. In modo speculare, le società che vogliono tutelarsi dalla fusionite contraggono debiti allo scopo di acquistare grossi volumi di azioni proprie, in modo da aumentare il loro prezzo di mercato e scoraggiare eventuali acquirenti.

L’anima speculativa del finanzcapitalismo

Tutto il sistema ha alla base una psicologia speculativa che rende molto fragile l’intero sistema, il quale non si fonda sull’assunto proprio del vecchio capitalismo, basato su una forma di competizione rispettosa e sulla creazione di valore, estratto per lo più dal lavoro umano, bensì su una forma di competizione coercitiva o concorrenza distruttiva che obbliga ad effettuare massicci investimenti anche quando è evidente a priori che il loro rendimento sarà scarso. Pertanto un effetto collaterale delle fusioni e acquisizioni intraprese per eliminare la concorrenza sgradita è stata la formazione di un forte eccesso di capacità produttiva in presenza di mercati stazionari, in quanto divenuti ormai mercati di mera sostituzione. La finanziarizzazione delle grandi imprese industriali ha avuto, tra le sue tappe salienti, la formazione di monopoli e oligopoli mediante estese campagne di fusioni e acquisizioni.

Questo fenomeno ha preso il nome di fusionite. Tra i fattori che hanno favorito questo fenomeno vi è il fatto che il neocapitalismo non si basa più sulla libera concorrenza. Troppo sovente essa comporta seri problemi. Per affrontarla bisogna investire in ricerca e sviluppo, nuovi impianti, nuovi prodotti, invenzione di nuove strategie industriali e di marketing. Appare allora più promettente, quando si individua un’impresa come un serio concorrente puntare ad acquistarla. Infatti, è dimostrato, che a conti fatti, l’acquisto finisca per costare molto meno rispetto alla creazione di una società ex novo. In assoluto il maggior vantaggio atteso da una fusione o una acquisizione è che essa faccia notevolmente aumentare i titoli delle società coinvolte. Per ciò che riguarda la concorrenza e il libero scambio, basati sulla domanda e offerta, il neocapitalismo o capitalismo finanziario differisce sensibilmente dal capitalismo industriale: anzitutto perché il fatturato, le dimensioni produttive, l’occupazione finiscono per diventare fattori secondari, rispetto al valore di mercato di un’impresa.

Il nuovo capitalismo e il diritto del lavoro

Questo passaggio da un capitalismo industriale a un capitalismo finanziario ha avuto tra le sue ricadute un profondo deterioramento delle condizioni di lavoro in tutti i paese Ocse. Simile processo è stato sapientemente accompagnato da politiche fiscali favorevoli ai redditi elevati, all’indebolimento dei sindacati, nonché dall’aver posto sistematicamente in conflitto tra loro, come si è detto, i lavoratori dei paesi sviluppati con quelli emergenti.

Un altro caso rappresentativo, tra i tanti osservabili, è stato in Italia quello dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco in Campania. Nel 2010 la cassa torinese ha presentato un piano di riorganizzazione della produzione che imponeva i suoi 5.000 operai durissime condizioni di lavoro quanto a numero dei turni, accresciuta costrizione delle mansioni, accelerazione dei ritmi, riduzione delle pause, aumento degli straordinari; condizioni di lavoro molto simili a quelle introdotte qualche anno prima nello stabilimento polacco di Tichy. A completamento di questo iniziale confronto tra il vecchio sistema economico, basato sulla libera concorrenza e il libero scambio, e il nuovo basato sul monopolio o sull’oligopolio e di questa riflessione preliminare sugli effetti della finanziarizzazione delle imprese si osservi come questa abbia influito persino sulla scelta e sul comportamento dei manager: i dirigenti d’azienda spesso saltano da un settore all’altro con disinvoltura. Tutto questo è reso possibile dal fatto che questi professionisti devono possedere competenze o esperienza nel muoversi nei labirinti del sistema finanziario nelle sue tante parti visibili e in ombra. Anche in questo caso le origini di questo fenomeno non sono nuove e rimontano alla fine dell’Ottocento inizio Novecento, quando gli imprenditori che avevano creato grandi società per la capacità di dominare gli aspetti tecnici e organizzativi di un determinato settore produttivo dovettero cedere il passo agli esperti di operazioni finanziarie.

Nondimeno va riconosciuto che per alcune generazioni rimasero numerose le industrie che badavano essenzialmente ai caratteri della produzione più che al corso quotidiano delle azioni in borsa. È stata l’epoca del capitalismo manageriale basato sulla produzione. Dagli anni ’80 del Novecento, al contrario, esso ha ceduto definitivamente il passo al capitalismo manageriale azionario.

Nel quadro di quest’ultimo un manager che si dimostri abile nell’applicare le strategie e le tattiche più idonee a far salire il corso delle azioni, e con esso il valore di mercato dell’impresa, è decisamente preferito dagli azionisti rispetto a un manager che è invece versato nelle complicazioni del relativo processo produttivo. Si noti ancora che le competenze finanziarie anteposte a quelle produttive per selezionare i manager mediante vere e proprie caccie al talento non assicurano affatto in realtà il successo continuativo dell’impresa: gli immani disastri finanziari di società industriali, verificatesi nel primo decennio del 2000, hanno avuto come protagonisti, in diversi casi, proprio i migliori manager selezionati e stimati sulla base delle loro capacità in campo finanziario, non necessariamente tecnico. Le società stesse impongono ai manager di far salire il corso delle azioni a qualunque costo, dando vita a comportamenti irresponsabili e che per nulla tengono in considerazione gli interessi della comunità: non a caso oggi si parla di responsabilità sociale di impresa nel capo degli studi economici. Quando il corso delle azioni si rifiuta di salire, oppure gli utili non maturano, o, peggio ancora, si stanno verificando delle perdite consistenti, il manager è indotto a dare a intendere che l’impresa stia operando in modo da garantire che esso salirà entro breve termine. Ragion per cui gli azionisti e le autorità di sorveglianza, si vedono fornire informazioni manipolate.

Principalmente il finanzcapitalismo, basato sull’estrazione di valore dall’investimento di denaro, sfrutta la ridistribuzione di ricchezza-profitto/reddito a spese di altre fonti di reddito realizzata mediante la manipolazione di prezzi a scopi speculativi, salari in flessione, privatizzazione di prestazioni statali o sfruttamento internazionale, insomma una redistribuzione dal basso verso l’alto.

Nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, centro studi iscritto all'Anagrafe della Ricerca dal 2015. La finalità del centro è quella di studiare, in una ottica realistica, le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali ponendo l'enfasi sulla dimensione della intelligence e della geopolitica alla luce delle riflessioni di Christian Harbulot fondatore e direttore della Scuola di guerra economica(Ege) di Parigi

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